Supera il dolore e i traumi con l’approccio EMDR

L’EMDR è un approccio strutturato in 8 fasi che può essere utilizzato solo da uno psicoterapeuta formato per l’elaborazione dei ricordi correlati a esperienze dolorose e traumatiche. La sigla EMDR sta per Eye Movement Desensitization and Reprocessing, cioè desensibilizzazione ed elaborazione attraverso i movimenti oculari. Secondo il DSM 5, il manuale più utilizzato per la classificazione dei disturbi mentali, il trauma è un evento potenzialmente mortale, con pericolo di morte o gravi ferite, o minaccia all’integrità psicofisica propria o di altri, che puoi aver vissuto o a cui hai assistito.

Come per altri fenomeni nel mondo della scienza, viene scoperto per caso nel 1987 dalla psicologa statunitense Francine Shapiro: mentre si trovava a passeggiare in un parco e la sua mente andava su pensieri che la preoccupavano, notò che muovendo gli occhi da destra a sinistra o viceversa guardando gli alberi, iniziava a sentirsi meglio: i suoi pensieri si allontanavano e le sue emozioni perdevano di intensità. Iniziò a confrontarsi con colleghi e a farci studi via via più approfonditi, giungendo a sistematizzare le sue intuizioni nel metodo che oggi  conosciamo e che sta conoscendo una sempre maggiore diffusione.

Nella prospettiva dell’EMDR i sintomi e le patologie sono causati da una memorizzazione incompleta e disfunzionale dei ricordi delle esperienze dolorose, da quelle più lontane a quelle più recenti. Esempi di queste esperienze possono essere i lutti di persone care o animali domestici, incidenti, separazioni e divorzi, malattie proprie o di persone care, stress nelle relazioni come conflittualità frequente (in famiglia, nella coppia o sul lavoro) o episodi di violenza (fisica, psicologica o sessuale), trascuratezza e maltrattamenti durante l’infanzia, calamità naturali come terremoti e alluvioni. La teoria su cui si basa l’EMDR è la teoria dell’elaborazione adattiva dell’informazione, secondo la quale in condizioni normali le informazioni derivanti dalle esperienze di vita vengono elaborate correttamente dal nostro cervello nelle reti neurali, se invece questo non avviene, la memorizzazione risultata frammentata e tu puoi sperimentare vari tipi di disagi, in cui hai sensazioni fisiche spiacevoli, insieme ad emozioni dolorose e idee distorte su di te. In qualche caso il tuo disagio può diventare anche un vero e proprio disturbo, come il disturbo da stress post traumatico (DPTS), in cui hai reazioni esagerate di allarme a stimoli innocui, incubi e flashback insieme ad un appiattimento emotivo e all’evitamento delle situazioni che ti ricordano quella traumatica passata.

Come funziona l’approccio EMDR? Dopo averti informato e preparato adeguatamente con una serie di domande, durante la seduta di EMDR vado a stimolare i tuoi movimenti oculari alternati per rimettere in connessione i tuoi due emisferi cerebrali. Questa stimolazione fa sì che la tua esperienza soggettiva, precedentemente molto carica di emozioni spiacevoli come paura intensa, tristezza, orrore, iper-allarme, rabbia e impotenza, diminuisca fino ad azzerarsi e tu possa mantenere soltanto la parte più cognitiva, cioè razionale, del ricordo legato all’esperienza dolorosa. Ci tengo a dirti che non è possibile (nè sarebbe desiderabile) rimuovere i ricordi dalla tua mente, nè tantomeno privarti dei ricordi positivi legati agli eventi su cui andiamo a lavorare: si va ad eliminare solo la parte di emotività dolorosa che ti impedisce di vivere serenamente nel tuo presente condizionandoti nelle tue scelte. Questi passaggi, la desensibilizzazione e l’elaborazione, sono resi possibili da cambiamenti reali osservabili nelle aree cerebrali della memoria: con le neuroimmagini si vede che, dopo l’EMDR, risultano più attive aree corticali in cui vengono associate le componenti di un ricordo rispetto alle aree limbiche dove predomina la forte attivazione emotiva (basti pensare all’amigdala e al suo ruolo nelle risposte di paura). Questo approccio ha perciò una solida base neurofisiologica: le informazioni frammentate si riorganizzano in percorsi neurali integrati, riattivandosi il tuo innato sistema neurofisiologico orientato alla guarigione.

La ricerca scientifica afferma oggi che questo approccio è il trattamento d’elezione nella cura del disturbo da stress post traumatico (DPTS), ma è molto utile anche nei disturbi dell’umore, d’ansia, del comportamento alimentare e nelle esperienze che ti ho elencato all’inizio dell’articolo. La sua efficacia è comprovata da moltissimi studi scientifici degli ultimi 20 anni. I suoi punti di forza sono, appunto, l’indiscussa efficacia, l’applicabilità a persone di tutte le età, compresi i bambini. Inoltre, si tratta di un metodo molto rapido, che può portare benefici anche in una singola seduta, in generale comunque alcune sedute sono necessarie per portare a termine l’elaborazione. I pensieri negativi si attutiscono o vengono percepiti più distanti, come sfocati, come pure le emozioni e le sensazioni fisiche spiacevoli che diminuiscono fino a scomparire, le tue idee su di te si modificano. Non ti senti più “difettoso”, non amabile, non al sicuro, non in controllo: ti spogli degli effetti traumatici delle esperienze passate e riacquisti la libertà di scegliere, si rafforzano in te il senso di sicurezza, la padronanza e l’autostima.

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L’INVIDIA

Cos’è l’invidia? Come puoi definire questa emozione che non è inclusa tra quelle di base? L’invidia è un’emozione molto antica, di cui si parla in moltissima letteratura e nei testi religiosi: basti pensare alla cacciata dall’Eden sia di Lucifero, che di Adamo ed Eva, come pure al primo omicidio-fratricidio ad opera di Caino contro Abele.

Negli studi psicologici relativi a questa emozione ci sono autori che considerano la malevolenza, cioè una certa quota di “cattiveria”, come un ingrediente indispensabile dell’invidia, mentre altri autori distinguono tra invidia positiva e invidia negativa.

I primi sostengono che l’invidioso riconosce il valore del bene o della qualità posseduti da un’altra persona, l’invidiata, e sa di non essere in grado di raggiungerli: prova un malanimo e un atteggiamento aggressivo rivolti verso l’invidiato.

L’emozione, dunque, si baserebbe su un confronto di potere tra due persone in un determinato ambito e da tale confronto chi “esce perdente” prova invidia verso chi “esce vincente”. I secondi sostengono che l’invidia positiva vada distinta da quella negativa, esposta sopra.

