Che cos’è il perfezionismo?

Sul perfezionismo si è scritto molto in passato e si continua a scrivere tuttora, poichè è un tema di vasto interesse che tocca un po’ la vita di tutti e si presenta come un elemento trasversale a diversi quadri psicopatologici. Il perfezionismo si presenta in una varietà di forme e declinazioni, secondo alcuni autori esisterebbero una forma di perfezionismo adattivo o “normale” ed un’altra detta nevrotica, cioè problematica e caratterizzata da standard inflessibili. In ogni caso si parla di perfezionismo quando la persona fa dipendere in misura eccessiva la valutazione di se stessa dal raggiungimento di specifici standard autoimposti, nonostante le ripercussioni negative tale attitudine le procuri.

Le prospettive sul perfezionismo

Tra i molti autori che hanno affrontato questo tema, il primo è stato Alfred Adler, il quale considerava l’aspirazione alla superiorità un’istanza connaturata all’essere umano, quindi di per sè positiva e funzionale; ma in alcune persone questa tendenza verrebbe spinta all’eccesso tramutandosi in un’attitudine esasperata a fare confronti continui tra se stesse ed un ideale irraggiungibile di perfezione, atteggiamento che andrebbe ad alimentare il senso di inferiorità che sta alla base. Un’altra lettura, sempre di matrice psicoanalitica, è stata offerta da Karen Horney, la quale ipotizzava che il perfezionismo derivasse da conflitti interni alla persona, conflitti prodotti dal trovarsi esposta a contraddizioni, ad esempio quella tra il bisogno di raggiungere il successo mediante la competizione e il bisogno di essere accettata ed amata semplicemente per com’è. Secondo l’autrice esisterebbero fondamentalmente due vie per gestire tali contraddizioni: una possibilità consiste nel reprimerle “censurandole”, dunque escludendole dalla consapevolezza, mentre l’altra sta nel forgiare un’immagine di sè idealizzata e perfetta. Devi sapere, però, che i contributi scientifici di maggior spessore sul perfezionismo sono arrivati intorno agli anni ’90. Il lavoro probabilmente più noto è quello di Frost e colleghi del 1990, nel loro approccio il perfezionismo viene descritto secondo 6 dimensioni:

  1. Le preoccupazioni riguardo agli errori: cioè un’eccessiva ansia sulla probabilità di commettere errori, per cui ogni minima imperfezione viene considerata un vero e proprio fallimento;
  2. I dubbi sulle azioni: una sproporzionata preoccupazione sulla qualità del proprio lavoro, che aumenta il rischio di cadere nella procrastinazione e nell’immobilità;
  3. Alti standard personali: la tendenza ad autoimporsi standard irrealisticamente elevati per le proprie performance;
  4. Le aspettative dei genitori: dunque la convinzione che i propri genitori abbiano aspettative elevate e che si attendano solo risultati straordinari dai loro figli;
  5. Il criticismo dei genitori: percepire i propri genitori estremamente critici e giudicanti qualora le loro aspettative di perfezione sui figli vengano disattese;
  6. L’organizzazione: la tendenza ad enfatizzare eccessivamente l’ordine, la simmetria, la precisione e la metodicità.

