Che cos’è l’ansia da prestazione?

L’ansia da prestazione è quella forma di ansia che ha a che fare con la difficoltà di relazionarsi a situazioni che non sono sotto il nostro controllo e si intreccia a doppio filo con le aspettative che creiamo a riguardo. C’è da dire che la nostra epoca storica ci sottopone costantemente ad alte aspettative, a standard rigidi e inflessibili, talvolta davvero elevati, spropositati. L’epoca in cui viviamo, intrisa di tecnologia e di rapidi mutamenti, ci richiede di esprimere le nostre capacità e talenti al massimo, ci richiede spesso di essere i primi, i migliori, unici nell’eccezionalità piuttosto che nella normale diversità e peculiarità di ognuno. Sembra che l’imperativo sia proprio quello di scalare le vette e conquistare primati, aggiudicarsi il primo posto nel podio di non si sa bene che cosa.

Capisci facilmente come l’ansia da prestazione riguardi realmente tutti quegli ambiti della vita dove vigono dinamiche basate sulla competizione: ovviamente la scuola, forse il primo ambiente dove il bambino si va a trovare e deve rientrare in un sistema fatto di voti, e poi le relazioni sociali, gli hobby del tempo libero, la vita di coppia e la sessualità, ambito dove forse più di ogni altro si parla di ansia da prestazione. Volendone dare una spiegazione sintetica, l’ansia da prestazione consiste in una pressione verso i risultati, cioè in una infondata ed eccessiva preoccupazione relativa a una prestazione che dovrai fare, o “risultati da produrre e dimostrare”.

Le cause

Viviamo in un’atmosfera caratterizzata dall’ossessione per il risultato e dal bisogno, indotto, di eccellere in tutto. Se da una parte sentiamo giusto aspirare ad una carriera importante, dall’altra vogliamo una vita affettiva ricca e mai piatta, abbiamo l’anelito a interessi ed hobby “instagrammabili” e cerchiamo di costruire un’immagine sociale invidiabile. Da tutto questo non è possibile uscire indenni: un clima pervasivo e costante di pressione verso il risultato, ci fa sentire sempre sottoposti al giudizio e alla valutazione, non solo degli altri, ma anche di noi stessi. E da questa pressione scaturisce l’ansia da prestazione, di cui non esiste un vero e proprio disturbo codificato nei manuali diagnostici di medicina e psicologia, come il DSM 5, ma è comunque un fattore di rischio per l’esordio e il mantenimento di vere psicopatologie.

I sintomi più noti

Si tratta dei sintomi che accomunano gli altri disturbi d’ansia, quindi la confusione mentale, la tensione, il nervosismo e l’irritabilità, la sudorazione profusa, i tremori, la tachicardia, le difficoltà di memoria e concentrazione, la nausea e il calo dell’appetito. Questi sintomi possono essere presenti per la maggior parte del tempo ma solitamente si concentrano e si acuiscono all’avvicinarsi della temuta prestazione, come un colloquio di lavoro, una verifica a scuola, ma anche un appuntamento con una persona che ti piace, un’uscita in un nuovo gruppo, persino un incontro intimo con il tuo partner. Se l’ansia da prestazione raggiunge e supera una data soglia, e va a sommarsi a rimuginio, tentativi disfunzionali di gestire le proprie emozioni, come attività scacciapensieri, o evitamenti delle situazioni che generano ansia e che riguardano le prestazioni, può configurarsi un quadro più complesso, come un disturbo d’ansia vero e proprio, come la fobia sociale, il disturbo di panico o l’agorafobia, e un disturbo dell’umore, come la depressione maggiore o la distimia. Dal momento che ogni area della vita che percepisci soggetta al giudizio, alla valutazione, può essere fortemente compromessa dall’ansia da prestazione, è probabile che sperimenti un sottofondo di tensione, allerta e preoccupazione duraturi, che ti mortificano e deprimono la tua energia vitale e le tue iniziative.

Nel bambino e nell’adolescente, l’ansia da prestazione riguarda tendenzialmente l’ambiente scolastico. E’ fondamentale in questi casi rivolgersi a uno psicologo psicoterapeuta che si occupi di inquadrare la situazione specifica e la sintomatologia del bambino e, facendo un lavoro di squadra con la sua famiglia, accompagni tutto il sistema familiare alla comprensione e alla risoluzione del disagio del bambino, anche correggendo modalità di interazione e di comunicazione disfunzionali. Per quanto sia il bambino colui o colei che porta il disagio, è essenziale la collaborazione dell’intera famiglia, poiché il bambino o l’adolescente si giova moltissimo del supporto e della vicinanza emotiva degli adulti di riferimento. Quindi, se per il bambino si parla di ansia da prestazione nella scuola (e talvolta anche nello sport), per l’adulto si parla sicuramente dell’ambito lavorativo, dove spesso non c’è un’attenzione al benessere organizzativo e alla soddisfazione dei lavoratori, ma circola un’atmosfera che richiede alti standard, corse e rincorse. C’è poi l’ambito delle passioni e degli interessi, come abbiamo visto, anche un ambito come questo, che sembra innocuo e spoglio delle pressioni, purtroppo non lo è: se a livello amatoriale il dilettante prova imbarazzo o si vergogna perché non si sente all’altezza di praticare certi esercizi fisici, a livello agonistico l’atleta può incappare in delle empasse di fronte alle sue prestazioni sportive. In questi casi è molto utile la figura dello psicologo dello sport, che affianca l’atleta nella preparazione sportiva e lo supporta nell’approcciarsi alle situazioni ansiogene, servendosi anche di tecniche di consapevolezza, concentrazione e rilassamento psico-corporeo, quali il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson e il Training Autogeno di Schulz.

L’ansia da prestazione può riguardare anche il contesto delle relazioni sociali in generale: si chiama ansia da prestazione relazionale. In questo caso la persona va costantemente alla ricerca di segnali di approvazione e affetto da parte degli altri, prodigandosi in azioni che dimostrino il suo essere all’altezza di determinati compiti e situazioni. L’autostima di una persona con quest’ansia da prestazione subisce duri colpi quando riceve giudizi negativi, mentre si accresce solo in situazioni sentite come benevole e accoglienti, quando la persona si sente accettata e apprezzata.

Vi è poi un ambito che ti voglio accennare, dove è presente a volte in modo massiccio l’ansia da prestazione, ed è la sfera sessuale. E’ un’utopia pensare che l’intimità sia un posto etereo colorato di rosa dove è tutto bellissimo, per molte persone, soprattutto uomini, l’intimità fisica è un’arena dove dimostrare alti standard e dare prova di sé ai massimi livelli. Quando l’ansia da prestazione colpisce la donna riguarda più che altro l’avvenenza fisica piuttosto che la prestanza, quindi la donna si può tormentare circa la propria adeguatezza o meno rispetto agli standard di bellezza attuali che propongono figure esili da una parte e con curve prorompenti dall’altra. L’uomo spesso prova la paura di deludere le aspettative della propria partner (in una coppia eterosessuale) e quest’ansia, se, come si è visto, supera una data soglia, può sfociare in una difficoltà concreta di abbandonarsi al piacere, di concedersi l’esperienza globale della sessualità che non è fatta solo di vigore muscolare durante la penetrazione, ma di tenerezza, fantasia, gioco, sperimentazione e complicità. Se l’uomo si porta appresso questa forte ansia da prestazione può veder calare molto il desiderio sessuale, come pure l’appagamento generale nel sesso, e rifuggire più o meno totalmente l’intimità, proprio al fine di evitare di rivivere la stessa pressione verso la prestazione e avere la conferma di non essere o non dare abbastanza.

Le cure migliori

Quanto alle cure per l’ansia da prestazione, serve che la persona, come primo passo, riconosca di avere un problema e richieda l’aiuto di un professionista, uno psicologo psicoterapeuta come me, che possa inquadrare la sua situazione e avviare un percorso ritagliato sulle sue esigenze. La psicoterapia è il trattamento ideale, perché conduce la persona fuori dal tunnel dell’ansia patologica, garantendo dei tassi di ricaduta molto inferiori ai trattamenti solo farmacologici, a base di ansiolitici e antidepressivi. Questo accade perché il farmaco agisce velocemente sui meccanismi biochimici che producono la reazione ansiosa, ma non insegna niente alla persona. L’effetto controproducente del farmaco è che manda un messaggio negativo alla persona: è come se le dicesse che è incapace, che l’unica cosa che può fare è assumere il farmaco. Con la psicoterapia, invece, la persona ha l’occasione di apprendere tante cose su di sé, di conoscere il proprio disturbo, il suo significato e la sua collocazione nella propria storia e nel proprio funzionamento generale. Puo’ disimparare i meccanismi nocivi che contribuiscono al malessere e imparare come ridurre i sintomi, come gestire i propri stati mentali, quali le emozioni, i pensieri, i bisogni e modificare i propri comportamenti. Non sono assolutamente contraria all’utilizzo dello psicofarmaco, ma ritengo che debba essere attentamente valutata la situazione specifica della persona e vada prescritto solo dal medico specialista, lo psichiatra. Tuttavia, è essenziale che la persona comprenda che il miglior aiuto che può darsi non è esterno, ma interno, sono cioè le sue risorse passate e competenze.

Quando lavoro con una persona che soffre di ansia da prestazione le spiego come funziona l’ansia dal punto di vista tanto fisico quanto psicologico, la differenza tra l’ansia normale e adattiva e quella, invece, patologica. Le illustro i meccanismi di rinforzo e quelli di estinzione dell’ansia, vale a dire come l’ansia va ad alimentarsi e come può diminuire fino a rientrare in fisiologia e scomparire. Ricostruiamo insieme la storia del suo problema, i conflitti irrisolti e le dinamiche relazionali che hanno dato origine al problema e che lo mantengono in vita tuttora, come l’evitamento delle situazioni ansiogene fonti di possibili giudizi. La aiuto a capire quali sono le convinzioni limitanti che altro non fanno che alimentare la sua ansia, allo scopo di creare pensieri più flessibili e salutari, le insegno metodi di consapevolezza e rilassamento utili ad abbassare l’attivazione corporea (quali il Training Autogeno, leggi l’articolo introduttivo qui: https://federicapianapsicologa.it/training-autogeno-schultz/), e la guido a guadagnare punti di libertà nelle situazioni relazionali e non solo precedentemente evitate aiutandola a potenziare le proprie abilità comunicative. Fondamentale è lavorare sul tema del controllo: solitamente l’ansioso si contraddistingue per un altissimo bisogno di controllo e puntualmente rimane deluso dal non riuscire ad esaudirlo, poiché si scontra con la dura realtà. Guido la persona a comprendere che fondamentale è concentrarsi sul creare un processo virtuoso, cioè creare le condizioni giuste per aumentare le probabilità di arrivare ai suoi obiettivi, riconoscendo al contempo i propri limiti e accettando che non tutto è sotto il suo controllo, poiché moltissime sono le variabili in gioco e la persona deve demolire la credenza radicata di poter e dover controllare tutto e tutti, come in una fantasia di onnipotenza. Lavoro con la persona per condurla ad accettare i rischi di commettere errori e di fallire, riformulando il concetto di fallimento come un qualcosa di possibile e tollerabile e che, soprattutto, non va a minacciare l’identità della persona, o a distruggerne l’autostima. Perché il fallimento non dovrà più essere una falce inesorabile che conferma la percezione di essere una persona di scarso valore intrinseco. Essenziale, infatti, è sostenere la persona nel costruire una rappresentazione di se stessa più sana ed equilibrata, con un’autostima forte e con risorse adeguate a far fronte alle evenienze negative della propria vita.

Ecco altri articoli dove ti faccio una panoramica completa dell’ansia patologica: https://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-prima-parte/https://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-seconda-parte/

Mentre questi sono articoli utili a capire il fenomeno del rimuginio, pilastro di tutti i disturbi d’ansia: https://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-prima/ https://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-seconda/.

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Che cosa sono le fobie?