L’invidia positiva consiste in pratica nell’ammirazione: chi ammira considera il risultato raggiunto dall’altra persona in termini di qualità o possesso di beni materiali, come una possibilità concreta anche per se stesso. In questo caso, l’ammiratore si adopera per realizzare quel desiderio di raggiungere un determinato obiettivo, incarnato nella realtà dall’altra persona, ammirata più che invidiata.

Se l’ammirazione gode di una buona reputazione sociale, non si può dire la stessa cosa per l’invidia: è un’emozione considerata negativa, o persino disdicevole, che sei motivato a nascondere: mostrarla per te significherebbe danneggiare la tua reputazione e la percezione di te stesso, minando la tua identità e le tue relazioni interpersonali. Nell’invidia, a livello corporeo, è coinvolta più degli altri sensi, la vista: poichè è quel senso strettamente correlato al desiderio, il vero motore dell’invidia.

Lo sguardo invidioso è cupo, tagliente, aggressivo: ti sarà sicuramente capitato di esserne oggetto o protagonista!

Le condizioni che generano l’invidia sono: il tuo desiderio di una qualità o di un bene dell’altro, il confronto sociale in un ambito per te importante, l’autovalutarti inefficace, la tua malevolenza verso l’altro, la tua aggressività passiva o attiva verso l’altro.

Il vero motore dell’invidia è, per l’appunto, il desiderio: cioè il desiderare di metterti in una posizione più alta, rappresentata dalla persona che invidi. Un motto potrebbe essere: “Desidero essere quel che lui/lei è e se lo diventassi davvero potrei anch’io avere quel che lui/lei ha”.

L’invidia non è tanto diretta verso una cosa materiale, quanto verso la persona invidiata: è un’emozione che scaturisce dal tuo non sentirti all’altezza di standard o qualità possedute dall’altra persona. Come detto prima, (fai bene attenzione a questo punto), si tratta di un confronto di potere: la tua attenzione, quando invidi qualcuno, è polarizzata sulla persona poichè possiede certe qualità, ha cioè un potere di fare ed ottenere obiettivi, che tu non hai.

Valutandoti inefficace, vai a rimuginare sugli alti standard dell’altro ai quali non ti senti all’altezza, prefigurandoti futuri fallimenti. Puoi comportarti, di conseguenza, in modo aggressivo: sia direttamente che indirettamente. In entrambi i casi il tuo obiettivo è diminuire questo dislivello tra te e l’altro “superiore”, di solito cercando di “smontarlo”, cioè diminuendo il suo valore agli occhi degli altri, meno di frequente, anche se è l’opzione più sana, innalzando il tuo valore umano e in termini di competenze.

Quando cerchi di smontare l’altro, agisci per danneggiarlo e puoi provare “piacere per le sue disgrazie”. Come ho detto, l’invidia è un’emozione complessa, è formata infatti dalla tristezza (per la mancanza, cioè il non sentirti come vorresti), e dalla rabbia (verso la persona invidiata, le sue “fortune” e possibilità).

L’invidia non va poi confusa con la gelosia, sono emozioni ben distinte: sei geloso se hai qualcosa (un bene, una condizione particolare o una relazione) e temi di perderla, sei invidioso se non hai qualcosa che desideri ardentemente.

A che serve provare invidia? Su questo punto non ci sono opinioni uniformi: alcuni studiosi ritengono che serva a scoraggiare i “superiori” ad ostentare i loro privilegi, cosa che aumenterebbe il divario con le altre persone ed innescherebbe maggiore ostilità generale.

Altri autori considerano l’invidia quell’emozione che sostiene i consumi e la pubblicità, sostiene la competitività: solletica quindi la parte prestazionale motivandoti ad usare in questo modo il confronto con gli altri. E’ anche evidente, però, che se sei impegnato in frequenti mosse competitive, o a difenderti da chi, invidiandoti, ti vuole eguagliare o superare, questo innesca un circolo vizioso che ha, tra le sue conseguenze, la dispersione di energie, una perdita di efficacia e il dimenticarsi dei tuoi veri ed autentici scopi di vita.

Se sei troppo impegnato a competere mosso dall’invidia, non solo non curi mai le ferite alla tua autostima che hanno creato la base per la tua predisposizione all’invidia, ma vai a disperdere energie e a ridurre le tue reali potenzialità. Impegnarti a screditare l’altro invidiato, a “detronizzarlo”, non può di certo darti quelle qualità che l’altro possiede: non è una vera vittoria, è una mera illusione.

Quando l’invidia può diventare una malattia? Dal momento che l’invidia si compone di tristezza e rabbia, è frequente osservarla ad alti livelli nelle persone affette da disturbo Narcisistico della Personalità: in questo quadro clinico è specificata la presenza di una grossa quota d’invidia. Se soffri di questo disturbo, oltre ad altre caratteristiche, sei tipicamente portato ad invidiare intensamente altri o ritieni di essere tu l’oggetto dell’invidia altrui. Livelli patologici di invidia si ritrovano nelle persone con disturbi della condotta, disturbi nella sfera della sessualità e legati al genere: più di frequente l’invidia patologica si riscontra in chi ha comportamenti provocatori, arroganti, minacciosi, aggressivi, sfidanti, non considera le regole e non rispetta i sentimenti altrui, ha comportamenti distruttivi per se stesso e per gli altri.

Come usare in modo intelligente l’invidia in 6 passi.