Secondo autori più recenti (Hewitt, Flett & Mikail, 2017) il concetto di perfezionismo si può dividere in 3 principali categorie: le componenti di tratto, le componenti interpersonali e quelle intrapersonali. Nei tratti questi autori individuano un perfezionismo “diretto verso di sè”, in cui la persona pretende da se stessa la perfezione, imponendosi alti standard e dandosi autovalutazioni assai severe; un perfezionismo “diretto verso gli altri”, caratterizzato dal pretendere la perfezione dagli altri, che vengono valutati in modo ipercritico e dai quali la persona si aspetta un comportamento identico al proprio, cioè in linea con i propri standard; infine, una forma di perfezionismo “socialmente prescritto” dove la persona crede che gli altri in generale (familiari, colleghi, amici e gli estranei) si aspettino da lei niente di meno della perfezione. La persona con perfezionismo patologico tende a promuovere la propria perfezione presentandosi agli altri con un’immagine di sè ineccepibile, unica, straordinaria; a questo aggiunge la tendenza a nascondere i propri difetti o limiti, presunti o reali, fisici o psicologici, ricorrendo a svariate forme di evitamento e di compiacenza passiva; sulla base della convinzione di non potersi mostrare agli altri (e quindi al loro giudizio) se non a patto di risultare perfetta. La persona perfezionista patologica presenta, inoltre, un occultamento di ogni aspetto di se stessa e della propria vita che possa essere soggetto alla disapprovazione degli altri, credendo in fondo che svelare un difetto equivalga a un vero e proprio fallimento, e porti vergogna e umiliazione. Il suo dialogo interno si compone di continue preoccupazioni relative al bisogno di essere impeccabile, perfetta appunto, cosa che si manifesta con una concatenazione di pensieri automatici denigratori, rimuginii, autorecriminazioni e autocensure.

Le conseguenze patologiche

E’ stato dimostrato che il perfezionismo patologico può creare ripercussioni altamente dannose nella vita della persona. Anzi, crea le premesse per una vita infelice, aggiungerei. Depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo sono le conseguenze patologiche più diffuse, insieme a un pervasivo senso di fallimento. Chi soffre di perfezionismo patologico procrastina per la paura (o, meglio, la convinzione) di non essere all’altezza delle prove e delle prestazioni o di non saperle eseguire in modo perfetto; tende a sviluppare “manie di controllo” sia a casa, nella coppia, con gli amici e sul lavoro; pretende standard elevati di successo da parte degli altri, che “tormenta” con continue critiche. Data l’ossessione per l’ordine e la precisione, la persona può diventare compulsiva nel darsi regole, nel compilare liste di cose da fare, stakanovista a lavoro o, al contrario, del tutto disinteressata o apatica, segno dell’assenza di un equilibrio tra i due estremi del continuum ordine-caos. Il perfezionista patologico considera il risultato finale del proprio lavoro più importante del processo di apprendimento e si focalizza in modo ipercritico su dettagli del proprio lavoro.

Le aree più colpite dal perfezionismo patologico

  • Attività fisica: lo sport in generale enfatizza la prestazione, insistendo sul risultato finale piuttosto che sul gesto atletico in sè;
  • Scuola e lavoro: il perfezionista patologico tendenzialmente impiega più tempo a svolgere i propri compiti o evita del tutto di iniziare per la paura di commettere errori e non raggiungere la perfezione;
  • Corpo ed estetica: sicuramente questo è l’ambito più colpito dal perfezionismo patologico. La persona si autoesamina spesso di fronte allo specchio e da diverse angolature alla ricerca del difetto (che puntualmente trova data questa premessa distorta), presta troppa attenzione al peso, ai volumi e alle forme del proprio corpo, ma si dedica anche meticolosamente all’abbigliamento, al makeup e all’acconciatura per camuffare presunti o reali difetti fisici. Questo getta le basi per un disturbo alimentare, il disturbo da dismorfismo corporeo e l’esercizio fisico compulsivo.
  • Relazioni interpersonali: la persona fa pressioni sui propri cari, colleghi, amici e familiari affinchè si conformino ai propri standard perfezionistici, causando incomprensioni e stress;
  • Ambiente: la persona si dedica a pulire, sistemare e tenere in ordine la propria casa, ufficio, automobile per renderli impeccabili;
  • Igiene personale e salute: la persona si cimenta in pratiche salutistiche esasperate che possono provocare problemi di salute, come seguire in modo acritico una certa alimentazione (ortoressia), o altri comportamenti compulsivi volti a preservare la propria salute.