Le fobie sono paure eccessive, paure sproporzionate rispetto a qualcosa che non rappresenta un reale pericolo, ma che tu percepisci come tale e che ti procura uno stato d’ansia immotivato e incontrollabile. La fobia, dunque, è una paura persistente relativa a una specifica cosa. Se soffri di fobie, infatti, sei sopraffatto dal terrore di entrare in contatto anche accidentalmente con ciò che temi: un ragno o un serpente, le altezze, il sangue, i luoghi chiusi oppure aperti etc. Quando questo malauguratamente accade, nonostante tutti i tuoi tentativi di evitarlo, vai a sperimentare un corteo di sintomi fisici che sono quelli tipici dell’ansia, vale a dire: tachicardia, vertigini, peso al petto e chiusura alla bocca dello stomaco, nausea, dolori addominali, difficoltà respiratorie, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Ovviamente, tali manifestazioni ansiose si verificano solo alla vista della cosa, animale o situazione temuta o al pensiero di poterla vedere.
Se soffri di fobie specifiche sei sostanzialmente una persona ansiosa, nel senso che tendi a preoccuparti molto, a rimuginare e soprattutto a evitare le situazioni trigger, cioè quelle fonte di paura, ma alla lunga questo meccanismo diventa una vera e propria trappola. Infatti, l’evitamento non fa altro che confermare la pericolosità della situazione evitata e spiana la strada all’evitamento successivo. Si va a creare, così un circolo vizioso, che da una parte ti porta a demolire la fiducia nelle tue capacità e dall’altra compromette le tue relazioni sociali, perché pur di evitare la cosa temuta sei pronto a rinunciare a una serata tra amici, alle vacanze e ad altre attività, interessi e opportunità. Ad esempio se hai la fobia degli aghi e delle siringhe puoi rinunciare ai controlli medici; se hai paura dei piccioni non vai nelle piazze, se temi i cani e i gatti, eviterai di entrare nelle case dei tuoi amici e parenti.

Classificazione delle fobie

Esistono due tipologie di fobie, le fobie generalizzate, come l’agorafobia, cioè la paura degli spazi aperti, e la fobia sociale, la paura di esporsi in pubblico, e le fobie specifiche, che possono essere:

  • Tipo situazionale. Nei casi in cui la paura viene elicitata da una situazione specifica, come trovarsi nei trasporti pubblici, in tunnel, ponti o ascensori, la paura di volare quindi la fobia dell’aereo, di guidare, oppure di trovarsi in luoghi chiusi (la claustrofobia).
  • Tipo animali. Esistono la fobia dei ragni (aracnofobia), la fobia degli uccelli o fobia dei piccioni (ornitofobia), la fobia degli insetti, la fobia dei cani (cinofobia), quella dei gatti (ailurofobia), dei topi, dei serpenti.
  • Tipo ambiente naturale. La fobia dei temporali (brontofobia), la fobia delle altezze (acrofobia), la fobia del buio (scotofobia), dell’acqua (idrofobia), ecc..
  • Tipo sangue-iniezioni-ferite. La ben nota fobia del sangue (emofobia), ma anche nello specifico di aghi e siringhe.

Le cause 

In base all’approccio teorico si possono adottare diversi modi di inquadrare e di comprendere le fobie. Secondo la corrente psicoanalitica – psicodinamica le fobie nascono come una sorta di difesa dell’Io che va a spostare su quella data fobia un contenuto difficile da affrontare o integrare, creando un conflitto, e va a individuare in ogni fobia specifica un significato simbolico. Secondo, invece, il filone cognitivo-comportamentale, le fobie sono il risultato di un condizionamento, cioè di un processo di apprendimento “errato” nei confronti di qualcosa, una situazione o un animale. Vai ad associare in automatico il significato di pericolo a una cosa, un oggetto o un animale realmente non pericoloso. Come si crea questa associazione? Si può creare per esperienza diretta, cioè se sei stato esposto a quella situazione o animale e ne sei uscito spaventato, o per esperienza indiretta, per apprendimento imitativo: se hai assistito a scene dove altri erano esposti all’oggetto della fobia e ne uscivano spaventati o terrorizzati. Queste prime esperienze si sono impresse con forza nella tua memoria e si sono mantenute tali a causa dell’evitamento, messo in atto per non provare più quella terribile ansia percepita incontrollabile.

La persona fobica

E’ frequente riscontrare tra le conseguenze delle fobie, soprattutto se multiple e invalidanti, tratti dipendenti di personalità in chi ne soffre. E’ una persona che evita, delega, si fa accompagnare, declina inviti e può evitare anche di assumersi normali responsabilità per effetto delle sue fobie. La letteratura scientifica ipotizza che la persona fobica sia cresciuta in un ambiente iperprotetto, si è visto che un’eccessiva protezione, un accudimento sproporzionato ai bisogni e all’età del bambino lo va a privare dell’opportunità di sviluppare un senso del Sé forte e sano, dotato di abilità sufficienti a cavarsela nei vari ambiti della vita e con un adeguato senso di autocontrollo, sicurezza e padronanza. E’ comune riscontrare una certa ansia da separazione dai propri genitori in un contesto familiare iperprotettivo, ed è appunto questa ansia da separazione a rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo di fobie in età adulta, soprattutto di agorafobia e attacchi di panico.

Le terapie per le fobie

Venendo adesso alle cure migliori per le fobie specifiche, anche in questo caso la psicoterapia è il trattamento ideale, perché, a parità di efficacia in fase acuta con l’intervento farmacologico (che consiste in benzodiazepine e/o antidepressivi), la terapia psicologica ti conduce fuori dal tunnel dell’ansia patologica, garantendo dei tassi di ricaduta molto inferiori ai trattamenti solo farmacologici. Vuoi sapere il perchè? Questo accade perché il farmaco agisce velocemente sui meccanismi biochimici che producono la reazione ansiosa, ma non ti insegna nulla. Con la psicoterapia, invece, vai ad apprendere tante cose su di te, puoi conoscere il proprio disturbo, il suo significato e la sua collocazione nella propria storia e nel proprio funzionamento generale. Puoi disimparare i meccanismi nocivi che contribuiscono al malessere e imparare a ridurre i sintomi, come gestire i tuoi stati mentali, e modificare i tuoi comportamenti. Non sono assolutamente contraria all’utilizzo dello psicofarmaco, questo dev’essere attentamente valutato nella tua specifica situazione e dev’essere prescritto solo dal medico specialista, lo psichiatra. Tuttavia, è essenziale che tu comprenda che il miglior aiuto, quello sostanziale e duraturo, che puoi darti non è esterno, come appunto il farmaco, ma interno, sono cioè le tue risorse.

Se soffri di fobie specifiche la cosa migliore che puoi fare è rivolgerti a un professionista della salute mentale, uno psicologo psicoterapeuta come me, che ti accompagni in un percorso dedicato e cucito sulle tue necessità. Quando lavoro con una persona che soffre di fobie specifiche la aiuto ad acquisire gli strumenti indispensabili a diventare via via più autonoma nel fronteggiare i propri sintomi ansiosi e a riprendersi quegli angoli di vita bloccati dal disturbo. Le spiego come funziona l’ansia dal punto di vista tanto fisico quanto psicologico, la differenza tra l’ansia normale e adattiva e quella, invece, patologica. Le illustro i meccanismi di rinforzo e quelli di estinzione dell’ansia, vale a dire come l’ansia va ad alimentarsi e come può diminuire fino a rientrare in fisiologia e scomparire. La aiuto a capire quali sono le convinzioni limitanti che altro non fanno che alimentare la sua ansia fino al circolo vizioso dell’ansia anticipatoria e dell’evitamento, allo scopo di creare pensieri più flessibili e salutari. Le insegno metodi di consapevolezza e rilassamento utili ad abbassare l’iper-attivazione corporea ((quale il Training Autogeno, leggi l’articolo introduttivo: https://federicapianapsicologa.it/training-autogeno-schultz/ ), e la guido ad esporsi gradualmente alle situazioni precedentemente evitate aiutandola a potenziare le proprie abilità personali e relazionali. Questi sono articoli utili a capire il fenomeno del rimuginio, pilastro di tutti i disturbi d’ansia: https://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-prima/https://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-seconda/

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Che cos’è l’ansia da separazione?

Questo disturbo compare tipicamente nell’infanzia, tuttavia, se non riconosciuto e trattato in tempi congrui, può protrarsi fin nell’età adulta. L’ansia da separazione è in realtà un fenomeno fisiologico che riguarda le dinamiche di attaccamento, cioè il profondo legame tra il bambino e i suoi caregiver, cioè gli adulti che se ne occupano, di solito i genitori. Per saperne di più sull’attaccamento (e su come influenza le relazioni nell’arco di vita) ti invito a leggere questo articolo: https://federicapianapsicologa.it/gli-stili-di-attaccamento-le-basi-delle-relazioni-in-eta-adulta/ . Quando il bambino piccolo deve staccarsi dal genitore, anche momentaneamente come quando va all’asilo/scuola o dai nonni,  sperimenta una certa quota d’ansia normale, data per l’appunto dal separarsi dalla fonte primaria di cura e protezione. Ansia che si manifesta tipicamente attraverso sintomi fisici lievi e passeggeri, proteste, pianti. Quest’ansia non ha ripercussioni anomale sul bambino, fa parte del suo processo di crescita naturale: se i legami di attaccamento con gli adulti, in primo luogo i genitori, sono validi, sani e nutrienti, il bambino supererà via via questi momenti di separazione e costruirà le sue risorse cognitive, emotive, comunicative e interpersonali. Quando, invece, il bambino va a provare intensi vissuti d’ansia durante le separazioni dai genitori, sprofonda in uno stato di insicurezza globale, in crisi di pianto inconsolabili, incubi notturni, resistenza proprio fisica a distaccarsi, un insieme di sintomi fisici dolorosi (mal di testa e mal di pancia, nausea e vomito), si fa delle fantasie catastrofiche su quello che può accadere ai familiari quando lui/lei è a scuola, allora si parla di disturbo d’ansia da separazione.

Le cause

Non approfondirò ulteriormente questo disturbo nell’infanzia e adolescenza, perché non è il mio settore di intervento, il mio intento è ora illustrarti le conseguenze nell’adulto di un’ansia da separazione non individuata e curata. Dagli studi in letteratura emerge che le cause di questo disturbo si ritrovano in alcuni eventi particolarmente stressanti o traumatici (come atti di bullismo, malattie o lutti di un genitore o di altri adulti significativi), ma anche maltrattamenti e l’essere cresciuto in un ambiente imprevedibile e caotico o in un’educazione iperprotettiva, che non comunica al bambino un senso di Sé forte e sano, capace di porsi con le proprie risorse dinanzi alle sfide e alle difficoltà della vita, ci può quindi essere una difficoltà ad allontanarsi da casa perché proprio in casa aleggia un’atmosfera carica di insicurezza e di tensione.

I sintomi in età adulta

Un adulto che soffre di ansia da separazione è un adulto ansioso che vive un costante senso di insicurezza, come di precarietà personale, e che tende a dirottare questa mole di ansia verso alcune persone significative. L’adulto con ansia da separazione teme che accadano cose assai spiacevoli o persino disastri alle persone care, è molto apprensivo rispetto alla salute dei propri familiari, genitori o fratelli, inoltre, se in coppia, teme l’allontanamento del proprio partner, quindi di essere lasciato. Ma, non si tratta di una comprensibile e umana paura che il partner lo lasci: piuttosto, si tratta di un senso di minaccia, di tensione incombente profonda e duratura che equivale allo stato di ansia e sgomento di un bambino abbandonato dai suoi genitori. E’ comune vedere anche una difficoltà o totale incapacità a stare da solo, sia a casa che fuori, l’adulto con ansia da separazione mostra un attaccamento eccessivo a determinate persone, in virtù del quale vive una dilagante paura di un qualche evento che possa separarlo da queste persone, tipicamente una malattia, un trasferimento o la morte naturalmente. Questa importante mole di ansia gli va a procurare un malessere diffuso, sia fisico che psicologico, che può manifestarsi in un corteo di sintomi fisici, cioè somatizzazioni, ricerca della prossimità fisica verso le persone alle quali è ultra legato, ricerca da loro di protezione e rassicurazione, ma anche, all’inverso, accudimento costante verso queste persone, infine, attacchi di ansia acuta o veri e propri attacchi di panico e insonnia. L’adulto che ha avuto questo problema fin dall’infanzia ha tratti dipendenti di personalità e può sviluppare una vera dipendenza affettiva: viene percepito dal partner o da altri significativi come richiedente, invadente, sempre bisognoso di attenzioni. Questo può portare a frustrazione e conflittualità nella coppia e in famiglia.  La persona cerca strenuamente di non separarsi dalle persone significative: qualora questo accada, può andare in scompenso, cioè sviluppare sintomi ansiosi e depressivi e veder diminuire drasticamente le proprie competenze relazionali, l’autonomia, il suo funzionamento quotidiano e la sua qualità di vita.