  1. Riconosci la tua emozione: il primo passo consiste nel renderti conto che provi invidia, cosa non scontata, perchè potresti scambiarla con semplici rabbia o tristezza provando un’indefinita sofferenza incomprensibile. Diventa consapevole della tua invidia, trova i tuoi pensieri di inferiorità e le credenze disfunzionali (probabilmente apprese nella tua storia di vita, in famiglia, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni affettive) e prendi distanza critica da queste: depotenziale smettendo di credere ad esse in modo indiscriminato.
  2. Focalizzati su te stesso: anzichè considerare l’altro come un termine di paragone, metti la tua attenzione su chi sei come persona. Concentrati su te stesso e inizia a valutare in modo più obiettivo le tue capacità, approntando un piano di azione per realizzare i tuoi obiettivi, incarnati dalla persona invidiata. Esci dalla logica, alla base dell’invidia, in cui inneschi un confronto con l’altro dove questi esce vincente e tu esci perdente. La via definitiva per superare l’invidia è agire per innalzare il tuo valore personale e non diminuire quello dell’altro.
  3. Sii consapevole del tuo livello d’invidia: quando quest’emozione diventa frequente, la tua attenzione è tutta polarizzata sullo smontare, o persino distruggere, la posizione dell’altro invidiato. Fai un’analisi costi/benefici con occhio critico e diventa consapevole di quante energie stai sacrificando a scapito dei tuoi obiettivi veri ed autentici: capirai quanti svantaggi ha l’invidia malevola e quanto ti tiene lontano dalla tua felicità.
  4. Accetta: lavora sul desiderio che muove la tua invidia. Sentilo come un motore importante verso i tuoi obiettivi ma impara anche ad accettare serenamente l’eventualità di non raggiungere certi livelli o standard in determinati campi: questo ti aiuterà ad investire le tue energie nella realizzazione ma a saperti fermare, se serve, qualora entrassi in una sofferenza dettata dall’insuccesso. Insistere ad oltranza ti porterebbe a conseguenze ben peggiori dell’invidia di partenza: depressione, ritiro sociale, o violenza per il non saper accettare i tuoi limiti o le tue concrete possibilità.
  5. Interrompi i rimuginii: quando invidi trascorri molto tempo a rimuginare su ciò che non hai, non sei, rispetto ad un’altra persona, considerata “superiore”. Impara a dire stop a questi rimuginii, altre perdite di energie: dedica un arco di tempo ristretto al rimuginio durante la giornata, sii consapevole dei danni che ti procura, concentrati sul qui ed ora, sul tuo presente, attiva il problem solving ed allena il pensiero creativo.
  6. Ripara le tue ferite emotive: quando sei preso nella morsa dell’invidia, rimani intrappolato in uno stato interiore che è simile a quello di un bambino arrabbiato o impulsivo, desideroso di “guastare i giochi” all’altro. Impara ad avere cura di questa parte di te, è una parte antica, risalente alla tua infanzia o adolescenza: ascolta il messaggio che ha da darti, non giudicarla, non punirla. Impara a fare da “genitore a te stesso” aiutando la tua parte bambina arrabbiata a crescere: sii gentile con lei, apprezza le sue qualità e mandale dei messaggi positivi come “Io credo in te”, “Mi fido di te”, “Sei capace di…puoi farcela a…”, “Io ti voglio bene così come sei”, “Sei OK”. In questo modo la tua parte bambina lascerà andare la rabbia accumulata e l’invidia distruttiva, si sentirà amata e rivitalizzata, avrà fiducia in se stessa e ti porterà con una rinnovata autostima a realizzarti nella tua vita.
  7. Questo processo di guarigione dall’invidia non è semplice: se soffri di un problema più serio, come quelli che ti ho citato sopra, o vedi che non riesci a liberarti dalla trappola dell’invidia da solo, considera di rivolgerti ad uno psicologo, che ha fatto della cura delle emozioni e delle relazioni la sua professione.

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CHE NOIA

“Che noia!”: quante volte ti sei trovato a dirti questa cosa sbadigliando guardando il soffitto? La noia ha diverse definizioni da vocabolario: da senso di fastidio e tristezza, all’inerzia, fino al tedio, quando l’esperienza della noia è più grave ed è mista al disgusto. La noia è uno stato di disinteresse o mancanza di energia, come reazione a stimoli che senti ripetitivi. Esattamente il contrario del divertimento! Nel Medioevo la noia era concepita come “accidia”, cioè assenza di cura e di interesse, secondo la visione cattolica, invece, l’accidia indica l’indolenza, cioè l’essere pigro nella ricerca del bene, l’accidia è considerata così uno dei sette peccati capitali.

Quando sei annoiato ti senti come sospeso, incapace di fare alcunchè, niente ti attrae o ti incuriosisce: non hai nessun “drive”, cioè nessuna motivazione. Ti senti incapace di prendere decisioni e i tuoi rapporti con il mondo esterno si sfilacciano: sei come distaccato dal mondo e pure da te stesso, hai persino una visione, anche se temporanea, negativa di te stesso. Non devi confondere la noia con altre emozioni che la accompagnano, quali la melanconia, il senso di vuoto, la rabbia, la tristezza e la frustrazione. La tristezza è spesso una compagna della noia, ma se la tristezza è l’emozione che insorge per una mancanza, una perdita, la noia è quell’emozione associata all’assenza di attrattiva.

Perchè ti annoi? Ti annoi quando ti trovi in una specie di pozzanghera emotiva: vorresti fare qualcosa di stimolante ed interessante per te ma non è possibile per varie ragioni. Non è depressione: in questo caso penseresti che non vale la pena attivarsi poichè per te non c’è nulla di interessante nella tua vita. Dal momento che la nostra mente di umani contemporanei è alla continua ricerca di stimoli, siamo motivati a fruire di informazioni, contenuti di vario genere, riempiamo la nostra mente di input, quando ci troviamo momentaneamente “a corto” di tali stimoli è molto probabile che precipitiamo in un penoso senso di noia. La noia cambia la percezione soggettiva del tempo: sembra che non passi mai e se, come succede alla maggior parte di noi, non siamo allenati a governare i nostri stati mentali, possiamo provare un disagio anche rilevante. Pare che la noia non sia sempre determinata da stimoli ripetitivi e monotoni, poichè puoi annoiarti anche quando ti trovi in un contesto pieno di stimoli e persone come una conferenza o una festa, o non ti annoi facendo determinati lavori monotoni. Se sei una persona particolarmente “incline” alla noia, e a quei vissuti correlati come il senso di vuoto, il disinteresse e la mancanza di piacere, sei più spesso di altri portato a ricercare stimoli nuovi ed intensi, anche trasgressivi, in grado di portarti esperienze ad alto impatto emozionale. E’ quello che si chiama Sensation Seeking (ricerca di sensazioni forti), vicino al concetto di Novelty Seeking (ricerca della novità). Si tratta di una caratteristica tipica di alcune persone che funzionano ad un livello di stimolazione più alto: se tale livello si abbassa oltre una certa soglia insorge la noia e queste persone sono spinte alla ricerca di nuovi stimoli che riportano ad un livello ottimale di gratificazione e “tono” energetico.

Che senso ha, quindi, la noia? Dal momento che il compito delle emozioni è quello di informarci se e quanto siamo vicini al raggiungimento dei nostri bisogni e scopi, la cosa da capire è che la nostra fondamentale motivazione a crescere, a sviluppare la nostra personalità e a muoverci in modo via via più efficace nel nostro ambiente: in base a ciò la nostra mente assegna una diversa importanza ai vari bisogni e scopi. Ti annoi, perciò, quando: hai tanti scopi presenti contemporaneamente tra i quali non sai scegliere perchè non sai stabilirne le priorità; quando hai già raggiunto un tuo scopo che è ora “saturo” e non ti dà più alcuna gratificazione; quando non hai degli scopi presenti in un dato momento, sei come “spento”; infine, quando ti trovi in una situazione che rende impossibile raggiungere il tuo scopo. L’aspetto sano della noia è di segnalarti che stai vivendo in una situazione, ambiente o circostanza carente di quegli stimoli che sono fonti di gratificazione e di novità, di inaspettato. Se non hai “appigli” sui quali creare, progettare, inventare nuove attività, non puoi soddisfare la tua principale motivazione che è quella di accrescere te stesso e la tua esplorazione dell’ambiente, perciò i tuoi riflessi rallentano, la tua attenzione cala e, inevitabilmente, sperimenti noia! Sei in stand-by, con le “pile scariche”.