Le cure

Nella mia formazione mi sono concentrata maggiormente sul modello di Hewitt, Mikail e Flett che ti ho citato prima, secondo cui il perfezionismo patologico trae origine dalle relazioni di attaccamento con le figure primarie dell’infanzia, fase in cui si formano le rappresentazioni di sè, dell’altro e della relazione con l’altro. Ne ho parlato approfonditamente in un articolo dedicato agli stili di attaccamento, lo puoi leggere qua: https://federicapianapsicologa.it/gli-stili-di-attaccamento-le-basi-delle-relazioni-in-eta-adulta/. Nella loro prospettiva la persona affetta da perfezionismo patologico manifesta una sproporzionata sensibilità interpersonale e persino ostilità, aspetto che la porta a sperimentare a livello sociale uno stato di esclusione, non accettazione e non appartenenza (definita “disconnessione sociale”), con la conseguenza di sentirsi sempre più infelice, a rischio di alienazione, e incapace di comprendere gli altri. Da quello che ti ho detto, puoi evincere che il perfezionista patologico valuta se stesso sulla base di un parametro unico e inflessibile: il raggiungere o meno gli standard autoimposti. Per quanto ingaggiarsi in strenui sforzi conduca la persona a molteplici conseguenze dannose, il problema si autoalimenta a causa di alcuni meccanismi di mantenimento tra cui, ad esempio, i bias cognitivi, l‘autocritica spietata e l’evitamento. Venendo adesso alle cure, mi preme dirti che, come ogni altra situazione, prenderne onesta e chiara consapevolezza è il primo e fondamentale passo per iniziare a stare meglio, responsabilizzandoti sul problema e muovendoti in prima persona. Un primo suggerimento che posso darti è iniziare sostituendo pensieri automatici ipercritici con altri pensieri meno severi e più rispondenti alla realtà, dunque più salutari. Un secondo passo consiste nel modificare la prospettiva dalla quale guardi a te stesso, imparando a decentrarti, vale a dire ad osservarti da un’angolatura diversa, ad esempio adottando due punti di vista: quello di una persona cara, che ti conosce e ti vuole bene, e quello di un estraneo. Un terzo suggerimento che mi sento di darti è di ridurre la concentrazione massiccia sui dettagli, sui micro-aspetti delle cose, delle situazioni e delle prestazioni, in virtù di uno sguardo panoramico, che ti aiuta a vederle nell’insieme anzichè utilizzare sempre una implacabile lente di ingrandimento.

I suggerimenti sopracitati sono un buon inizio nel prenderti cura di te ma, per affrontare in modo esauriente e superare davvero un problema di rilevanza clinica come il perfezionismo patologico la via maestra è una buona psicoterapia, un percorso psicologico-clinico ritagliato sul tuo caso specifico che puoi intraprendere insieme ad uno psicologo-psicoterapeuta come me, che si occupa quotidianamente di questi e altri temi. In conclusione, si è visto, grazie agli studi più recenti, che una psicoterapia efficace per il perfezionismo patologico include pratiche di mindfulness, di accettazione e auto-compassione, ottimali per lavorare su quegli elementi più resistenti quali l’auto-critica, la vergogna, fino al disgusto/disprezzo verso di sè che tanto affliggono chi soffre di questo problema.

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Che cos’è un blocco emotivo.