Le cure più efficaci

Venendo adesso alle cure migliori per questo disturbo, ti dico che, comparendo nell’infanzia, necessiterebbe di una diagnosi tempestiva: per poterlo risolvere, infatti, occorre fare una valutazione del caso specifico del bambino e chiaramente coinvolgere i genitori nel percorso. Se questo non avviene per svariati motivi, il disturbo può cronicizzarsi e arrivare fino all’età adulta, dove si deve comunque intervenire per riprendere in mano la propria vita, e lo si fa principalmente con una psicoterapia. La persona deve, come primo passo, riconoscere di avere un problema e richiedere l’aiuto di un professionista, uno psicologo psicoterapeuta, che possa inquadrare la sua situazione e avviare un percorso ritagliato sulle sue esigenze.

La psicoterapia è il trattamento ideale, perché conduce la persona fuori dal tunnel dell’ansia patologica, garantendo dei tassi di ricaduta molto inferiori ai trattamenti solo farmacologici, a base di ansiolitici e antidepressivi. Questo accade perché il farmaco agisce velocemente sui meccanismi biochimici che producono la reazione ansiosa, ma non insegna niente alla persona. Con la psicoterapia, invece, la persona ha l’occasione di apprendere tante cose su di sé, di conoscere il proprio disturbo, il suo significato e la sua collocazione nella propria storia e nel proprio funzionamento generale. Puo’ disimparare i meccanismi nocivi che contribuiscono al malessere e imparare come ridurre i sintomi, come gestire i propri stati mentali, quali le emozioni, i pensieri, i bisogni e modificare i propri comportamenti. Non sono assolutamente contraria all’utilizzo dello psicofarmaco, dev’essere attentamente valutata la situazione specifica della persona e va prescritto solo dal medico specialista, lo psichiatra. Tuttavia, è essenziale che la persona comprenda che il miglior aiuto che può darsi non è esterno, come appunto il farmaco, ma interno, sono cioè le sue risorse passate e quelle che può costruire ex novo insieme al proprio psicoterapeuta. Questo punto è davvero fondamentale nei casi di disturbo d’ansia da separazione: perchè aiuta ad invertire la dinamica di insicurezza/incompetenza alla base dei comportamenti di dipendenza dagli altri.

Quando lavoro con una persona che soffre di ansia da separazione la aiuto ad acquisire gli strumenti indispensabili a diventare via via più autonoma: infatti un target fondamentale in questo caso è il recupero e il potenziamento delle autonomie nei vari ambiti di vita. Nel mio metodo di lavoro mi servo di un ventaglio di tecniche e strumenti utili a riportare in fisiologia i piani mentale, emotivo e corporeo coinvolti nel disturbo d’ansia.

Alla persona spiego come funziona l’ansia dal punto di vista tanto fisico quanto psicologico, la differenza tra l’ansia normale e adattiva e quella, invece, patologica. Le illustro i meccanismi di rinforzo e quelli di estinzione dell’ansia, vale a dire come l’ansia va ad alimentarsi e come può diminuire fino a rientrare in fisiologia e scomparire. Ricostruiamo insieme la storia del suo problema, i conflitti irrisolti e le dinamiche relazionali che hanno dato origine al problema e che lo mantengono in vita tuttora, come la collusione del partner e dei familiari, che molto spesso assecondano la persona, sostituendosi a lei e confermandole così che non ce la fa, che non è in grado di reggersi sulla proprie gambe. La aiuto a capire quali sono le convinzioni limitanti che altro non fanno che alimentare la sua ansia, allo scopo di creare pensieri più flessibili e salutari, le insegno metodi di consapevolezza e rilassamento utili ad abbassare l’attivazione corporea (quale il Training Autogeno, leggi l’articolo introduttivo: https://federicapianapsicologa.it/training-autogeno-schultz/), e la guido a guadagnare punti di libertà nelle situazioni sociali e relazionali precedentemente evitate aiutandola a potenziare le proprie abilità comunicative, di modo da trovare via via la giusta distanza e la giusta vicinanza dalle persone più care.

Ecco altri articoli dove ti faccio una panoramica completa dell’ansia patologica: https://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-prima-parte/https://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-seconda-parte/.

Mentre questi sono articoli utili a capire il fenomeno del rimuginio, pilastro di tutti i disturbi d’ansia: https://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-prima/,

https://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-seconda/.

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Che cos’è la fobia sociale?

Voglio iniziare dalla caratteristica principale della fobia sociale: si tratta alla base di una profonda paura di agire, di fronte agli altri, in modo imbarazzante, inappropriato o sbagliato e di ricevere giudizi negativi. Una persona che ne soffre è portata ad evitare la maggior parte delle situazioni sociali, per paura di comportarsi per l’appunto in modo “sbagliato” e che per questa ragione verrà mal giudicata, derisa, rifiutata o addirittura umiliata.

La fobia sociale è un disturbo alquanto diffuso tra la popolazione, e come per altri disturbi d’ansia, va a caratterizzare maggiormente le donne rispetto agli uomini. Gli studi scientifici rivelano una percentuale che va più o meno dal 3% al 13%. Ecco altri articoli dove ti faccio una panoramica completa dell’ansia patologica: https://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-prima-parte/https://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-seconda-parte/.

Mentre questi sono articoli utili a capire il fenomeno del rimuginio, pilastro di tutti i disturbi d’ansia: https://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-prima/,

https://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-seconda/.

Le emozioni nella fobia sociale

Quali sono di solito le situazioni maggiormente temute da chi soffre di fobia sociale (o disturbo d’ansia sociale)? Sono tutte quelle situazioni che comportano la necessità di dover fare qualcosa davanti ad altre persone, come ad esempio telefonare o mangiare, scrivere o firmare un documento, o più semplicemente entrare in una sala dove ci sono persone già sedute, temendo di essere scrutato e valutato, oppure parlare con un proprio amico. C’è una cosa che una persona con fobia sociale teme ancora di più, in fondo: ed è quello di apparire ansiosa e di mostrare i “segni” visibili della sua ansia, cioè diventare rossa in volto, di tremare, di balbettare, di sudare, di avere il batticuore, oppure di rimanere in silenzio senza riuscire a conversare con gli altri e a saper rispondere in modo veloce e adeguato in una discussione. L’emozione nucleare che contraddistingue la persona con fobia sociale è, pertanto, la vergogna: per lei mostrare i segni dell’ansia in pubblico è garanzia di sprofondare in una vergogna che la fa sentire diversa, disconnessa dagli altri. Come per tutte le situazioni fobiche, quando la persona si trova lontana dalla situazione che le innesca l’ansia, percepisce eccessiva e irragionevole la propria ansia e, in conseguenza di ciò, tenda a  giudicarsi debole, sciocca, fallimentare per il fatto di non riuscire con naturalezza a fare quelle cose che normalmente molte altre persone fanno, finendo imprigionata in un circolo vizioso che le procura molta sofferenza.

Due tipologie

Questo disturbo tende ad esordire nell’adolescenza o nella prima età adulta e può avere un andamento stabile, quindi andare in cronicità, (non è detto, in psicologia non ci sono effetti “inesorabili” di precise cause), perché la persona vive immersa in un flusso di esperienze e di stimoli che possono incidere parecchio sul decorso della sua fobia sociale. Tuttavia, se non viene riconosciuta e trattata, questa problematica può cronicizzarsi e può creare problemi secondari come la depressione o l’uso improprio di sostanze come l’alcool.

Esistono due tipi di Fobia Sociale:

  • Il tipo semplice, proprio di una persona che sperimenta ansia sociale solo in una o poche tipologie di situazioni (per esempio si sente bloccata nel parlare in pubblico ma non ha problemi particolari a partecipare ad una festa con i propri amici);
  • Il tipo generalizzato, che si presenta quando la persona prova un forte disagio in tutte le situazioni sociali. In questi casi particolarmente gravi lo psicologo psicoterapeuta tende a porre diagnosi di disturbo evitante della personalità.

Nelle situazioni sociali temute, la persona con fobia sociale è molto preoccupata di apparire imbarazzata e goffa e teme, anzi, ne è praticamente certa, di essere giudicata ansiosa, debole, imbranata, strana o pazza.

I sintomi

Venendo ora ai sintomi della fobia sociale, tra di essi si ritrovano la paura di parlare in pubblico per via del timore di dimenticare qualcosa o che gli altri notino questi segnali fisici di alta attivazione, quali le palpitazioni, il sudore, i tremori, la tensione muscolare, la nausea, la bocca secca e il mal di testa.

Quali sono gli altri sintomi che fanno parte della fobia sociale? Sono due sintomi che accomunano tutti i disturbi d’ansia: i comportamenti di evitamento e l’ansia anticipatoria. La persona con fobia sociale tende a sottrarsi in modo massiccio alle situazioni dove sa che sperimenterà disagio, per cui rifiuterà inviti ad uscire e a partecipare ad eventi sociali, delegherà delle incombenze a chi, come un familiare o il partner, si presta ad aiutarlo, anche se si tratta di un aiuto che non aiuta, perché va a creare complicità nei confronti del disturbo, potrebbe, nei casi più gravi, limitare moltissimo la sua vita in generale ritirandosi nella propria casa. Se obbligata a confrontarsi con l’esterno, la persona con fobia sociale tollera con un carico di sofferenza molto elevata la situazione ansiogena.

L’altro elemento che ti ho accennato prima consiste nell’ansia anticipatoria, cioè una forma di ansia che precede le situazioni sociali di cui la persona ha molta paura. Che cosa accade dunque? La persona inizia a preoccuparsi di quello che potrebbe fare, dire, di quello che potrebbe accadere durante la situazione temuta prossima, lo fa, almeno inconsapevolmente, al fine di riuscire a controllare la situazione, a prevedere come potrebbe svolgersi: cerca di avere un maggiore controllo su se stessa, ma questo è un meccanismo che va a intrappolare ancora di più la persona nel circolo vizioso del disturbo perché alimenta la percezione della pericolosità di quelle situazioni già temute e non le consente di sperimentarsi capace al pari degli altri di esporsi a tali situazioni e affrontarle senza disagio. La persona può anche trascorrere delle ore a preoccuparsi in vista dell’evento temuto e tendenzialmente cercherà di evitarlo, purtroppo autoaccusandosi per la sua presunta debolezza e sentendosi sempre meno in grado di affrontare situazioni di vita comuni senza capirne le ragioni.

Le terapie per la fobia sociale

In conclusione, voglio parlarti delle cure migliori per la fobia sociale. Come per gli altri disturbi d’ansia, anche in questo caso la psicoterapia è il trattamento ideale, perché, a parità di efficacia in fase acuta con l’intervento farmacologico (che consiste in benzodiazepine e/o antidepressivi), la terapia psicologica conduce la persona fuori dal tunnel dell’ansia patologica, garantendo dei tassi di ricaduta molto inferiori ai trattamenti solo farmacologici. Questo accade perché il farmaco agisce velocemente sui meccanismi biochimici che producono la reazione ansiosa, ma non insegna niente alla persona. L’effetto controproducente del farmaco è che manda un messaggio negativo alla persona: è come se le dicesse che è inerme, che l’unica cosa che può fare è assumere il farmaco. Nel dire questo non voglio demonizzare gli psicofarmaci, talvolta sono utili e in alcuni casi indispensabili, ma non voglio veicolare il messaggio per cui da un disturbo d’ansia si esce in modo totale con gli psicofarmaci. Con la psicoterapia, invece, la persona ha l’occasione di apprendere tante cose su di sé, di conoscere il proprio disturbo, il suo significato e la sua collocazione nella propria storia e nel proprio funzionamento generale. Puo’ disimparare i meccanismi nocivi che contribuiscono al malessere e imparare come ridurre i sintomi, come gestire i propri stati mentali, quali le emozioni, i pensieri, i bisogni e modificare i propri comportamenti. Non sono assolutamente contraria all’utilizzo dello psicofarmaco, dev’essere attentamente valutata la situazione specifica della persona e va prescritto solo dal medico specialista, lo psichiatra. Tuttavia, è essenziale che la persona comprenda che il miglior aiuto che può darsi non è esterno, come appunto il farmaco, ma interno, sono cioè le sue risorse.