Quando annoiarsi diventa un problema: la noia non è di per sè una malattia, finchè non si trasforma in un disagio fatto di mancanza totale di piacere, motivazione, fino alla depressione. Alcuni studi hanno dimostrato che un buon allenamento a gestire la noia può essere di gran beneficio nella cura e nella prevenzione delle ricadute di svariati disturbi psicologici, dal momento che un’incapacità di gestire questa emozione facilmente contribuisce ad innescare l’abuso di sostanze, abbuffate, discontrollo negli impulsi come giocare d’azzardo, iperattività sessuale. Se sei una persona più incline alla noia e non hai la capacità di governarla efficacemente è probabile che tu sia una persona che manca di consapevolezza di sè, ha scarsa autonomia, una bassa autostima, pochi progetti e scopi autonomi nella vita e tendenza a dipendere dagli altri. Noia, ansia, ostilità e depressione sono correlati, come pure ansia e impulsività. In alcuni casi, la noia fa parte di quei meccanismi insani che caratterizzano le relazioni interpersonali: si tratta di persone con disturbi della personalità. Se hai un disturbo Narcisistico, quando provi noia stai entrando in un meccanismo per cui ti senti tediato dagli altri insulsi che non ti riconoscono le tue capacità speciali. Se hai un disturbo Borderline, la tua noia è associata a quel senso di vuoto, di angoscia e di svalutazione di te stesso per cui ti senti abbandonato dagli altri. Se hai un disturbo Istrionico, provi noia quando senti di non essere visibile per gli altri, poichè non ricevi tutte le attenzioni che desideri per sentirti “vivo” ed attraente. Se hai un disturbo Dipendente, la tua noia segnala che non hai scopi e progetti autonomi: il tuo principale problema, infatti, risiede nel non poterli percepire se non stando in relazione con qualcun altro.

E’ importante, quindi, per te imparare a vincere la tua noia in modo sano. Per far questo puoi come prima cosa riconoscere la noia, distinguendola dalle altre emozioni, accettarla, comprenderla in relazione ai tuoi bisogni e scopi e metterla nei comportamenti più funzionali (per saperne di più sulla gestione delle emozioni vai qua: http://federicapianapsicologa.it/gestire-le-emozioni-un-percorso-in-5-step/http://federicapianapsicologa.it/imparare-gestire-le-emozioni-modalita-funzionali-disfunzionali/). Se ti rivedi nei casi in cui la noia ti sfugge di mano e diventa parte di una sofferenza più ampia, considera l’idea di rivolgerti ad un professionista, ad uno psicologo.

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Quando la rabbia diventa patologica

“Sono fuori di me dalla rabbia”: quante volte ti è capitato di trovarti in una situazione simile o di vedere altri in questo stato? La rabbia, come ho detto nei miei articoli (vai alla sezione del blog “Gestione delle emozioni”), è un’emozione normale e sana: possono non esserlo, però, le conseguenze delle modalità con cui vai ad esprimerla nel quotidiano. Soprattutto se si tratta di modalità impulsive, in cui non riesci a rimandare la gratificazione dei tuoi bisogni (“Voglio questa cosa e la voglio ora!”), o modalità esplosive. Se queste modalità fanno parte del tuo comportamento abituale, non sono perciò rare e dettate da circostanze molto serie, ma ti caratterizzano, è probabile che tu soffra del disturbo di personalità Borderline o Antisociale. Questi alti livelli di rabbia sono spesso da ricondurre a dei modi distorti di valutare la realtà e le intenzioni degli altri: puoi attribuire un’intenzione “cattiva” agli altri, o continuare a rimuginare sul torto che hai subito, ingigantendo la cosa, o puoi convincerti che la tua rabbia è così forte da non poterla tollerare pensando che ti schiacci del tutto. Se hai un disturbo di personalità Borderline o Antisociale, come ho scritto sopra, vivi imprigionato in una rabbia intensa, inadeguata al contesto ed incontrollata. Puoi viverla con un eccesso di permalosità, per cui non sai tollerare commenti sarcastici o “frecciatine” degli altri, con scoppi di rabbia improvvisi o con un quotidiano senso di ostilità. Se hai un disturbo Borderline, provi una rabbia intensa anche di fronte a situazioni che alla maggior parte delle persone non susciterebbe tale emozione. E’ probabile che provi rabbia per proteggerti da un senso di vulnerabilità o inadeguatezza dentro di te che non vuoi assolutamente esca allo scoperto e possa essere visto (e giudicato) dagli altri: volendo evitare tale senso di vulnerabilità, metti tra te e gli altri uno “scudo” fatto di rabbia ed ostilità che ti fa sentire, ma solo momentaneamente, forte e sicuro di te. Se soffri, invece, del disturbo di personalità Narcisistico, puoi avere difficoltà a riconoscere molte delle tue emozioni, ma essere molto, o troppo, a contatto con la rabbia: ti arrabbi quando senti che gli altri non ti capiscono in generale, non sanno apprezzare le tue doti “speciali”, non ti ammirano come tu desideri, quando crolla quel senso di importanza e specialità che avevi in precedenza in famiglia, col tuo partner o sul lavoro.

Quando non riesci ad esprimere adeguatamente la rabbia e la espelli con aggressività, puoi notare com’è frequente subirne gli effetti negativi nelle tue relazioni con gli altri, creando rotture e venendo visto come “una persona con la quale non si può parlare” o attraendo ritorsioni di vario genere. In questo modo la tua rabbia non viene “sfogata” in modo liberatorio, ma va ad accumularsi e tu puoi restarne imprigionato: covare troppa rabbia dentro di te ti rende rabbioso! Se soffri di rabbia cronica devi sapere che questo rappresenta un rischio reale per la tua salute, non solo psicologica, ma anche fisica: molti studi hanno dimostrato un’associazione elevata tra rabbia, aggressività e malattie cardiache, ipertensione e disturbi coronarici.