Questo è un articolo a cui ho pensato a lungo, poichè il tema è caldo ed importante, è forse il tema su cui lavoro più spesso con i miei pazienti ogni giorno. Voglio perciò parlarti oggi dei blocchi emotivi: ti sarà capitato di sentir parlare qualcuno, un amico, un familiare o il tuo partner, di una situazione in cui si sente bloccato e non riesce più ad andare avanti? Oppure di aver fatto tu in prima persona questa spiacevole esperienza di sentirti incastrato? Volendo dare una definizione sintetica, il blocco emotivo è una barriera che si crea nella tua mente e che ti impedisce di utilizzare al meglio le tue risorse personali, motivo per cui non riesci a ragionare, decidere e a sentire in modo pieno, ne risulta un impedimento a progredire attraverso le varie fasi di vita. Ti porto alcuni esempi. Incappi in un blocco emotivo quando, in seguito ad un’esperienza dolorosa come l’aver commesso un errore, o aver vissuto una delusione, un senso di abbandono da parte di altri, non riesci a vivere a pieno l’entità del dolore e delle altre emozioni spiacevoli relative a tale esperienza, come il rimorso, o il rimpianto, i sensi di colpa o la vergogna o la rabbia, pertanto rimani fermo, congelato nell’esperienza che resta “muta”, irrisolta. Da questo origina uno scenario per cui puoi vivere il tuo quotidiano “normalmente” ma, ad un certo punto, senti che qualcosa non va come desideri, che manca un tassello, inizi quindi a provare un disagio, un senso di malessere magari circoscritto ad un’area specifica della tua vita. Tale disagio è il campanello d’allarme che ti segnala che si è creato un blocco emotivo.

Purtroppo nella nostra cultura contemporanea occidentale non viene ancora dato uno spazio sufficiente all’educazione emotiva ed affettiva, da ciò derivano inevitabilmente trascurare il nostro mondo interiore e una maggiore probabilità di sviluppare blocchi emotivi. In particolare voglio sottolineare che elaborare le tue esperienze spiacevoli non solo è qualcosa di utile, ma è necessario per poter realizzare il tuo potenziale umano e concretizzare una vita appagante secondo i tuoi desideri. Le emozioni sono infatti parte della dotazione naturale consegnataci da migliaia di anni di evoluzione, non sono qualcosa di “carino” (nel caso delle emozioni di piacere, gioia, serenità e stupore), di “disturbante” (nel caso delle emozioni spiacevoli come il dolore, la vergogna, il senso di colpa, la rabbia) o di superfluo. Il vero cardine del benessere, della salute e della guarigione risiedono infatti nell’elaborazione delle esperienze, soprattutto quelle spiacevoli, stressanti e traumatiche, poichè da questo passaggio si liberano le risorse già presenti nella persona e se ne sviluppano altre nuove e più idonee alle sfide della vita, tali risorse si traducono poi in energia, in “carburante” psicofisico utile ad ogni tuo progetto personale. In presenza di un blocco emotivo questo passaggio non è percorribile, e tu rimani fermo, intrappolato senza poter progredire.

Le cause e i sintomi

Un blocco emotivo è un meccanismo di difesa pensato e creato dalla tua mente ed è facilmente riscontrabile non solo nel nostro quotidiano, ma anche come determinante di svariati quadri psicopatologici, dai disturbi d’ansia e dell’umore a quelli correlati ad eventi stressanti, ai disturbi dell’alimentazione, della personalità e quant’altro. Alla genesi del blocco emotivo, come ti ho spiegato, si collocano esperienze dolorose o traumatiche non elaborate e pertanto rimaste congelate, “indigerite” nel tuo sistema nervoso. Ma vi sono pure altre cause, dagli studi sono emersi condizionamenti socio-culturali come la scarsa educazione all’affettività, clichè che scoraggiano il contatto con se stessi, la consapevolezza e il lavoro di crescita personale, come pure condizionamenti familiari. Sto parlando ad esempio dell’essere cresciuto in un contesto familiare dove vigeva un’educazione rigida e repressiva, fatta di dogmi (regole senza possibilità di essere riviste e ridiscusse apertamente), o l’aver sviluppato nella tua personalità un tratto di forte inibizione emotiva, cioè di svalutazione e controllo della tua sfera emotiva. Ti voglio elencare ora i sintomi più diffusi di espressione di un blocco emotivo: 

  1. Difficoltà di attenzione e concentrazione, confusione mentale;
  2. Sensazione di vuoto, scarsa autodirezionalità (vale a dire la difficoltà a porsi e a seguire direzioni/obiettivi);
  3. Evitamento di diverse situazioni sulla base della paura (di sbagliare, di essere giudicato, rifiutato, abbandonato);
  4. Sintomi psicosomatici aspecifici come dolori, nervosismo e tensione muscolare;
  5. Astenia, cioè stanchezza/facile faticabilità sia fisica che mentale.