Se soffri di fobia sociale la cosa migliore che puoi fare è rivolgerti a un professionista, uno psicologo psicoterapeuta come me, che ti accompagni in un percorso dedicato e cucito sulle tue necessità.

Quando lavoro con una persona che soffre di fobia sociale la aiuto ad acquisire gli strumenti indispensabili a diventare via via più autonoma nel fronteggiare i propri sintomi ansiosi. Nel mio metodo di lavoro mi servo di un ventaglio di tecniche e strumenti utili a riportare in fisiologia i piani mentale, emotivo e corporeo coinvolti nel disturbo d’ansia. Alla persona spiego come funziona l’ansia dal punto di vista tanto fisico quanto psicologico, la differenza tra l’ansia normale e adattiva e quella, invece, patologica. Le illustro i meccanismi di rinforzo e quelli di estinzione dell’ansia, vale a dire come l’ansia va ad alimentarsi e come può diminuire fino a rientrare in fisiologia e scomparire. La aiuto a capire quali sono le convinzioni limitanti che altro non fanno che alimentare la sua ansia fino al circolo vizioso dell’ansia anticipatoria e dell’evitamento, allo scopo di creare pensieri più flessibili e salutari, le insegno metodi di consapevolezza e rilassamento (quale il Training Autogeno, leggi l’articolo introduttivo: https://federicapianapsicologa.it/training-autogeno-schultz/), utili ad abbassare l’attivazione corporea, e la guido ad esporsi gradualmente alle situazioni sociali precedentemente evitate aiutandola a potenziare le proprie abilità comunicative e relazionali.

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Che cos’è l’ansia generalizzata?

L’ansia si può presentare in moltissime forme diverse: può essere un sintomo di accompagnamento all’interno di un disturbo clinico, può essere un sintomo presente in un quadro di disturbo della personalità, o può rappresentare un disturbo d’ansia vero e proprio. In questo articolo ti illustro il disturbo d’ansia generalizzata. Si tratta di un disturbo che colpisce di più le donne rispetto agli uomini ed esordisce tipicamente già nell’infanzia o nella prima età adulta.

Chi soffre di questo disturbo non presenta occasionali picchi di ansia o momenti di maggior tensione, piuttosto sperimenta un costante stato d’ansia che spesso è riferibile a cose di poco conto come le piccole azioni quotidiane, incombenze e impegni ordinari. Inoltre, se ne soffri, sei sempre in apprensione e ti attendi con un alto grado di allerta il verificarsi di eventi che, ne sei certo, saranno negativi o addirittura catastrofici. La tua ansia non è scatenata da qualcosa di specifico ma è per l’appunto, generalizzata: è presente in modo indiscriminato in una varietà di situazioni e in presenza di stimoli i più diversi. I più comuni sono la salute tua, dei tuoi animali (se ne hai) e dei tuoi cari, le finanze, la sicurezza in casa e sui mezzi di trasporto, ma anche gli eventi sociali macroscopici come cambiamenti politici, e i cambiamenti climatici. Ecco altri articoli dove ti faccio una panoramica completa dell’ansia patologica: https://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-prima-parte/https://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-seconda-parte/.

Mentre questi sono articoli utili a capire il fenomeno del rimuginio, pilastro del disturbo d’ansia generalizzata: https://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-prima/,

https://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-seconda/.

I sintomi: fisici, mentali ed emotivi

Quando sei colpito da questo disturbo non riesci a mitigare in alcun modo questa eccessiva e pervasiva preoccupazione, stato che ti porta a manifestare un corteo impressionante di sintomi fisici diffusi in varie parti del corpo quali la sudorazione, la tensione muscolare generale, le vampate di calore, le extrasistole, la nausea, il nodo alla gola e quant’altro. L’ansia generalizzata è riconoscibile anche dalle lamentele di disturbi muscolo-scheletrici, come tremori, facile faticabilità, ma soprattutto l’elemento distintivo è uno stato di tensione cronica che coinvolge la parte alta del torace, vale a dire la zona delle spalle, della nuca, l’area cervicale. Non sorprende quindi che tu soffra anche per dolori alle varie parti del corpo e di disturbi correlati come le cefalee muscolo-tensive. Se sei affetto dal disturbo d’ansia generalizzata soffri probabilmente anche del più comune disturbo del sonno: l’insonnia, la tua difficoltà consiste principalmente nell’addormentarti, quindi di lasciare andare le tensioni e le incombenze della giornata e accogliere il sonno ristoratore. E’ frequente ritrovarti sveglio, girandoti più volte nel letto, con una sorta di “smania” data dall’affastellarsi continuo dei pensieri e delle preoccupazioni che non accennano a diminuire. Sono pensieri con i quali convivi ogni giorno e contro i quali lotti, in una dimensione assai faticosa, snervante a tratti, e del tutto improduttiva, proprio perchè non sono riflessioni equilibrate, ma rimuginii ripetitivi e stagnanti. Tutto questo è una conseguenza dell’ansia massiccia, una conseguenza data dall’impossibilità per te di comprendere che cosa ti accade, di autoregolare le proprie emozioni, i pensieri e dirigerli verso azioni efficaci.

Gli effetti dell’ansia generalizzata

Come accade per tutti i disturbi, purtroppo, la tua personalità ne risente, ne viene in più modi influenzata: quindi ti può capitare di essere descritto come irritabile, sempre nervoso, incapace di rilassarti, di mantenerti concentrato o persino irascibile. Questo disturbo è tendenzialmente cronico e di lunga durata e, data l’invalidità che può arrecare nella tua vita, può presentarsi in comorbidità con altri disturbi d’ansia come il disturbo di panico, le fobie specifiche e con disturbi dell’umore, più di frequente la depressione. Dal momento che non riesci autonomamente e in modo salutare a regolare i tuoi stati interni, come i pensieri, le motivazioni e le emozioni, puoi sviluppare dei comportamenti a rischio come l’abuso di sostanze, in particolare modo dell’alcool, o di psicofarmaci come gli ansiolitici, fin troppo facilmente reperibili e prescritti talvolta con leggerezza dal medico curante, basandosi sulla praticità e immediatezza nel produrre gli effetti sperati. Dato che alcuni psicofarmaci si prestano in questo caso all’uso improprio e all’abuso, ci tengo a precisare che non è mai una buona idea autoprescriverteli o farteli consigliare dall’amico o dal familiare che li ha assunti con beneficio. Bisogna rivolgersi allo specialista, quindi al medico psichiatra, che valuti attentamente il caso specifico e, se lo ritiene realmente utile, ti indichi il farmaco più adatto, la dose e la durata di assunzione. Da sottolineare un altro aspetto: anche lo scalaggio del farmaco dev’essere effettuato in modo attento, seguendo le indicazioni del medico psichiatra, pena il fastidioso effetto di rimbalzo dato dalla sospensione inopportuna e rapida del farmaco.

Le cause 

Guardando adesso alle cause del disturbo d’ansia generalizzata, bisogna dire che sono diverse e molteplici, non del tutto comprese. Come per molti altri disturbi psicologici, anche per l’ansia generalizzata nella comunità scientifica si parla di eziopatogenesi multifattoriale, vale a dire che tra le cause del disturbo possono esserci tanto variabili psicologiche, quanto biologiche, sociali e ambientali correlate tra loro. Ogni approccio teorico-pratico nel vasto campo delle psicoterapie rintraccia cause diverse alla base di questo disturbo, ma, per semplificare e darti informazioni orientative, ti vado a elencare alcuni fattori di rischio messi in evidenza dalle ricerche. Tra questi si rintracciano: esperienze dolorose intense o traumi veri e propri soprattutto nei primi anni di vita, nell’infanzia e nella prima adolescenza, aver vissuto eventi di vita altamente stressanti per lungo tempo e alcune caratteristiche di personalità come la tendenza all’evitamento, il pessimismo, l’introversione, infine aver avuto malattie importanti o croniche che hanno minato lo sviluppo di una salda autostima e la scarsa capacità di autoregolare le proprie emozioni. Si è visto dagli studi che è presente anche una componente genetica che aumenta il rischio di sviluppare il disturbo, poiché si riscontra di frequente la familiarità, cioè la presenza di familiari del paziente anch’essi affetti dal disturbo d’ansia generalizzata o da altri disturbi d’ansia. Questo fa ipotizzare un substrato genetico predisponente condiviso dai membri della stessa famiglia.

Ci tengo a dirti che avere uno o più fattori di rischio non equivale alla certezza di sviluppare un determinato disturbo. In psicologia clinica non regna la matematica, non si possono calcolare con precisione le probabilità che certi fattori si compongano a dare determinati effetti. Infatti, i fattori di rischio dei primi anni di vita costituiscono una condizione necessaria ma non sufficiente; occorre che si combinino ad ulteriori fattori che intervengono più tardi nello sviluppo, come eventi particolarmente stressanti, perdite affettive o economiche, cambiamenti sofferti e inevitabili ed altre variabili ancora.

Le terapie del disturbo d’ansia generalizzata

Che cosa si può fare per curare il disturbo d’ansia generalizzato? Come dico sempre in tutti i miei contenuti divulgativi, è fortemente sconsigliato il fai da te o l’arrangiarti con i “consigli” raffazzonati presi in qua e in là. Quando si entra nell’area clinica, cioè della psicopatologia, bisogna rivolgersi agli specialisti: a uno psicologo e psicoterapeuta come me e, se necessario, ad un medico psichiatra, poiché ognuno con i propri strumenti e le proprie competenze sa come accompagnarti in un percorso idoneo a creare consapevolezza, a eliminare i pregiudizi che aleggiano sulla sofferenza psicologica e a restituirti benessere e salute. Occorrono percorsi idonei di presa in carico, quali la psicoterapia innanzitutto e, in secondo luogo, la valutazione medico-psichiatrica per il supporto farmacologico: diffida dal seguire indicazioni dispensate da figure non sanitarie, poichè andresti a crearti solo confusione e non centreresti il punto.

Per quello che riguarda la mia area di competenza, quindi la psicoterapia, io mi servo di un ventaglio di conoscenze, strumenti e tecniche apprese durante i miei studi, allo scopo di aiutarti a modificare i 3 principali piani:

  • Il piano mentale, composto dai rimuginii, dalle tue credenze catastrofiche e pessimistiche che ti fanno prevedere che tutto andrà male, e dalla valutazione di te stesso in termini svalutanti e svilenti;
  • Il piano emozionale, quindi l’ansia, ma anche la vergogna, l’irritabilità e la demoralizzazione che ti attanagliano, 
  • Il piano corporeo, dato che a causa dell’ansia generalizzata sperimenti una costellazione di sintomi corporei accomunati dalla tensione, dall’ipervigilanza e dal dolore (vedi le cefalee muscolo-tensive). Molto utile in questo caso è apprendere metodi di consapevolezza psico-corporea e rilassamento (quale il Training Autogeno, leggi qua: https://federicapianapsicologa.it/training-autogeno-schultz/)

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Che cos’è il panico?

Il disturbo di panico e l’agorafobia sono due disturbi d’ansia piuttosto frequenti nella popolazione adulta, è infatti molto raro riscontrare dei casi di esordio nei bambini e negli anziani. Sono disturbi che colpiscono di più le donne rispetto agli uomini, e non sono classificati tra i disturbi più gravi dentro alla psicopatologia, ma possono produrre conseguenze assai impattanti sulla vita di chi ne soffre e dei familiari. Dalle statistiche si stima che circa ¼ della popolazione nell’arco di vita dichiara di aver avuto almeno un attacco di panico. Di tutte queste persone solo una parte sviluppa il vero e proprio disturbo di panico, perché, come vedrai tra poco, non è sufficiente aver fatto esperienza di un attacco ma devono presentarsi precisi criteri per porre diagnosi di disturbo di panico.