Ci possono poi essere altre circostanze in cui non riesci a modulare adeguatamente la tua rabbia: quando non sai esercitare un giusto controllo su di essa, se ti trovi in un momento di incertezza o vulnerabilità, vai a spostare il tuo tentativo di controllo sugli altri, attuando spesso modalità manipolative nelle tue relazioni (per saperne di più vai qua: http://federicapianapsicologa.it/3-spunti-per-una-comunicazione-efficace/ ). Se non sai trattenerti dal fare un’azione nociva per te o per gli altri, e questa è una modalità che ti accompagna di frequente, è probabile che tu soffra di un disturbo del controllo degli impulsi, quali il gioco d’azzardo, la cleptomania o la piromania ecc ecc. Non riesci a trattenerti, rimandando la gratificazione dei tuoi bisogni ad un momento più opportuno, ed agisci sulla spinta di un impulso che ti dà una ricompensa immediata: una forma di piacere, che può essere di vario tipo, che, purtroppo, altrettanto rapidamente svanisce.

Ci sono poi circostanze opposte: sei una persona che non esprime in nessun modo la propria rabbia perchè convinto che sia un’emozione sbagliata di per sè, inaccettabile, o che tu non ne abbia il diritto. Anche in questo caso sei portato a trattenere più del dovuto questa tua emozione e non puoi elaborare in modo fisiologico la tua rabbia: con il tempo è facile che reagirai a quelle situazioni in grado di innescare la tua rabbia con passività ed impotenza, anzichè esprimendo adeguatamentela motivando le tue ragioni. E’ questo il caso se soffri di depressione (per saperne di più vai qua: http://federicapianapsicologa.it/quando-la-tristezza-diventa-depressione-parte-prima/, http://federicapianapsicologa.it/quando-la-tristezza-diventa-depressione-parte-seconda/). Purtroppo, puoi non ricevere quel supporto e quella comprensione da chi ti circonda e trarne la conclusione che la tua rabbia non abbia ragione di esistere nè tantomeno di essere espressa: la realtà è che se non la esprimi mai non puoi renderti conto di quanto tu sia capace di gestirla, tollerarla ed usarla in linea con i tuoi bisogni. Ci sono poi altri casi, più rari, in cui agisci la tua rabbia in modo discontrollato, se soffri di Psicosi: una condizione piuttosto grave in cui puoi aggredire gli altri convinto che stiano complottando contro di te, vogliano aggredirti per primi, o perchè senti delle voci (allucinazioni uditive) che ti angosciano, commentano le tue azioni o ti inducono ad agire in determinati modi.

Non è vero che sei impotente di fronte alla tua rabbia: pensare che sia più forte di te, quasi come un “mostro” che ti comanda dall’interno e al quale ti senti costretto ad ubbidire, o che sia un Alter-Ego, cioè una parte della tua personalità di cui non hai controllo, è una visione distorta. Dato che è essenziale conoscere tutte le nostre emozioni, per capire cos’hanno da dirci dei nostri bisogni, dei nostri progetti, delle nostre motivazioni e relazioni con gli altri, la cosa più saggia da fare è evitare sia gli eccessi di rabbia, il cosiddetto “sequestro emozionale”, che la mancanza totale di espressioni di rabbia, il “blocco o congelamento emozionale”, ed imparare a comunicare in modo assertivo, senza vendicarti, ma dando pari valore e dignità a te stesso e agli altri.

Per gli altri articoli sulla gestione della rabbia vai qua: http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-gestire-la-rabbia-parte-prima/http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-gestire-la-rabbia-parte-seconda/

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Quando la tristezza diventa depressione

Quando la tristezza diventa depressione che cosa causa la depressione? Secondo la maggior parte degli studi scientifici questo disturbo può essere compreso nel suo esordio e decorso attraverso un’ottica globale che comprende i fattori biologici quali l’ereditarietà e la predisposizione genetica, i condizionamenti psicologici che hanno luogo già nell’infanzia in famiglia e il contesto sociale più ampio.

Non puoi, quindi, pensare di spiegare la depressione ricorrendo ad una causa unica: come tutte la malattie psicologiche, anche la depressione si basa sull’intreccio di più cause, di più fattori che si sovrappongono. Come per le cause, anche per le risorse, i cosiddetti fattori protettivi, vale la stessa cosa: puoi ammalarti di depressione se si sommano più cause, come puoi restarne immune se sei dotato di un insieme di risorse.

La predisposizione biologica: la depressione è una malattia che ha sia una componente genetica sia una tendenza a svilupparsi in seguito ai condizionamenti familiari che vivi, soprattutto nelle prime fasi della tua vita. E’ appurato che avere un familiare depresso, soprattutto se di primo grado come un genitore, aumenta di 4 volte il rischio di ammalarti di depressione.

A livello dei geni, vi è una caratteristica scientificamente rilevata: un gene trasportatore della serotonina (l’ormone della felicità) ha due versioni, quella corta e quella lunga. In chi sviluppa depressione è più probabile riscontrare la versione corta. La serotonina è un neurotrasmettitore fondamentale per la regolazione dell’umore: una scarsa funzionalità di questo neurotrasmettitore è coinvolto nella depressione.

Come già detto, però, non basta possedere la versione corta e più “sfortunata” del gene trasportatore della serotonina, sono necessari eventi avversi o traumatici, soprattutto nelle prime fasi di vita: se questi eventi si verificano ed hai questa caratteristica genetica è molto più probabile che ti ammali di depressione.

Ciò accade perchè il tuo patrimonio genetico da solo non ha il potere di determinare “il tuo destino”: è l’intreccio con gli eventi di vita, negativi o positivi, a plasmare il tuo sistema nervoso tracciando vie neurali caratteristiche e producendo esiti poi visibili nel tuo comportamento.

Tra i fattori biologici non vi è solo l’ereditarietà, ma anche le variazioni ormonali (del testosterone negli uomini e degli estrogeni nelle donne, nella pubertà o in menopausa, della tiroide). Inoltre, malattie fisiche come l’ictus (per i possibili danni che può produrre al sistema nervoso) e la produzione eccessiva di cortisolo come reazione corporea allo stress rappresentano ulteriori fattori di rischio per la depressione.

Un eccesso di cortisolo è davvero un nemico per la tua salute psichica e fisica, poichè riduce la serotonina ed altre molecole del benessere, fa perdere concentrazione e abbatte le difese immunitarie. Dati i rischi a cui ti espone una iperproduzione, soprattutto cronica, di cortisolo, devi sapere come inquadrare e gestire correttamente i fattori di stress e rispondervi con equilibrio. Per saperne di più vai agli articoli nella sezione “Gestione dello stress” di questo blog.

I fattori psicologici: molti anni fa lo psichiatra americano Aaron T. Beck ha individuato tre caratteristiche tipiche della psicologia della persona depressa. Si tratta di una visione negativa di te stesso, del mondo e del futuro.