Suggerimenti pratici

Veniamo adesso ai suggerimenti pratici che voglio fornirti per iniziare a familiarizzarti con i tuoi blocchi emotivi, affrontarli in modo sano e, infine, superarli. L’elemento di base e imprescindibile è allenarti alla presenza mentale: devi cioè tornare (o apprendere per la prima volta) ad essere presente a te stesso, ascoltandoti in modo aperto e libero da giudizi ed aspettative, con la genuina intenzione di prenderti cura di te. Se svilupperai e affinerai questa dimensione della presenza mentale riscontrerai già dei benefici, poichè andrai nella direzione contraria a quella suggerita dal blocco: se assecondare il blocco equivale infatti ad evitare, a distaccarti da te stesso e da questo materiale irrisolto, allenarti ad essere presente ti rende vigile, attento e lucido a ciò che questo materiale rappresenta, da dove viene, in cosa consiste ecc ecc. Nota poi quando oltrepassi la soglia della tua zona di comfort, quando cioè senti chiaramente di stare facendo dei passi un poco oltre “l’habitat personale” in cui sei solito muoverti. Inizia a prendere contatto con il tuo blocco: sosta in compagnia del tuo blocco, soffermatici, presta attenzione a come si manifesta sia nella tua mente che nel tuo corpo. Osserva e prendi nota di questi aspetti: Quali sono i pensieri che scorrono nella tua mente? E le immagini? Tipicamente puoi rintracciare pensieri assai negativi e autosvalutanti, autodenigratori che iniziano con il “non” (“Non ce la faccio”, “Non ne sono capace”, “Il mondo non è un posto sicuro”, “Non sarò mai amato” ecc ecc), hanno un linguaggio assoluto e negativo. A questi pensieri seguono emozioni altrettanto forti, come una forte paura, rabbia, senso di colpa o vergogna. Presta attenzione e senti queste emozioni dentro di te: Come le percepisci nel tuo corpo? A quali sensazioni fisiche corrispondono e dove sono localizzate? Rispondere a queste domande ti aiuta a crearti una sorta di mappa del tuo blocco emotivo, così da imparare a leggerlo attraverso il suo linguaggio, fatto di pensieri, immagini, emozioni e sensazioni corporee, cerca di disporti con animo, come ti dicevo poc’anzi, aperto, curioso e volto all’esplorazione coraggiosa, non all’etichettamento con i giudizi. Un altro passo importante è modificare il modo in cui parli delle tue emozioni bloccate: inizia a familiarizzarti con un linguaggio diverso, più flessibile, articolato ed equilibrato. Non dire più “Sono arrabbiato”, “Sono in preda al panico” o “E’ tutta colpa mia”, ma pronuncia frasi del tipo “Provo rabbia, senso di colpa, dolore o paura”. Cambiando in questo modo il linguaggio inizi a disidentificarti, cioè ti poni ad una giusta distanza dalla tua esperienza interna emotivamente turbolenta, smetti di essere completamente fuso con essa, piuttosto cominci a maneggiarla con gli strumenti dell’osservazione non giudicante e della consapevolezza.