L’attacco di panico è caratterizzato dalla comparsa improvvisa di paura molto intensa in cui si verificano una serie di sintomi, ne servono almeno quattro, quali:

  • Palpitazioni, tachicardia;
  • Sudorazione; tremori;
  • Dispnea o sensazione di soffocamento o asfissia;
  • Dolore o fastidio al petto;
  • Nausea o disturbi addominali;
  • Sensazione di vertigine, di “testa leggera” o di svenimento;
  • Brividi o vampate di calore;
  • Parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio a gambe e braccia);
  • Derealizzazione o depersonalizzazione (sensazione di irrealtà o di essere distaccato da te stesso, dal tuo corpo); e 3 sintomi mentali, vale a dire: la paura di perdere il controllo, la paura di impazzire; e la paura di morire.

Se ti è mai successo di avere un attacco di panico, o ti è stato raccontato da qualche amico o familiare, sai che l’esperienza di un attacco di panico non è paragonabile, per l’intensità dei sintomi, alle normali manifestazioni della paura, dell’ansia o della preoccupazione quotidiana. L’attacco di panico non è soltanto uno stato di ansia un po’ più elevata del solito.

La persona che ha un attacco di panico – soprattutto la prima volta – ha la netta sensazione che stia succedendo qualcosa di gravissimo nel suo corpo (come ad es. un infarto o un ictus) o nella sua mente (ad es. perdere il controllo di sé o impazzire). Ed è questa la ragione per cui la persona si reca o si fa accompagnare subito al pronto soccorso in uno stato di allarme e grandissima paura per la propria incolumità psicofisica. Dopo varie indagini mediche e accertamenti, si arriva alla conclusione che la crisi patita non riguarda il corpo, quindi i sistemi cardiovascolare, circolatorio o cerebrale, ma la mente, dal personale medico viene detto alla persona che ha avuto un attacco di panico, questo viene trattato farmacologicamente al pronto soccorso e semmai le viene consigliato di avviare un percorso psicologico, ma non è così frequente.

Che cos’è l’agorafobia?

Il punto è che, in seguito al primo attacco, la persona, memore della terribile esperienza, sperimenta il forte timore di essere esposto alla minaccia di ulteriori attacchi di panico. Questa sensazione si può impossessare della persona a tal punto da creare uno stato di iper-attivazione fisiologica, che paradossalmente aumenta la probabilità di sperimentare nuovamente una crisi d’ansia acuta. La persona teme che l’attacco di panico si possa ripresentare senza preavviso, senza possibilità alcuna di prevenirlo o controllarlo.

Ed è qui che si innesca il circolo vizioso della cosiddetta agorafobia, una condizione aggiuntiva spesso presente in chi soffre di ansia e panico, almeno nel 30% dei casi. Ma che cos’è l’agorafobia? Si tratta non di una fobia unica, ma di un gruppo di paure tutte accomunate dal timore che sia difficile o imbarazzante fuggire o ricevere un aiuto in caso di un malessere che non è solo l’attacco di panico, ma anche malesseri fisici improvvisi e per l’appunto imbarazzanti come avere uno svenimento o l’incontinenza. Chi soffre di agorafobia vive quindi nella costante paura di trovarsi in luoghi e situazioni dove può essere oggettivamente più difficile andarsene o essere soccorso, come sui mezzi di trasporto, in auto, in luoghi isolati, in coda in un ufficio o in un luogo affollato come un supermercato e quant’altro. Non sono situazioni oggettivamente pericolose, ma lo diventano per la persona agorafobica sulla base della strisciante paura che all’improvviso sopraggiunga un attacco che la metta in una difficoltà tale da pensarsi inerme e impossibilitata a salvarsi.

Il circolo vizioso che costruisce il disturbo

E’ proprio la forte paura dell’agorafobico che lo porta ad evitare progressivamente un numero sempre maggiore di luoghi e situazioni che percepisce pericolosi, tale noto meccanismo prende il nome di evitamento. Comprensibilmente la persona spaventata dal sopraggiungere improvviso dell’ansia e del panico va ad evitare di trovarsi vittima di un nuovo attacco, ma è proprio questo evitamento via via più massiccio a rappresentare la parte centrale del disturbo. Se da una parte l’evitamento riduce drasticamente l’ansia nell’immediato, dato che la persona scansa ciò che le fa paura, in questo senso evitare funziona, dall’altra costituisce il principale meccanismo di rinforzo al disturbo, nel senso che la persona si impedisce di mettersi alla prova e di sperimentarsi capace proprio nelle situazioni in crede che sarebbe in un certo senso spacciata e soggetta anche alla vergogna per via del giudizio degli altri. L’effetto che si determina è una drastica riduzione del malessere, elemento che innalza molto le probabilità che la persona continui a mettere in pratica i comportamenti di evitamento.

Se malauguratamente la persona si trovasse nelle situazioni identificate come ansiogene, e dunque pericolose, inizia a sentire il bisogno impellente di ridurre il malessere, cioè l’ansia che inizia a crescere, in modo simile a chi sente un dolore fisico e si affretta ad assumere un farmaco antidolorifico.

Le cure migliori

Il trattamento d’elezione per questi disturbi è senza dubbio la psicoterapia ed è un trattamento che prevede principalmente un lavoro mirato a ridurre gli evitamenti. Perché dico che la psicoterapia è il trattamento ideale? Perché, a parità di efficacia in fase acuta con l’intervento farmacologico (che consiste in benzodiazepine e/o antidepressivi), la terapia psicologica conduce la persona fuori dal tunnel dell’ansia patologica, garantendo dei tassi di ricaduta molto inferiori ai trattamenti solo farmacologici.

Perché accade questo? Bisogna capire la logica della psicoterapia e quella del farmaco: il farmaco agisce velocemente sui meccanismi biochimici che producono la reazione ansiosa, ma non insegnano niente alla persona, la quale rimane ignara del perché soffra. L’effetto controproducente del farmaco è che manda un messaggio negativo alla persona: è come se le dicesse che è debole o incapace, che l’unica cosa che può fare è assumere il farmaco, e che al di fuori di questo non saprebbe appellarsi ad altre risorse o trovare altre soluzioni. Con la psicoterapia, invece, la persona ha l’occasione di apprendere tante cose su di sé, di conoscere il proprio disturbo, il suo significato e la sua collocazione nella propria storia e nel proprio funzionamento generale. La persona può disimparare i meccanismi nocivi che contribuiscono al malessere e imparare come ridurre i sintomi, come gestire i propri stati mentali, quali le emozioni, i pensieri, i bisogni e modificare i propri comportamenti. Non sono assolutamente contraria all’utilizzo dello psicofarmaco, dev’essere attentamente valutata la situazione specifica della persona e va prescritto solo dal medico specialista, lo psichiatra. Tuttavia, è fuor di dubbio che la persona deve apprendere che il miglior aiuto che può darsi non è esterno, come appunto il farmaco, ma interno, sono cioè le sue risorse, le sue capacità, in ultimo, ciò che la persona è e può diventare grazie a un lavoro mirato su di sé. Questo va ad innalzare in modo importante il senso di autoefficacia.

Se soffri di attacchi di panico e di agorafobia ti suggerisco di rivolgerti a un professionista, uno psicologo psicoterapeuta come me, che ti accompagni in un percorso dedicato e cucito sulle tue necessità. Quando lavoro con una persona che presenta questo tipo di problema la aiuto ad acquisire gli strumenti indispensabili a diventare via via più autonoma nel fronteggiare i propri sintomi ansiosi. Le spiego come funziona l’ansia dal punto di vista tanto fisico quanto psicologico, la differenza tra l’ansia normale e adattiva e quella, invece, patologica che conduce al malessere. Le illustro i meccanismi di rinforzo e quelli di estinzione dell’ansia, vale a dire come l’ansia va ad alimentarsi e come può diminuire fino a rientrare nella soglia fisiologica e a scomparire. La aiuto a capire quali sono le convinzioni limitanti che altro non fanno che alimentare la sua ansia fino al circolo vizioso del panico per creare pensieri più flessibili e salutari, le insegno metodi di consapevolezza e rilassamento (quale il Training Autogeno, leggi qua: https://federicapianapsicologa.it/training-autogeno-schultz/ ) utili ad abbassare l’attivazione corporea, e la aiuto ad esporsi gradualmente alle situazioni precedentemente evitate perché considerate attivanti per la crisi d’ansia.

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Che cos’è il perfezionismo?

Sul perfezionismo si è scritto molto in passato e si continua a scrivere tuttora, poichè è un tema di vasto interesse che tocca un po’ la vita di tutti e si presenta come un elemento trasversale a diversi quadri psicopatologici. Il perfezionismo si presenta in una varietà di forme e declinazioni, secondo alcuni autori esisterebbero una forma di perfezionismo adattivo o “normale” ed un’altra detta nevrotica, cioè problematica e caratterizzata da standard inflessibili. In ogni caso si parla di perfezionismo quando la persona fa dipendere in misura eccessiva la valutazione di se stessa dal raggiungimento di specifici standard autoimposti, nonostante le ripercussioni negative tale attitudine le procuri.

Le prospettive sul perfezionismo

Tra i molti autori che hanno affrontato questo tema, il primo è stato Alfred Adler, il quale considerava l’aspirazione alla superiorità un’istanza connaturata all’essere umano, quindi di per sè positiva e funzionale; ma in alcune persone questa tendenza verrebbe spinta all’eccesso tramutandosi in un’attitudine esasperata a fare confronti continui tra se stesse ed un ideale irraggiungibile di perfezione, atteggiamento che andrebbe ad alimentare il senso di inferiorità che sta alla base. Un’altra lettura, sempre di matrice psicoanalitica, è stata offerta da Karen Horney, la quale ipotizzava che il perfezionismo derivasse da conflitti interni alla persona, conflitti prodotti dal trovarsi esposta a contraddizioni, ad esempio quella tra il bisogno di raggiungere il successo mediante la competizione e il bisogno di essere accettata ed amata semplicemente per com’è. Secondo l’autrice esisterebbero fondamentalmente due vie per gestire tali contraddizioni: una possibilità consiste nel reprimerle “censurandole”, dunque escludendole dalla consapevolezza, mentre l’altra sta nel forgiare un’immagine di sè idealizzata e perfetta. Devi sapere, però, che i contributi scientifici di maggior spessore sul perfezionismo sono arrivati intorno agli anni ’90. Il lavoro probabilmente più noto è quello di Frost e colleghi del 1990, nel loro approccio il perfezionismo viene descritto secondo 6 dimensioni:

  1. Le preoccupazioni riguardo agli errori: cioè un’eccessiva ansia sulla probabilità di commettere errori, per cui ogni minima imperfezione viene considerata un vero e proprio fallimento;
  2. I dubbi sulle azioni: una sproporzionata preoccupazione sulla qualità del proprio lavoro, che aumenta il rischio di cadere nella procrastinazione e nell’immobilità;
  3. Alti standard personali: la tendenza ad autoimporsi standard irrealisticamente elevati per le proprie performance;
  4. Le aspettative dei genitori: dunque la convinzione che i propri genitori abbiano aspettative elevate e che si attendano solo risultati straordinari dai loro figli;
  5. Il criticismo dei genitori: percepire i propri genitori estremamente critici e giudicanti qualora le loro aspettative di perfezione sui figli vengano disattese;
  6. L’organizzazione: la tendenza ad enfatizzare eccessivamente l’ordine, la simmetria, la precisione e la metodicità.