Ti concepisci in termini negativi, ti senti inadeguato, “difettoso o sbagliato”, fino a non sentirti amabile, cioè in diritto di essere amato per come sei. In secondo luogo, percepisci il mondo come un luogo ostile, popolato da persone oppressive ed esigenti alle quali non puoi rispondere adeguatamente, senti le tue azioni come fallimentari poichè ogni obiettivo pare irraggiungibile, le tue relazioni esitano in conflitti, rotture e distacchi.

Infine, prevedi che il tuo destino resterà immutato, ti prefigura un futuro cupo e senza speranza di poter realizzare sogni e propositi. Hai anche dei tipici modi di interpretare le informazioni che contribuiscono a mantenere la malattia: pensi in modo assoluto, del tipo “tutto bianco o tutto nero”, senza variazioni, in modo moralistico e perentorio.

Tipiche frasi possono essere: “Sono e sarà sempre un fallito/perdente”, “La mia vita fa schifo e niente cambierà”, “Se stavolta mi è andata bene è stato solo un colpo di fortuna”. Inoltre, sei portato a trarre conclusioni dalle situazioni senza avere prove, in modo arbitrario e ti focalizzi solo sugli aspetti negativi delle situazioni sminuendo quelli positivi.

Hai un’idea di te negativa a livello profondo, ti senti indegno e non amabile, percezione che non può che portarti alla solitudine e alla perdita, prima o poi. Per scongiurare il verificarsi di questa cattiva sorte fai enormi sforzi per guadagnarti stima, ammirazione ed affetto: ottieni risultati brillanti a scuola, nelle discipline competitive (arte, sport e musica), ti costruisci una carriera invidiabile.

Il tuo motto è: “Solo se sarò bravo in qualcosa allora sarò amato”: quando poi accadono eventi come lutti, separazioni o perdite finanziarie, è molto probabile che “il castello” che ti sei costruito si incrini fino a disintegrarsi, rivelando la vulnerabilità sottostante, cioè la concezione di te profondamente negativa di indegnità e non amabilità, scatenando la depressione.

I fattori familiari e sociali: molti studi riportano che, all’origine della depressione, ci sia una notevole sofferenza nell’infanzia. Si parla di trascuratezza, freddezza nel senso di mancanza di contatto fisico ma anche di vicinanza e supporto emotivi, solitudine.

E’ frequente osservare nella storia familiare un lutto significativo in seguito al quale tu, da bambino non hai potuto avere vicino un adulto molto premuroso ed attento, oppure hai avuto genitori molto attenti “a non farti mancare niente” dal punto di vista materiale, trascurando completamente il lato della comunicazione, dell’empatia e dell’emotività. Altra situazione frequente è quella in cui hai dovuto occuparti di un genitore affetto da una malattia psichica o fisica, tale per cui si verifica l’inversione dei ruoli. sei stato tu bambino ad occuparti del benessere del genitore e non viceversa.

In tutti i casi vieni incoraggiato a ricercare il successo, i risultati, a discapito del contatto emotivo genuino: apprendi che devi meritarti continuamente l’affetto attraverso i tuoi sforzi, le tue performance. Con queste basi, tu, bambino “candidato alla depressione” cresci sminuendo i tuoi bisogni emotivi, mantenendo una certa distanza nelle relazioni, mostrando apparente distacco e freddezza: tutto allo scopo di scongiurare ulteriori delusioni e perdite qualora ti permettessi di esprimere i tuoi bisogni.

Infine, un’evenienza da non trascurare è quando cresci con un genitore depresso: puoi avere in te quindi sia una parte ereditaria sia subire quei condizionamenti inevitabili proprio perchè vivi nello stesso ambiente. Un genitore depresso non è bravo a sintonizzarsi sui tuoi bisogni emotivi, perciò vieni trascurato e ti senti apprezzato solo quando fai qualcosa per il genitore in difficoltà: sei un bambino che cresce troppo in fretta, dimostrando capacità di cavartela e di risolvere problemi fuori dal comune, ma che cresci con l’idea patogena di non poter essere accettato ed amato per chi sei ma solo per quel che fai.

Lo stress: lo stress si definisce positivo, o eustress, quando fornisce nuovi stimoli che ti portano ad uscire dalla zona di comfort e a creare nuove opportunità, c’è anche lo stress negativo, o distress, che può danneggiare anche seriamente la tua salute di mente e corpo. (Ricordo che se sei interessato a conoscere meglio lo stress trovi articoli nella sezione “Gestione dello stress” in questo blog).

Quando la situazione che ha provocato lo stress termina, mente e corpo tornano in equilibrio: le cascate di ormoni cessano, i tuoi apparati riprendono il loro normale funzionamento.

In caso di distress cronico non c’è questo ripristino: l’asse dello stress ipotalamo-ipofisi-surrene resta attivato e rilascia un eccesso di cortisolo che, come si è visto, produce danni tra i quali anche la morte di neuroni in determinate parti del cervello, come quelle deputate alla memoria (l’ippocampo).

Si è visto che la maggior parte degli episodi depressivi si scatena in seguito a situazioni di stress che ti valuti incapace di fronteggiare e che sopraffano, perchè molto intense o prolungate, le tue capacità di adattamento e le tue risorse..

Leggi gli articoli correlati: http://federicapianapsicologa.it/quando-la-tristezza-diventa-depressione-parte-prima/, http://federicapianapsicologa.it/la-tristezza-conoscerla-per-gestirla/

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Quando la tristezza diventa depressione

Come capire se la tua tristezza è diventata depressione? Negli ultimi manuali usati dai professionisti della salute mentale vengono classificati diversi tipi di depressione: in questo articolo voglio parlarti di quelli riscontrati più di frequente. Si tratta della depressione maggiore, della depressione persistente e del disturbo da disregolazione dell’umore dirompente. Vi sono poi i disturbi bipolari, che costituiscono una categoria a parte e che non tratterò in questo articolo.

La differenza tra una semplice tristezza e l’inizio della depressione è una questione di intensità, durata e frequenza dei sintomi. Si parla di depressione quando si crea una situazione che procura conseguenze negative su vari ambiti della tua vita, quando i sintomi durano per un tempo più lungo di due mesi, quando ci sono antecedenti nella tua storia familiare e dinamiche che si ripetono, quando il tuo umore è basso per la maggior parte del tempo, quando le capacità di concentrazione e memoria risultano seriamente compromesse, come pure i tuoi livelli di energia fisica, il ritmo sonno-veglia (insonnia o ipersonnia) e l’alimentazione (forte perdita o forte aumento di peso) e tutti questi elementi si ripercuotono negativamente in modo globale sulla tua salute. La depressione è una malattia che coinvolge tanto la mente quanto il corpo: è una malattia psico-biologica, poichè i sintomi interessano la sfera delle emozioni, dei pensieri, delle capacità mentali quanto la parte corporea, nello specifico i sistemi endocrino, nervoso ed immunitario. Quando sei in depressione vera e propria perdi molte delle tue facoltà: sei inabile al lavoro, ti ritiri dalla vita sociale, divieni incapace di portare avanti semplici compiti quotidiani e perdi interesse nella maggior parte delle cose che prima procuravano piacere. Alcuni miti da sfatare: se sei in depressione non sei “svogliato”, “fannullone”, “lamentoso”, “svampito”, hai una malattia seria, non riesci da solo a tirarti fuori da questa condizione davvero invalidante, non ti basta la sola “forza di volontà” e il supporto di familiari ed amici. Necessiti di un aiuto, anzi, di una presa in carico professionale che preveda un approccio sia farmacologico sia psicologico.