La parte cruciale, la più lunga e intensa, viene adesso: consiste nell’attraversare fino in fondo l’esperienza originariamente associata al blocco emotivo che stai contattando. Per poter fare ciò rievoca l’esperienza correlata al blocco, nella maggior parte dei casi è semplice perchè ti ricordi bene, hai viva la connessione tra l’evento originario e l’insorgenza del blocco emotivo. Nel ritornare sull’esperienza hai bisogno di darti il permesso di prendere un contatto profondo e integrale, di riattraversarla interamente. Puoi visualizzare i momenti più salienti in immaginazione oppure puoi disegnarli o scriverli in un racconto, l’opzione migliore è a mano anzichè su una tastiera. Il disegno e la scrittura sono ottimi strumenti, poichè ti consentono di dare vita ad una rappresentazione della tua esperienza dolorosa e creare una distanza dalle emozioni forti imbrigliate nel blocco. Respira dentro alle emozioni che stai provando e immagina di attribuire un significato nuovo e differente, più funzionale e adattivo, all’esperienza dolorosa prima indigerita. Nel dare questo nuovo significato è essenziale che tu non ti senta più una vittima impotente di questa esperienza, non sia più schiacciato sotto emozioni soverchianti e incomprensibili, ma, anche se provato, rimani integro, rimani te stesso. Sei salvo, presente, vivo, e riesci non solo ad andare avanti nella tua vita, ma anche ad andare oltre questa esperienza dolorosa, a progredire, a riorganizzare la tua vita dandoti nuovo slancio e perseguendo obiettivi in linea con i tuoi valori. Quando avrai riattraversato l’esperienza spiacevole e il blocco si sarà sciolto tu avrai una percezione diversa di te stesso, degli altri, del mondo: ti sentirai molto più padrone di te stesso, poichè adesso c’è una distanza corretta tra te e questa esperienza che ha generato il blocco, questa esperienza è davvero adesso un ricordo, e sta esattamente dove deve stare, nel passato, mentre tu sei vivo, qui e ora, e hai tante possibilità di andare avanti e ingaggiarti in nuove sfide e nuovi obiettivi. Ora sei libero dal fardello del vecchio blocco che ti manteneva sì “al sicuro” nella tua zona di comfort, ma soffocava le tue risorse e la tua vitalità imprigionandoti: hai liberato te stesso, sei il miglior alleato di te stesso, e puoi continuare come più desideri il tuo cammino. 

Conclusioni

Questo processo è in sintesi il processo necessario all’elaborazione delle esperienze dolorose generatrici del blocco, spesso è necessario fare un lavoro anche su quelle convinzioni rigide e limitanti originatesi dai condizionamenti socio-culturali e familiari nonchè sui tratti di personalità come l’inibizione emotiva e l’ipercontrollo, come pure talvolta si può associare il protocollo EMDR se ci sono dei veri e propri traumi. Non è detto che tu riesca a svolgere l’intero processo in modo autonomo, puoi imbatterti in difficoltà o stalli: se preferisci essere seguito in modo professionale e personalizzato puoi rivolgerti a me, contattandomi per capire come possiamo lavorare insieme per risolvere i tuoi blocchi emotivi e ridare slancio e grinta alla tua vita. 

Leggi questi articoli dove parlo del protocollo EMDR e della guarigione dalle ferite affettive: https://federicapianapsicologa.it/fuori-dal-tunnel-supera-il-dolore-e-i-traumi-con-lapproccio-emdr/;  https://federicapianapsicologa.it/guarisci-le-tue-ferite-affettive-un-percorso-in-8-step/. Nella ricca sezione del blog trovi numerosi articoli relativi al mondo delle emozioni e dell’affettività, dacci un’occhiata!

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Che cos’è l’alessitimia?

Il termine alessitimia è stato coniato negli anni settanta da John Nemiah e Peter Sifneos, per definire un tratto di personalità, cioè una caratteristica tendenzialmente stabile, presente nei pazienti con disturbi psicosomatici (quali ulcera gastroduodenale, asma, eczema ecc ecc). Il termine alessitimia deriva dal greco alexis thymos e tradotto in senso letterale significa “assenza di parole per le emozioni. Nello specifico, il termine alessitimia rappresenta un disturbo delle capacità affettive e simboliche che rende grigio e sterile lo stile comunicativo delle persone con questo tratto marcato.