Secondo autori più recenti (Hewitt, Flett & Mikail, 2017) il concetto di perfezionismo si può dividere in 3 principali categorie: le componenti di tratto, le componenti interpersonali e quelle intrapersonali. Nei tratti questi autori individuano un perfezionismo “diretto verso di sè”, in cui la persona pretende da se stessa la perfezione, imponendosi alti standard e dandosi autovalutazioni assai severe; un perfezionismo “diretto verso gli altri”, caratterizzato dal pretendere la perfezione dagli altri, che vengono valutati in modo ipercritico e dai quali la persona si aspetta un comportamento identico al proprio, cioè in linea con i propri standard; infine, una forma di perfezionismo “socialmente prescritto” dove la persona crede che gli altri in generale (familiari, colleghi, amici e gli estranei) si aspettino da lei niente di meno della perfezione. La persona con perfezionismo patologico tende a promuovere la propria perfezione presentandosi agli altri con un’immagine di sè ineccepibile, unica, straordinaria; a questo aggiunge la tendenza a nascondere i propri difetti o limiti, presunti o reali, fisici o psicologici, ricorrendo a svariate forme di evitamento e di compiacenza passiva; sulla base della convinzione di non potersi mostrare agli altri (e quindi al loro giudizio) se non a patto di risultare perfetta. La persona perfezionista patologica presenta, inoltre, un occultamento di ogni aspetto di se stessa e della propria vita che possa essere soggetto alla disapprovazione degli altri, credendo in fondo che svelare un difetto equivalga a un vero e proprio fallimento, e porti vergogna e umiliazione. Il suo dialogo interno si compone di continue preoccupazioni relative al bisogno di essere impeccabile, perfetta appunto, cosa che si manifesta con una concatenazione di pensieri automatici denigratori, rimuginii, autorecriminazioni e autocensure.

Le conseguenze patologiche

E’ stato dimostrato che il perfezionismo patologico può creare ripercussioni altamente dannose nella vita della persona. Anzi, crea le premesse per una vita infelice, aggiungerei. Depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo sono le conseguenze patologiche più diffuse, insieme a un pervasivo senso di fallimento. Chi soffre di perfezionismo patologico procrastina per la paura (o, meglio, la convinzione) di non essere all’altezza delle prove e delle prestazioni o di non saperle eseguire in modo perfetto; tende a sviluppare “manie di controllo” sia a casa, nella coppia, con gli amici e sul lavoro; pretende standard elevati di successo da parte degli altri, che “tormenta” con continue critiche. Data l’ossessione per l’ordine e la precisione, la persona può diventare compulsiva nel darsi regole, nel compilare liste di cose da fare, stakanovista a lavoro o, al contrario, del tutto disinteressata o apatica, segno dell’assenza di un equilibrio tra i due estremi del continuum ordine-caos. Il perfezionista patologico considera il risultato finale del proprio lavoro più importante del processo di apprendimento e si focalizza in modo ipercritico su dettagli del proprio lavoro.

Le aree più colpite dal perfezionismo patologico

  • Attività fisica: lo sport in generale enfatizza la prestazione, insistendo sul risultato finale piuttosto che sul gesto atletico in sè;
  • Scuola e lavoro: il perfezionista patologico tendenzialmente impiega più tempo a svolgere i propri compiti o evita del tutto di iniziare per la paura di commettere errori e non raggiungere la perfezione;
  • Corpo ed estetica: sicuramente questo è l’ambito più colpito dal perfezionismo patologico. La persona si autoesamina spesso di fronte allo specchio e da diverse angolature alla ricerca del difetto (che puntualmente trova data questa premessa distorta), presta troppa attenzione al peso, ai volumi e alle forme del proprio corpo, ma si dedica anche meticolosamente all’abbigliamento, al makeup e all’acconciatura per camuffare presunti o reali difetti fisici. Questo getta le basi per un disturbo alimentare, il disturbo da dismorfismo corporeo e l’esercizio fisico compulsivo.
  • Relazioni interpersonali: la persona fa pressioni sui propri cari, colleghi, amici e familiari affinchè si conformino ai propri standard perfezionistici, causando incomprensioni e stress;
  • Ambiente: la persona si dedica a pulire, sistemare e tenere in ordine la propria casa, ufficio, automobile per renderli impeccabili;
  • Igiene personale e salute: la persona si cimenta in pratiche salutistiche esasperate che possono provocare problemi di salute, come seguire in modo acritico una certa alimentazione (ortoressia), o altri comportamenti compulsivi volti a preservare la propria salute.

Le cure

Nella mia formazione mi sono concentrata maggiormente sul modello di Hewitt, Mikail e Flett che ti ho citato prima, secondo cui il perfezionismo patologico trae origine dalle relazioni di attaccamento con le figure primarie dell’infanzia, fase in cui si formano le rappresentazioni di sè, dell’altro e della relazione con l’altro. Ne ho parlato approfonditamente in un articolo dedicato agli stili di attaccamento, lo puoi leggere qua: https://federicapianapsicologa.it/gli-stili-di-attaccamento-le-basi-delle-relazioni-in-eta-adulta/. Nella loro prospettiva la persona affetta da perfezionismo patologico manifesta una sproporzionata sensibilità interpersonale e persino ostilità, aspetto che la porta a sperimentare a livello sociale uno stato di esclusione, non accettazione e non appartenenza (definita “disconnessione sociale”), con la conseguenza di sentirsi sempre più infelice, a rischio di alienazione, e incapace di comprendere gli altri. Da quello che ti ho detto, puoi evincere che il perfezionista patologico valuta se stesso sulla base di un parametro unico e inflessibile: il raggiungere o meno gli standard autoimposti. Per quanto ingaggiarsi in strenui sforzi conduca la persona a molteplici conseguenze dannose, il problema si autoalimenta a causa di alcuni meccanismi di mantenimento tra cui, ad esempio, i bias cognitivi, l‘autocritica spietata e l’evitamento. Venendo adesso alle cure, mi preme dirti che, come ogni altra situazione, prenderne onesta e chiara consapevolezza è il primo e fondamentale passo per iniziare a stare meglio, responsabilizzandoti sul problema e muovendoti in prima persona. Un primo suggerimento che posso darti è iniziare sostituendo pensieri automatici ipercritici con altri pensieri meno severi e più rispondenti alla realtà, dunque più salutari. Un secondo passo consiste nel modificare la prospettiva dalla quale guardi a te stesso, imparando a decentrarti, vale a dire ad osservarti da un’angolatura diversa, ad esempio adottando due punti di vista: quello di una persona cara, che ti conosce e ti vuole bene, e quello di un estraneo. Un terzo suggerimento che mi sento di darti è di ridurre la concentrazione massiccia sui dettagli, sui micro-aspetti delle cose, delle situazioni e delle prestazioni, in virtù di uno sguardo panoramico, che ti aiuta a vederle nell’insieme anzichè utilizzare sempre una implacabile lente di ingrandimento.

I suggerimenti sopracitati sono un buon inizio nel prenderti cura di te ma, per affrontare in modo esauriente e superare davvero un problema di rilevanza clinica come il perfezionismo patologico la via maestra è una buona psicoterapia, un percorso psicologico-clinico ritagliato sul tuo caso specifico che puoi intraprendere insieme ad uno psicologo-psicoterapeuta come me, che si occupa quotidianamente di questi e altri temi. In conclusione, si è visto, grazie agli studi più recenti, che una psicoterapia efficace per il perfezionismo patologico include pratiche di mindfulness, di accettazione e auto-compassione, ottimali per lavorare su quegli elementi più resistenti quali l’auto-critica, la vergogna, fino al disgusto/disprezzo verso di sè che tanto affliggono chi soffre di questo problema.

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Che cos’è un blocco emotivo.

Questo è un articolo a cui ho pensato a lungo, poichè il tema è caldo ed importante, è forse il tema su cui lavoro più spesso con i miei pazienti ogni giorno. Voglio perciò parlarti oggi dei blocchi emotivi: ti sarà capitato di sentir parlare qualcuno, un amico, un familiare o il tuo partner, di una situazione in cui si sente bloccato e non riesce più ad andare avanti? Oppure di aver fatto tu in prima persona questa spiacevole esperienza di sentirti incastrato? Volendo dare una definizione sintetica, il blocco emotivo è una barriera che si crea nella tua mente e che ti impedisce di utilizzare al meglio le tue risorse personali, motivo per cui non riesci a ragionare, decidere e a sentire in modo pieno, ne risulta un impedimento a progredire attraverso le varie fasi di vita. Ti porto alcuni esempi. Incappi in un blocco emotivo quando, in seguito ad un’esperienza dolorosa come l’aver commesso un errore, o aver vissuto una delusione, un senso di abbandono da parte di altri, non riesci a vivere a pieno l’entità del dolore e delle altre emozioni spiacevoli relative a tale esperienza, come il rimorso, o il rimpianto, i sensi di colpa o la vergogna o la rabbia, pertanto rimani fermo, congelato nell’esperienza che resta “muta”, irrisolta. Da questo origina uno scenario per cui puoi vivere il tuo quotidiano “normalmente” ma, ad un certo punto, senti che qualcosa non va come desideri, che manca un tassello, inizi quindi a provare un disagio, un senso di malessere magari circoscritto ad un’area specifica della tua vita. Tale disagio è il campanello d’allarme che ti segnala che si è creato un blocco emotivo.

Purtroppo nella nostra cultura contemporanea occidentale non viene ancora dato uno spazio sufficiente all’educazione emotiva ed affettiva, da ciò derivano inevitabilmente trascurare il nostro mondo interiore e una maggiore probabilità di sviluppare blocchi emotivi. In particolare voglio sottolineare che elaborare le tue esperienze spiacevoli non solo è qualcosa di utile, ma è necessario per poter realizzare il tuo potenziale umano e concretizzare una vita appagante secondo i tuoi desideri. Le emozioni sono infatti parte della dotazione naturale consegnataci da migliaia di anni di evoluzione, non sono qualcosa di “carino” (nel caso delle emozioni di piacere, gioia, serenità e stupore), di “disturbante” (nel caso delle emozioni spiacevoli come il dolore, la vergogna, il senso di colpa, la rabbia) o di superfluo. Il vero cardine del benessere, della salute e della guarigione risiedono infatti nell’elaborazione delle esperienze, soprattutto quelle spiacevoli, stressanti e traumatiche, poichè da questo passaggio si liberano le risorse già presenti nella persona e se ne sviluppano altre nuove e più idonee alle sfide della vita, tali risorse si traducono poi in energia, in “carburante” psicofisico utile ad ogni tuo progetto personale. In presenza di un blocco emotivo questo passaggio non è percorribile, e tu rimani fermo, intrappolato senza poter progredire.

Le cause e i sintomi

Un blocco emotivo è un meccanismo di difesa pensato e creato dalla tua mente ed è facilmente riscontrabile non solo nel nostro quotidiano, ma anche come determinante di svariati quadri psicopatologici, dai disturbi d’ansia e dell’umore a quelli correlati ad eventi stressanti, ai disturbi dell’alimentazione, della personalità e quant’altro. Alla genesi del blocco emotivo, come ti ho spiegato, si collocano esperienze dolorose o traumatiche non elaborate e pertanto rimaste congelate, “indigerite” nel tuo sistema nervoso. Ma vi sono pure altre cause, dagli studi sono emersi condizionamenti socio-culturali come la scarsa educazione all’affettività, clichè che scoraggiano il contatto con se stessi, la consapevolezza e il lavoro di crescita personale, come pure condizionamenti familiari. Sto parlando ad esempio dell’essere cresciuto in un contesto familiare dove vigeva un’educazione rigida e repressiva, fatta di dogmi (regole senza possibilità di essere riviste e ridiscusse apertamente), o l’aver sviluppato nella tua personalità un tratto di forte inibizione emotiva, cioè di svalutazione e controllo della tua sfera emotiva. Ti voglio elencare ora i sintomi più diffusi di espressione di un blocco emotivo: 

  1. Difficoltà di attenzione e concentrazione, confusione mentale;
  2. Sensazione di vuoto, scarsa autodirezionalità (vale a dire la difficoltà a porsi e a seguire direzioni/obiettivi);
  3. Evitamento di diverse situazioni sulla base della paura (di sbagliare, di essere giudicato, rifiutato, abbandonato);
  4. Sintomi psicosomatici aspecifici come dolori, nervosismo e tensione muscolare;
  5. Astenia, cioè stanchezza/facile faticabilità sia fisica che mentale.