La depressione maggiore è la condizione più grave che compromette molto il tuo stato di salute generale, si presenta con episodi gravi ma di breve durata (almeno 2 settimane); mentre la depressione persistente è un tipo di depressione meno grave ma di maggiore durata (almeno 2 anni), quella che nel linguaggio popolare viene chiamata “esaurimento nervoso” che consiste in una continua vulnerabilità emotiva con sbalzi di umore, tristezza, pianto e sintomi corporei. Non pensare che la depressione persistente, solo perchè più lieve, sia da sottovalutare: se non la prendi in carico può compromettere seriamente la qualità della vita. Nel disturbo da disregolazione dell’umore dirompente la caratteristica centrale è la rabbia, emozione presente nella depressione in generale. Ma in questo caso è quell’emozione più visibile che va a coprire la tristezza, il dolore e le altre emozioni presenti: la tua rabbia può essere diretta sia verso gli altri, con scoppi anche improvvisi fino ad azioni aggressive, sia verso te stesso. I quadri descritti rientrano nei disturbi veri e propri: tuttavia ci sono molte forme ancora più lievi ma estremamente comuni. Sono delle forme non diagnosticabili ma che possono portare comunque un peggioramento nella qualità della vita: si tratta di condizioni di marcata e persistente tristezza, nervosismo o agitazione, sbalzi di umore cronici. Quanto agli antecedenti nella storia familiare delle persone che poi si ammalano di depressione, si ritrovano di frequente lutti nell’infanzia, in seguito ai quali da bambino, oltre al dolore per la perdita, ti ritrovi sprovvisto di un adeguato sostegno poichè gli adulti sono sopraffatti dal loro dolore e non sono in grado di occuparti emotivamente di te. Vivi di frequente una dolorosa solitudine che ti porta a sviluppare precocemente il senso di responsabilità e l’autosufficienza: impari a cavartela da solo nella cruda realtà e dimentichi la spensieratezza tipica dell’infanzia. Crescendo, se hai la predisposizione alla depressione, sei un ragazzo responsabile, riflessivo, autonomo, a volte solitario ed impegnato nello studio o in altre attività dove riporti elevati risultati. L’ambiente familiare in cui vivi ripone alte aspettative su di te: impari che per ottenere l’amore dei tuoi cari devi rispondere alle loro aspettative. Si parla di amore condizionato: “Se sarò bravo (nello studio, nello sport, nella musica) sarò amato”, senti di non poter essere amato se ti mostri per la persona che sei, ma per i risultati che riporti. Quando poi accade qualcosa che rompe questo equilibrio senti di non poter ricevere più l’amore degli altri e pensi “Tutto è inutile, è destino che non possa essere amato, ogni sforzo è vano”. Da qui la depressione.

Un’ultima cosa va detta in merito ad una cosa che riguarda la depressione: il rischio di suicidio. Un mito da sfatare è che porre delle domande dirette se sei depresso ti può inculcare il pensiero del suicidio: se non hai di questi pensieri rispondi comunque volentieri capendone il senso, se hai pensieri sulla morte ti senti molto sollevato e capito nella tua sofferenza, senti che l’altro è interessato ad aiutarti senza ignorare questi pensieri. I pensieri sulla morte devono assolutamente essere presi in considerazione: ancora di più se sono frequenti e se si accompagnano a reali intenzioni o comportamenti, o se ci sono precedenti tentativi di suicidio o gesti auto-lesivi.

Nella seconda parte approfondirò le cause della depressione e darò qualche spunto sulle cure possibili: la depressione è una vera e propria malattia e va presa in carico in modo professionale. Ma ne puoi uscire e riappropriarti della tua serenità e della tua vita. Vai qui: http://federicapianapsicologa.it/quando-la-tristezza-diventa-depressione-parte-seconda/

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I PILASTRI DELL’ANSIA PATOLOGIA

Come anticipato nel precedente articolo, in questa seconda parte ti illustro i processi e gli errori di pensiero patologici che alimentano i pilastri dell’architettura generale dei disturbi d’ansia, di cui determinano la genesi e il mantenimento. I processi patologici del pensiero sono delle dimensioni più ampie, trasversali, mentre gli errori del pensiero, cosiddetti “bias”, per l’appunto errori, sono più circoscritti e specifici.

I processi patologici del pensiero nei disturbi d’ansia sono:

  • Estremizzazione degli scopi di vita: presenti degli obiettivi generali nella tua vita, detti scopi, che hanno caratteristiche estreme e non prevedono sfumature intermedie accettabili.
  • Errore (meta)cognitivo: non percepisci l’emozione provata, l’ansia innanzitutto, come un segnale che un tuo scopo importante (o un tuo bisogno) è in pericolo (“Se provo nausea, capogiro, formicolii o batticuore mentre entro in aula per fare l’esame significa che sto provando ansia dato che è in pericolo il mio scopo di fare una bella figura davanti al professore ed ottenere un buon voto”), ma come l’avverarsi dello scenario temuto, la conferma della paura che le cose stanno andando male (“Se provo queste sensazioni corporee mentre entro in aula per fare l’esame significa che sto davvero impazzendo, perdendo il controllo di me, dimostrando che sono inetto e sicuramente fallirò all’esame”).
  • Memoria ed attenzione selettive: presti attenzione e tendi a ricordare solo quegli elementi che confermano le tue paure attraverso un monitoraggio o “scanner” dell’ambiente, delle cose e delle persone e un’operazione di “rewind” nella tua memoria.
  • Evitamento: cerchi di evitare più che puoi le situazioni che temi, può trattarsi di cose, luoghi, persone, pensieri ed emozioni persino (fobia delle emozioni), senza renderti conto che in questo modo non puoi disconfermare la tua paura che si verifichi lo scenario o la catastrofe temuti in quelle determinate situazioni.

