In questo articolo ti parlo dei due principali tipi di sensi di colpa: il senso di colpa altruistico e il senso di colpa deontologico. Sono due emozioni ben diverse poichè attivano circuiti cerebrali diversi, si accompagnano ad altre emozioni anch’esse diverse, e hanno un diverso ruolo nella psicopatologia.

Il senso di colpa altruistico è facilmente comprensibile perchè simile all’emozione della buona sorte o della buona fortuna o al senso di colpa del sopravvissuto: ti senti in colpa per non aver dato agli altri qualcosa della tua buona sorte o non esserti fatto carico della loro sfortuna. Il concetto di colpa del sopravvissuto inizialmente descriveva il senso di colpa che puoi provare quando ti ritrovi nella condizione di superstite, cioè letteralmente sopravvivi mentre qualcun altro muore. Poi questo concetto è diventato più ampio ricoprendo anche quelle situazioni in cui ti senti in colpa per un tuo vantaggio o un privilegio che hai (o ritieni di avere) mettendo a confronto la tua vita con quella di altre persone, in termini di possibilità economiche, successo o maggiori facoltà mentali o fisiche. Provi il senso di colpa altruistico quando pensi cose del tipo “Come ho potuto lasciarlo/a solo/a…”, “Povero/a sta così male e io non posso fare nulla per aiutarlo/a!”, ti senti dispiaciuto o mortificato e dedichi molta attenzione all’altra persona sofferente, tendi a volerne alleviare le sofferenze, e provi un mix di emozioni quali l’ansiosa sollecitudine, la tenerezza, pena angosciosa e la compassione.Questo senso di colpa è fortemente interpersonale: lo provi per via dell’altruismo e della tua tendenza ad empatizzare con chi sta male, senso di colpa generato dal credere che stai danneggiando un’altra persona per il fatto di non aiutarla. Tra i tuoi scopi ce ne sono alcuni altruistici: legati perciò al bene e all’interesse degli altri e ad evitar loro sofferenze. Per essere autentico il tuo gesto altruistico dev’essere fatto per il desidero di fare del bene e non come mezzo per secondi fini, in più, deve avere un costo per te, poichè anteponi il bene dell’altra persona al tuo. Sei più disposto a gesti di questo tipo verso una persona che conosci piuttosto che verso un perfetto estraneo, o verso una persona con la quale hai condiviso momenti significativi (nel bene o nel male), o verso una persona con un’identità (e una faccia) ben precisa piuttosto che verso una persona lontana e indefinita. Sei più altruista quando non ci sono altre persone disposte ad essere di aiuto a chi è in difficoltà e sei guidato da una valutazione morale nel tuo compiere azioni altruistiche: se non stimi la persona che intendi aiutare o, al peggio, la giudichi un imbroglione, puoi pensare che non si meriti di essere aiutato e, di conseguenza, non sentirti in colpa se manchi di essergli di aiuto. Quando non compi gesti altruistici è probabile che tu provi emozioni quali il dispiacere, la tristezza, il senso di colpa altruistico vero e proprio, che è tanto più elevato quanto significativa è la relazione con la persona che non hai aiutato, in base a quanto credi che avresti potuto agire diversamente e a quanto attribuisci alle tue azioni od omissioni responsabilità ed intenzionalità

Ci sono poi sensi di colpa non altruistici, poichè sono possibili colpe senza danno, materiale o simbolico (come il danno arrecato ad un’altra persona offendendola). Si parla dei sensi di colpa deontologici: una “famiglia” di sensi di colpa caratterizzati dal rispetto delle gerarchie dei gruppi cui appartieni (familiare, sociale, religioso, comunitario) che servono al mantenimento dell’ordine e delle relazioni interpersonali. Quanto al rispetto delle gerarchie, sai che noi come esseri umani attribuiamo a noi stessi e agli altri un valore personale e su questa base stabiliamo gerarchie: ad ogni rango corrispondono sia diritti che doveri. Sia i diritti che i doveri aumentano con l’avanzare del rango. In questo caso ti senti in colpa quando riconosci una discrepanza tra le tue azioni od omissioni e lo scopo di rispettare le gerarchie in cui ti trovi, essendo consapevole che avresti potuto comportarti diversamente. Vai a pensare cose del tipo “Come mi sono permesso di fare quella cosa…chi mi ha dato il diritto?”. Quando provi questo senso di colpa deontologico tendi a provare rimorso, ad aspettarti una qualche punizione e a chiedere perdono per il tuo comportamento: magari provi anche vergogna e, in qualche caso, anche disgusto morale (o disprezzo) verso di te.