Suggerimenti pratici

Veniamo adesso ai suggerimenti pratici che voglio fornirti per iniziare a familiarizzarti con i tuoi blocchi emotivi, affrontarli in modo sano e, infine, superarli. L’elemento di base e imprescindibile è allenarti alla presenza mentale: devi cioè tornare (o apprendere per la prima volta) ad essere presente a te stesso, ascoltandoti in modo aperto e libero da giudizi ed aspettative, con la genuina intenzione di prenderti cura di te. Se svilupperai e affinerai questa dimensione della presenza mentale riscontrerai già dei benefici, poichè andrai nella direzione contraria a quella suggerita dal blocco: se assecondare il blocco equivale infatti ad evitare, a distaccarti da te stesso e da questo materiale irrisolto, allenarti ad essere presente ti rende vigile, attento e lucido a ciò che questo materiale rappresenta, da dove viene, in cosa consiste ecc ecc. Nota poi quando oltrepassi la soglia della tua zona di comfort, quando cioè senti chiaramente di stare facendo dei passi un poco oltre “l’habitat personale” in cui sei solito muoverti. Inizia a prendere contatto con il tuo blocco: sosta in compagnia del tuo blocco, soffermatici, presta attenzione a come si manifesta sia nella tua mente che nel tuo corpo. Osserva e prendi nota di questi aspetti: Quali sono i pensieri che scorrono nella tua mente? E le immagini? Tipicamente puoi rintracciare pensieri assai negativi e autosvalutanti, autodenigratori che iniziano con il “non” (“Non ce la faccio”, “Non ne sono capace”, “Il mondo non è un posto sicuro”, “Non sarò mai amato” ecc ecc), hanno un linguaggio assoluto e negativo. A questi pensieri seguono emozioni altrettanto forti, come una forte paura, rabbia, senso di colpa o vergogna. Presta attenzione e senti queste emozioni dentro di te: Come le percepisci nel tuo corpo? A quali sensazioni fisiche corrispondono e dove sono localizzate? Rispondere a queste domande ti aiuta a crearti una sorta di mappa del tuo blocco emotivo, così da imparare a leggerlo attraverso il suo linguaggio, fatto di pensieri, immagini, emozioni e sensazioni corporee, cerca di disporti con animo, come ti dicevo poc’anzi, aperto, curioso e volto all’esplorazione coraggiosa, non all’etichettamento con i giudizi. Un altro passo importante è modificare il modo in cui parli delle tue emozioni bloccate: inizia a familiarizzarti con un linguaggio diverso, più flessibile, articolato ed equilibrato. Non dire più “Sono arrabbiato”, “Sono in preda al panico” o “E’ tutta colpa mia”, ma pronuncia frasi del tipo “Provo rabbia, senso di colpa, dolore o paura”. Cambiando in questo modo il linguaggio inizi a disidentificarti, cioè ti poni ad una giusta distanza dalla tua esperienza interna emotivamente turbolenta, smetti di essere completamente fuso con essa, piuttosto cominci a maneggiarla con gli strumenti dell’osservazione non giudicante e della consapevolezza.

La parte cruciale, la più lunga e intensa, viene adesso: consiste nell’attraversare fino in fondo l’esperienza originariamente associata al blocco emotivo che stai contattando. Per poter fare ciò rievoca l’esperienza correlata al blocco, nella maggior parte dei casi è semplice perchè ti ricordi bene, hai viva la connessione tra l’evento originario e l’insorgenza del blocco emotivo. Nel ritornare sull’esperienza hai bisogno di darti il permesso di prendere un contatto profondo e integrale, di riattraversarla interamente. Puoi visualizzare i momenti più salienti in immaginazione oppure puoi disegnarli o scriverli in un racconto, l’opzione migliore è a mano anzichè su una tastiera. Il disegno e la scrittura sono ottimi strumenti, poichè ti consentono di dare vita ad una rappresentazione della tua esperienza dolorosa e creare una distanza dalle emozioni forti imbrigliate nel blocco. Respira dentro alle emozioni che stai provando e immagina di attribuire un significato nuovo e differente, più funzionale e adattivo, all’esperienza dolorosa prima indigerita. Nel dare questo nuovo significato è essenziale che tu non ti senta più una vittima impotente di questa esperienza, non sia più schiacciato sotto emozioni soverchianti e incomprensibili, ma, anche se provato, rimani integro, rimani te stesso. Sei salvo, presente, vivo, e riesci non solo ad andare avanti nella tua vita, ma anche ad andare oltre questa esperienza dolorosa, a progredire, a riorganizzare la tua vita dandoti nuovo slancio e perseguendo obiettivi in linea con i tuoi valori. Quando avrai riattraversato l’esperienza spiacevole e il blocco si sarà sciolto tu avrai una percezione diversa di te stesso, degli altri, del mondo: ti sentirai molto più padrone di te stesso, poichè adesso c’è una distanza corretta tra te e questa esperienza che ha generato il blocco, questa esperienza è davvero adesso un ricordo, e sta esattamente dove deve stare, nel passato, mentre tu sei vivo, qui e ora, e hai tante possibilità di andare avanti e ingaggiarti in nuove sfide e nuovi obiettivi. Ora sei libero dal fardello del vecchio blocco che ti manteneva sì “al sicuro” nella tua zona di comfort, ma soffocava le tue risorse e la tua vitalità imprigionandoti: hai liberato te stesso, sei il miglior alleato di te stesso, e puoi continuare come più desideri il tuo cammino. 

Conclusioni

Questo processo è in sintesi il processo necessario all’elaborazione delle esperienze dolorose generatrici del blocco, spesso è necessario fare un lavoro anche su quelle convinzioni rigide e limitanti originatesi dai condizionamenti socio-culturali e familiari nonchè sui tratti di personalità come l’inibizione emotiva e l’ipercontrollo, come pure talvolta si può associare il protocollo EMDR se ci sono dei veri e propri traumi. Non è detto che tu riesca a svolgere l’intero processo in modo autonomo, puoi imbatterti in difficoltà o stalli: se preferisci essere seguito in modo professionale e personalizzato puoi rivolgerti a me, contattandomi per capire come possiamo lavorare insieme per risolvere i tuoi blocchi emotivi e ridare slancio e grinta alla tua vita. 

Leggi questi articoli dove parlo del protocollo EMDR e della guarigione dalle ferite affettive: https://federicapianapsicologa.it/fuori-dal-tunnel-supera-il-dolore-e-i-traumi-con-lapproccio-emdr/;  https://federicapianapsicologa.it/guarisci-le-tue-ferite-affettive-un-percorso-in-8-step/. Nella ricca sezione del blog trovi numerosi articoli relativi al mondo delle emozioni e dell’affettività, dacci un’occhiata!

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Che cos’è l’alessitimia?

Il termine alessitimia è stato coniato negli anni settanta da John Nemiah e Peter Sifneos, per definire un tratto di personalità, cioè una caratteristica tendenzialmente stabile, presente nei pazienti con disturbi psicosomatici (quali ulcera gastroduodenale, asma, eczema ecc ecc). Il termine alessitimia deriva dal greco alexis thymos e tradotto in senso letterale significa “assenza di parole per le emozioni. Nello specifico, il termine alessitimia rappresenta un disturbo delle capacità affettive e simboliche che rende grigio e sterile lo stile comunicativo delle persone con questo tratto marcato.

L’alessitimia comporta una serie di difficoltà rispetto a:

  • Decifrare, comunicare e interpretare i propri e gli altrui sentimenti;
  • Distinguere le emozioni dalle percezioni fisiologiche;
  • Capire i fattori che causano le proprie risposte emotive;
  • Utilizzare il linguaggio verbale come strumento per esprimere le emozioni, con conseguente tendenza a sostituire la parola con l’azione fisica.

Taylor, Bagby e Parker (2000) a tal proposito, hanno considerato l’alessitimia un disturbo dell’elaborazione degli affetti che interferisce con i processi di auto-regolazione emotiva. Questo deficit può essere una causa alla base della tendenza della persona alessitimica ad attuare alcuni comportamenti compulsivi quali: gettarsi nel cibo, abusare di sostanze o di internet e social media, quali mezzi grossolani per scaricare la tensione generata da un’attivazione emotiva non intercettata, capita né elaborata.

Una persona alessitimica presenta un comportamento apparentemente normale, non suscita particolare attenzione, ma può avere posture rigide, non è tipicamente espressivo e comunicativo, può avere esplosioni di rabbia o scoppi di pianto inconsolabile di cui non riesce a comprendere le cause. Ha un’immaginazione impoverita, e scarsa attività onirica, cioè dei sogni. Pur avendo una attivazione fisiologica congrua in presenza di emozioni, non ha sufficiente capacità di riorganizzare gli elementi della propria esperienza corporea e affettiva in una rappresentazione mentale chiara, in un modello mentale definito.

L’alessitimia è un fenomeno molto variegato, risultato di fattori genetici, neurofisiologici , intrapsichici, oltre che di modelli di comunicazione  familiare e fattori socioculturali.

L’alessitimia rappresenta un fattore di rischio per disturbi sia organici sia psicologici: coronaropatie, ipertensione, disturbi gastrointestinali, disturbi alimentari, disturbi d’ansia e depressivi, disturbi correlati alle sostanze. Questo accade perchè vi è nella persona un’alta reattività del sistema nervoso autonomo (un ramo del sistema nervoso), fattore implicato nelle somatizzazioni. La persona tende a stabilire relazioni di forte dipendenza o, al contrario, a ritirarsi nell’isolamento, tende, inoltre, a concentrarsi sulle sensazioni fisiche correlate alle emozioni, delle quali ha una scarsa consapevolezza e comprensione, da ciò può derivare una distorta interpretazione di tali sensazioni, che porta a paure ipocondriache, cioè di stare per sviluppare o di avere di già una malattia corporea, anche severa.

Le basi neurofisiologiche

A livello neurofisiologico, essendo l’emisfero cerebrale sinistro coinvolto nel linguaggio, mentre il destro nell’elaborazione delle emozioni, è probabile che la scarsa comunicazione tra gli emisferi e il deficitario funzionamento dell’emisfero destro siano le cause dell’alessitimia. Esistono poi due tipi di alessitimia: quella di tipo 1, caratterizzata dall’assenza di attivazione emotiva, e quella di tipo 2, che comporta solo un deficit di decodifica cognitiva e di espressione delle emozioni. Tali problematiche sono da considerarsi come esiti di eventi traumatici che hanno spezzato abilità precedentemente acquisite o come esiti di uno sviluppo inadeguato delle facoltà di mentalizzazione, cioè di rappresentazione della mente propria ed altrui. Tali facoltà si sviluppano già dai primi anni di vita per mezzo di un ambiente favorevole dove il bambino viene aiutato ad ascoltare, conoscere e comunicare i propri vissuti interni con comportamenti funzionali e con un vocabolario via via più esteso e ricco. Questo tratto stabile di personalità è maggiormente presente negli uomini, dato il retaggio culturale che spinge nell’educazione dei bambini maschi a insegnare loro abilità pratiche anziché quelle affettive e relazionali.