Gli errori del pensiero nei disturbi d’ansia sono:

  • Pensiero “tutto o nulla”: rientra nella modalità del pensare “tutto bianco o tutto nero”, concepisci lo scopo desiderato in un certo ambito, ad esempio in quello affettivo “Voglio avere una bellissima storia d’amore”, come l’unico accettabile, al di fuori del quale vi è lo scopo opposto, percepito in termini catastrofici, “Se non riesco a vivere una bellissima storia d’amore sono destinato alla solitudine e all’infelicità totale”.
  • Ipergeneralizzazione: trai conclusioni generali e negativi sulla base di un singolo evento. In ambito affettivo, ad esempio, “Se quella/quel ragazza/o non mi dà attenzione significa che non sono interessante e resterò solo ed emarginato.”
  • Lettura del pensiero: attribuisci agli altri modi di vedere le cose che in realtà appartengono a te stesso, basandoti su una specie di “intuito” mancante di prove ed osservazioni concrete.
  • Svalutazione del positivo: non dai importanza agli elementi positivi, cioè discordanti con le tue previsioni negative degli eventi. Sei così portato a non credere e a respingere eventuali complimenti ed apprezzamenti da parte degli altri, pensando che si tratti di “buone maniere” o, peggio, di menzogne, manipolazioni per secondi fini o commiserazione.
  • Riferimento al destino: modalità magico-superstiziosa secondo cui ritieni che gli eventi negativi temuti si verifichino per l’intervento di forze misteriose o soprannaturali, per cui il tuo destino e quello degli eventi è già scritto (in termini negativi).
  • Ragionamento emozionale: giustifichi le tue paure sulla base dell’emozione che provi. Nel senso che, se vedi di stare provando ansia, dai per certo che c’è un grave reale pericolo, se vedi di stare provando rabbia, dai per certo che stai subendo un torto o un’ingiustizia, secondo la modalità “Se mi sento così allora significa che è vero”.
  • Doverizzazioni: ragioni e ti esprimi con termini quali “devo”, “dovrei”, “si deve”, “bisogna”, esigendo da te stesso, dal mondo e dagli altri certe condizioni o comportamenti, al di fuori dei quali immagini esiti negativi. Ne sono esempi: “Devo sempre fare….ottenere….raggiungere….altrimenti”, “Gli altri (i miei genitori, il mio partner, il mio amico, il mio capoufficio) devono trattarmi così….altrimenti”, “Le cose devono andare come dico io altrimenti…

Se non lo hai letto, ecco qui l’articolo con la prima parte: http://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-prima-parte/

Per ulteriori approfondimenti sui meccanismi dell’ansia ecco qua i link agli altri articoli: http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-superare-lansia-parte-prima/http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-superare-lansia-parte-seconda/http://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-prima/http://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-seconda/

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I PILASTRI DELL’ANSIA PATOLOGICA

In questo articolo voglio parlarti di quelli che chiamo “i pilastri” dell’ansia patologica, quegli elementi fondanti i veri e propri disturbi d’ansia che riscontro frequentemente nella mia pratica quotidiana e non solo. I problemi di ansia sono, di fatto, tra i più diffusi e non sempre chi ne è affetto decide di rivolgersi ad uno psicologo per ottenere un aiuto professionale: è più frequente osservare il ricorso al medico curante per ottenere prescrizioni di ansiolitici, l’utilizzo di rimedi cosiddetti “naturali” autonomamente acquistati in farmacia, parafarmacia o, talvolta, su siti Internet.

La letteratura scientifica indica chiaramente alcuni pilastri dell’architettura patologica dell’ansia, che svolgono un ruolo cruciale nella genesi e nel mantenimento dei disturbi d’ansia. Eccoli elencati di seguito:

  1. Timore sproporzionato del danno e tendenza a previsioni negative: si tratta del pensiero catastrofico, vale a dire la tendenza a prevedere un’ampia gamma di eventi e conseguenze negative basandoti su situazioni quotidiane. Vedi il pericolo insito in moltissime eventualità negative come qualcosa di inevitabile, drammatico e irreparabile.
  2. Autovalutazione negativa: ha a che fare con l’autostima che in te, se hai un disturbo d’ansia, è notoriamente scarsa. Vai ad attribuire il verificarsi degli eventi negativi ad una valutazione negativa sia delle tue capacità pratiche (“Non so fare questa o quella cosa, non so cavarmela da solo”) che delle tue capacità di autocontrollo emotivo e di recupero nelle situazioni problematiche (“Non so gestire/controllare le mie emozioni di fronte ad un problema nè sono capace di uscirne immune”).
  3. Intolleranza dell’incertezza: credi di non poter sopportare emotivamente il non sapere perfettamente come potrebbero andarti le cose, il dubbio che tra gli eventi futuri ce ne possa essere qualcuno spiacevole, anche se poco probabile, o ritenere molto più probabili gli esiti negativi degli eventi a discapito di quelli positivi, anche se, paradossalmente, più probabili.
  4. Paura di sbagliare e perfezionismo patologico: ti concentri eccessivamente sugli errori e le imperfezioni nelle tue azioni o prestazioni e ritieni che tali errori siano indice di un sicuro fallimento o, persino, di una catastrofe personale.
  5. Bisogno di controllo: senti di dover ricercare in modo assoluto la certezza che le cose vadano nel modo che desideri, non rendendoti conto che tale certezza è irrealistica e illusoria. Al fine di prevenire l’avverarsi delle conseguenze catastrofiche temute e costantemente oggetto dei rimuginii, monitori, come avessi uno “scanner” o una “lente di ingrandimento”, e manipoli le situazioni, le cose e le interazioni con gli altri per mantenere il controllo. Ne sono esempi il controllo sul peso, sulla massa muscolare, sul cibo, sullo smartphone (notifiche, social media…), sull’ordine e la pulizia ecc ecc.
  6. Intolleranza alle emozioni: appari spaventato dal mondo emozionale in generale. Puoi sentirti minacciato e disorientato anche da emozioni piacevoli, o perchè le interpreti come segnali del possibile arrivo di notizie ed eventi negativi, o perchè convinto che le emozioni in generale siano segnali di debolezza (mancanza di autocontrollo) o immaturità.
  7. Eccessivo senso di responsabilità: tendi ad attribuire a te stesso la responsabilità, spesso totale, del verificarsi degli eventi spiacevoli o molto dannosi oggetto delle tue paure e rimuginii. Situazione osservabile tipicamente nel disturbo ossessivo-compulsivo o DOC.

Nel prossimo articolo illustro i processi e gli errori di pensiero più comuni nei disturbi d’ansia coinvolti nella genesi e nel mantenimento dei disturbi d’ansia. Vai qua: http://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-seconda-parte/

Vai qua per gli altri articoli a tema “ansia”: http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-superare-lansia-parte-seconda/http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-superare-lansia-parte-prima/

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