Tra i sensi di colpa deontologici rientrano quelli sulla sessualità e sui piaceri dei sensi o “peccati carnali”. E’ ovvio che la sessualità è un tema fondamentale quanto a giudizi morali, poichè alcune scelte o comportamenti sessuali sono soggetti a giudizi morali e ai relativi sensi di colpa anche quando si parla di atti tra adulti consapevoli e consenzienti: chi giudica immorali certe preferenze sessuali è probabilmente spinto dall’idea che violino l’ordine della natura (è il caso di chi considera sotto questa luce l’omosessualità). Nel caso dei peccati carnali una spiegazione del perchè sono così soggetti a giudizi morali e portatori di sensi di colpa sta nel pensare la gola, la lussura, l’avidità e l’ingordigia come peccati di impurità. Vale a dire che un tuo atto è impuro, e quindi è un peccato, quando violi il dovere di mantenerti all’altezza del tuo rango, quello di essere umano: per questo è inappropriato mangiare “come un maiale” o comportarsi “come un animale”. Anche quando un tuo comportamento non è così esagerato, da questo punto di vista può essere considerato volgare, disgustoso e causa di vergogna.

A che servono i sensi di colpa deontologici? La risposta che a me sembra più sensata è che sono utili a preservare la stabilità delle relazioni interpersonali e a prevenire il caos, la disorganizzazione o la rottura dei ruoli nei gruppi cui appartieni. Se guardi, ad esempio, a quei gruppi che affrontano situazioni critiche o estreme, come i reparti delle forze armate in guerra, puoi capire come il rispetto della gerarchia è spesso cruciale per la sopravvivenza di tutti i membri del gruppo. Un po’ come quando dici “Ma se facessero tutti come gli pare e piace, come andrebbe il mondo?”.

Come si sviluppa il senso di colpa? Ci sono differenze individuali anche molto evidenti rispetto a quanto sei predisposto o meno a provare sensi di colpa: è un’emozione con un’origine profondamente sociale poichè si sviluppa tramite l’influenza e l’apprendimento di norme sociali. La famiglia è ovviamente il primo ambiente che modella questa predisposizione. Lo fa in più modi: lo stile affettivo dei tuoi genitori ti può influenzare direttamente poichè ti dà esempi concreti di come loro per primi reagiscono alle loro azioni irresponsabili o colpevoli; i valori e i metodi educativi dei tuoi genitori sono molto incisivi sullo sviluppo della predisposizione alla colpa fin da quando sei bambino. Se hai ricevuto un’educazione particolarmente severa è probabile che i tuoi genitori ricorressero in modo costante alla colpevolizzazione verso di te, non accettassero scuse o attenuanti, si aspettassero sempre il massimo da te, ti facessero percepire le cose troppo in termini di doveri e responsabilità e poco come piaceri, usassero in modo eccessivo o incoerente le punizioni. Un’altra influenza familiare significativa si riscontra quando hai un genitore sempre pronto al sacrifico e al rispetto delle regole, ma cupo e triste, rigido, ed un altro genitore “immorale” e irrispettoso delle regole, ma molto più vitale. Di fronte ad una coppia genitoriale così diversa puoi avere una grossa difficoltà a definire una tua linea di condotta, non rendendoti conto della “giusta misura” e non capendo quando la tua condotta è giusta o sbagliata: il tuo rapporto con i valori, le norme e le responsabilità può essere molto conflittuale. Infine, aver vissuto le seguenti esperienze da bambino può averti creato una certa predisposizione al senso di colpa o un rapporto molto difficile con esso: hai ricevuto fin da piccolo troppe responsabilità al posto degli adulti (perchè assenti o non disposti), aver causato un grave danno a te stesso o ad altri per azioni “irresponsabili” o solo aver creduto di averlo fatto (anche tramite un “cattivo pensiero”), infine, l’estremo opposto, essere stato iperprotetto rispetto all’assumerti responsabilità.

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