La Psicoterapia

Da un punto di vista terapeutico, è fondamentale riabilitare la persona a prendere contatto con il proprio mondo interno, dal quale tende a fuggire e che gli appare del tutto misterioso, per costruire le competenze di base dell’intelligenza emotiva, vale a dire intercettare l’emozione differenziandola dalle sensazioni corporee, distinguerla e decifrarla correttamente, imparare ad incanalarla in un linguaggio espressivo e verbale congrui. Tutto questo processo, lungo ma soddisfacente, ridà alla persona le chiavi per accedere al suo mondo interiore e gli strumenti per interagire con gli altri costruendo relazioni amicali, familiari e di coppia articolate e reciproche. Per saperne di più sul mondo delle emozioni, nonchè approfondire la tua conoscenza sulle singole emozioni, le caratteristiche e i significati, ti invito a leggere tutti gli articoli dedicati su questo blog. Buona lettura! Se ti ritrovi nei comportamenti alessitimici che trovi descritti, se questo procura sofferenza a te e a chi ti sta intorno, valuta di richiedere un primo colloquio clinico, in cui possiamo inquadrare la tua situazione e ipotizzare un percorso idoneo per te.
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Le origini

Ti è capitato di osservare profonde differenze nelle modalità relazionali tra le persone? Avrai sicuramente notato che qualcuno sembra spaventato o disinteressato dalle relazioni, e le rifugge, o ne imposta di superficiali; mentre qualcuno sembra in preda ad una forte ansia per cui è sempre in cerca di conferme, si butta a capofitto nelle relazioni e tende a stare molto vicino, “appicciccato” al proprio partner, facendo “scenate” di gelosia ogni qual volta lo sente meno presente. C’è poi qualcuno che sembra preso in un conflitto irrisolvibile tra il bisogno letteralmente disperato di relazione e il terrore della stessa, che lo conduce in spirali distruttive con comportamenti caotici e incoerenti. Ebbene, tutto questo ha delle precise ragioni che rientrano negli stili di attaccamento: vale a dire le modalità di entrare e di mantenere una relazione affettivamente significativa che la persona ha stabilito con le figure di riferimento primarie dell’infanzia, di solito i genitori, ma anche i fratelli, nonni ed altre figure familiari e non solo. Tali stili tendono a mantenersi stabili nell’arco di vita, poichè la persona li interiorizza come MOI, i cosiddetti Modelli Operativi Interni, vale a dire che diventano rappresentazioni mentali di queste modalità relazionali risalenti all’infanzia: questo non significa che non siano soggetti al cambiamento, tutt’altro, entro una nuova relazione affettiva e intima possono mutare. E’ il motivo per cui, se hai uno stile di attaccamento insicuro, di cui tra poco ti parlo, hai la possibilità di farlo evolvere verso uno stile più sicuro se ti ingaggi in una relazione affettivamente significativa, con un caro amico, un partner o lavorandoci in un percorso con uno psicologo/psicoterapeuta.

Dagli studi sul tema è emerso che il bambino ha un’innata predisposizione a cercare la prossimità sia fisica che emotiva con una figura adulta di riferimento, ogni qual volta sperimenta disagio, paura, o è in difficoltà: questo comportamento di ricerca è reso possibile dal cosiddetto sistema di attaccamento, un sistema motivazionale di matrice biologica, che trova il suo complemento naturale nel sistema di accudimento, preposto all’emissione di comportamenti di attenzione e cura da parte dell’adulto verso il bambino. E’ stato dimostrato che nel bambino il sistema di attaccamento è assolutamente prioritario, il bambino è, infatti, una creatura completamente indifesa: questo rende ragione dell’importanza della relazione che va a co-costruire con la propria madre, fin dalla nascita. 

La relazione tra il caregiver e il bambino

Lo stile di attaccamento ha origine nelle relazioni con le figure significative dell’infanzia, come ti ho detto. Esistono 4 tipologie di stile di attaccamento, studiate a lungo e descritte grazie a una mole di ricerca iniziata dagli anni ’60 del secolo scorso ad opera di autori quali John Bowlby, Mary Ainsworth, Mary Main e altri. Voglio menzionare al riguardo una procedura sperimentale denominata The Strange Situation, dove è stato osservato il comportamento di un bambino di un anno in vari momenti con la madre, sia di unione sia di allontanamento, e nell’interazione con un estraneo, ricavandone dati che hanno permesso di concettualizzare queste 4 tipologie di attaccamento. Sono state classificate sulla base di due dimensioni: l’ansia e l’evitamento. Nello stile sicuro risultano bassi i punteggi a entrambe, negli stili insicuri i punteggi sono diversificati: nello stile insicuro – evitante c’è alto evitamento e bassa ansia, in quello insicuro – ambivalente c’è basso evitamento ed alta ansia.

Le 4 tipologie in breve:

  1. Lo stile di attaccamento sicuro: questa è la tipologia riscontrata più di frequente, in poco più di metà dei bambini, caratterizzata dalla capacità del bambino di interagire serenamente con la madre, protestare con il pianto al suo allontanamento, e ricongiungersi a lei con gioia lasciandosi calmare e confortare. E’ un bambino che ha piacere anche a vivere momenti di gioco solitario;
  2. Lo stile di attaccamento insicuro – evitante: questa tipologia è riscontrabile in circa 1/4 dei bambini, è caratterizzata dalla scarsità o, più spesso, assenza di interazioni piacevoli e/o giocose tra il bambino e la madre, dall’assenza di sconforto/smarrimento del bambino all’allontanamento della madre e dalla prevalenza di momenti in cui il bambino è assorbito in qualche attività solitaria, distaccato e disinteressato verso la madre;
  3. Lo stile di attaccamento insicuro – ambivalente: anche questa tipologia è riscontrabile in circa 1/4 dei bambini, è connotata dalla presenza di una forte emotività nel bambino, il quale, in presenza della madre, tralascia i propri giochi e interagisce attivamente con lei, mentre al suo allontanamento e al suo ritorno manifesta dapprima turbamento con ansia e agitazione, poi protesta rabbiosa e pianto inconsolabile. Il bambino, per quanto sconvolto, non riesce a calmarsi e a confortarsi una volta ricongiunto alla madre;
  4. Lo stile di attaccamento disorganizzato: questa tipologia è di più raro riscontro, in una percentuale ristretta di casi, ed è connotata dall’assenza di un comportamento coerente e strutturato nel bambino, il quale, invece, manifesta un’angoscia tale per cui mette in atto comportamenti, per l’appunto, disorganizzati, cioè caotici, incoerenti, come il muoversi in modo stereotipato (dondolii ecc ecc), andare incontro alla madre al suo ritorno ma fermandosi bruscamente o evitando il contatto oculare o fisico affettuoso, coprendosi gli occhi o rimanendo immobile come paralizzato. 

Tali stili di attaccamento discendono da altrettante tipologie di comportamento adottate dalla madre o dal principale caregiver. Di seguito te le sintetizzo:

  1. Lo stile materno sicuro: si parla di una madre “risolta” rispetto alle modalità relazionali antiche con i propri genitori, che sa sintonizzarsi emotivamente sulle necessità del figlio, rispettando gli spazi di autonomia del bambino (ad esempio nel gioco), incoraggiandolo all’esplorazione e alla socializzazione, ma anche accorrendo quando il bambino è in difficoltà o ha paura. Sa ascoltarlo, decifrarne i vissuti, contenerne le ansie, e giocare con lui. E’ una base sicura per il figlio, che sviluppa la credenza che tutti i suoi bisogni possono essere compresi e soddisfatti (pur con qualche eccezione) dalla madre;
  2. Lo stile materno evitante: si parla di una madre non risolta, nel senso che tende ad essere molto assorbita da sè stessa e a trascurare il figlio. E’ costantemente disconnessa. Non sa sintonizzarsi con lui, può essere distaccata, assente o respingente. Può nutrire sentimenti spiacevoli, come rabbia o frustrazione, che non le consentono di avvicinarsi al bambino e di essere accogliente; motivo per cui il bambino disattiva stabilmente il suo sistema di attaccamento, sulla base della credenza che i suoi bisogni non possono essere mai soddisfatti;
  3. Lo stile materno ansioso: anche qua si parla di una madre non risolta, ma in un modo diverso dal caso precedente. E’ costantemente connessa con il figlio, non riuscendo però a sintonizzarsi in modo equilibrato: iperapprensiva, intrusiva, invade gli spazi di autonomia del figlio, può essere da una parte controllante e dall’altra respingente. Non fornisce una base sicura, un punto di riferimento: motivo per cui il bambino mantiene attivato troppo a lungo il suo sistema di attaccamento, al fine di richiamarne l’attenzione e assicurarsi la sua vicinanza. La madre, non accordandosi con il bambino, lo costringe a modellarsi sui propri umori: da qui le interazioni tra i due cariche di ansia e di fraintendimenti;
  4. Lo stile materno disorganizzato: si tratta di una madre ancora soverchiata da vissuti relativi a situazioni della propria infanzia o adolescenza, alle prese con difficoltà personali o familiari che non le consentono di sintonizzarsi in modo sensibile sulle esigenze del bambino, in un modo diverso dalle modalità sopra descritte. Può essere traumatizzata, alle prese con eventi fortemente stressanti, vittima di violenza, spaventata e quindi spaventante per il figlio, il quale convive con costanti vissuti di paura, sfiducia alternati al bisogno di affidarsi alla madre. In questi casi è frequente riscontrare una qualche psicopatologia nella madre, variabile importante per la probabilità dell’instaurararsi di qualche tipo di malessere anche nel bambino.

Lo stile di attaccamento in età adulta

Come ti ho detto, gli stili di attaccamento tendono ad auto-alimentarsi nell’arco di vita: è perciò assai probabile che il modo preferenziale con il quale ti ingaggi (o meno) nelle relazioni da adulto rispecchi lo stile di attaccamento da te instaurato nell’infanzia con i tuoi genitori. Di seguito ti riassumo le caratteristiche di ogni stile:

  1. Lo stile sicuro o libero: dai eguale valore sia ai tuoi bisogni di autonomia sia a quelli di relazione, per cui vivi in modo equilibrato sia la tua area individuale sia quella relazionale, entrando e costruendo relazioni affettivamente significative dove porti empatia, rispetto, vicinanza, gioco, piacere. Ti senti degno di amore e fiducia, e allo stesso modo percepisco gli altri. Hai tendenzialmente un’alta autostima;
  2. Lo stile evitante o distanziante: dai maggior valore ai tuoi bisogni di autonomia, svalutando quelli di relazione, che per te equivale a una dipendenza dall’altro. Nel senso che rifuggi dalle relazioni o ne costruisci di brevi, occasionali o superficiali, dove regna un’atmosfera da una parte leggera e giocosa, dall’altra di distacco emotivo. Nutri la convinzione di “non aver bisogno di nessuno” o che “le relazioni portano solo guai o sono inutili” o che “le persone sono egoiste e distaccate”. Queste si basano sulla credenza nucleare che i tuoi bisogni non possono essere accolti e compresi da nessuno e che a te tocca cavartela da solo, proprio come accadeva con i tuoi genitori da bambino;
  3. Lo stile ansioso o preoccupato: dai maggior valori ai tuoi bisogni di dipendenza, svalutando quelli di autonomia, che per te significa una svilente solitudine. Tendi a impegnarti molto in una relazione, fino al punto da esserne ipercoinvolto, senza riconoscere spazi di autonomia nè per te nè per il tuo partner, dal quale ti attendi, e talvolta pretendi, continue conferme, data la tua forte paura dell’abbandono. Nella tua relazione si crea spesso un’atmosfera carica di ansia e, quando non ti senti validato, scontro e ostilità; sulla base della credenza nucleare che l’altro è instabile e a te tocca sollecitarlo continuamente per soddisfare i tuoi (grandi) bisogni di relazione;
  4. Lo stile disorganizzato o irrisolto: in questo caso vivi in un perenne conflitto tra i tuoi bisogni di autonomia e quelli di relazione, nella difficoltà di adottare una strategia coerente per soddisfarne almeno un tipo, come accade nelle tipologie evitante e ansioso sopra descritte. Da una parte, senti un forte bisogno di relazione, dall’altra, ne sei molto spaventato, o addirittura terrorizzato: senti che questo vissuto di angoscia non è risolvibile nè con la modalità evitante (rinunciando alla relazione intima e stando prevalentemente da solo), nè con la modalità ansiosa (rinunciando all’autonomia in favore di una relazione intima). E’ probabile, perciò, che tu alterni fasi di solitudine ad altre di coinvolgimento, senza mai trovare un equilibrio, ma vivendo caos e instabilità (l’essenza della disorganizzazione).

Conclusioni

Come ti ho detto all’inizio dell’articolo, è possibile mutare il tuo stile di attaccamento se è fonte di sofferenza. Ricorda che ora sei un adulto, sei tu il responsabile della tua vita: puoi decidere in ogni momento di modificare quello che non ti piace, come i “copioni” disfunzionali ancora presenti nelle tue relazioni. Se senti di stare ripetendo vecchie modalità relazionali risalenti alla tua famiglia nell’infanzia, se non senti reciprocità, intimità, stabilità nelle tue attuali relazioni, se le rifuggi sistematicamente e se ti senti particolarmente insicuro, ti invito a valutare l’idea di richiedere un primo colloquio, in cui inquadrare e comprendere le tue difficoltà e darti gli strumenti per superarle. Leggi anche l’articolo in cui ti illustro le ferite affettive: https://federicapianapsicologa.it/guarisci-le-tue-ferite-affettive-un-percorso-in-8-step/

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