L’alessitimia comporta una serie di difficoltà rispetto a:

  • Decifrare, comunicare e interpretare i propri e gli altrui sentimenti;
  • Distinguere le emozioni dalle percezioni fisiologiche;
  • Capire i fattori che causano le proprie risposte emotive;
  • Utilizzare il linguaggio verbale come strumento per esprimere le emozioni, con conseguente tendenza a sostituire la parola con l’azione fisica.

Taylor, Bagby e Parker (2000) a tal proposito, hanno considerato l’alessitimia un disturbo dell’elaborazione degli affetti che interferisce con i processi di auto-regolazione emotiva. Questo deficit può essere una causa alla base della tendenza della persona alessitimica ad attuare alcuni comportamenti compulsivi quali: gettarsi nel cibo, abusare di sostanze o di internet e social media, quali mezzi grossolani per scaricare la tensione generata da un’attivazione emotiva non intercettata, capita né elaborata.

Una persona alessitimica presenta un comportamento apparentemente normale, non suscita particolare attenzione, ma può avere posture rigide, non è tipicamente espressivo e comunicativo, può avere esplosioni di rabbia o scoppi di pianto inconsolabile di cui non riesce a comprendere le cause. Ha un’immaginazione impoverita, e scarsa attività onirica, cioè dei sogni. Pur avendo una attivazione fisiologica congrua in presenza di emozioni, non ha sufficiente capacità di riorganizzare gli elementi della propria esperienza corporea e affettiva in una rappresentazione mentale chiara, in un modello mentale definito.

L’alessitimia è un fenomeno molto variegato, risultato di fattori genetici, neurofisiologici , intrapsichici, oltre che di modelli di comunicazione  familiare e fattori socioculturali.

L’alessitimia rappresenta un fattore di rischio per disturbi sia organici sia psicologici: coronaropatie, ipertensione, disturbi gastrointestinali, disturbi alimentari, disturbi d’ansia e depressivi, disturbi correlati alle sostanze. Questo accade perchè vi è nella persona un’alta reattività del sistema nervoso autonomo (un ramo del sistema nervoso), fattore implicato nelle somatizzazioni. La persona tende a stabilire relazioni di forte dipendenza o, al contrario, a ritirarsi nell’isolamento, tende, inoltre, a concentrarsi sulle sensazioni fisiche correlate alle emozioni, delle quali ha una scarsa consapevolezza e comprensione, da ciò può derivare una distorta interpretazione di tali sensazioni, che porta a paure ipocondriache, cioè di stare per sviluppare o di avere di già una malattia corporea, anche severa.

Le basi neurofisiologiche

A livello neurofisiologico, essendo l’emisfero cerebrale sinistro coinvolto nel linguaggio, mentre il destro nell’elaborazione delle emozioni, è probabile che la scarsa comunicazione tra gli emisferi e il deficitario funzionamento dell’emisfero destro siano le cause dell’alessitimia. Esistono poi due tipi di alessitimia: quella di tipo 1, caratterizzata dall’assenza di attivazione emotiva, e quella di tipo 2, che comporta solo un deficit di decodifica cognitiva e di espressione delle emozioni. Tali problematiche sono da considerarsi come esiti di eventi traumatici che hanno spezzato abilità precedentemente acquisite o come esiti di uno sviluppo inadeguato delle facoltà di mentalizzazione, cioè di rappresentazione della mente propria ed altrui. Tali facoltà si sviluppano già dai primi anni di vita per mezzo di un ambiente favorevole dove il bambino viene aiutato ad ascoltare, conoscere e comunicare i propri vissuti interni con comportamenti funzionali e con un vocabolario via via più esteso e ricco. Questo tratto stabile di personalità è maggiormente presente negli uomini, dato il retaggio culturale che spinge nell’educazione dei bambini maschi a insegnare loro abilità pratiche anziché quelle affettive e relazionali.

La Psicoterapia

Da un punto di vista terapeutico, è fondamentale riabilitare la persona a prendere contatto con il proprio mondo interno, dal quale tende a fuggire e che gli appare del tutto misterioso, per costruire le competenze di base dell’intelligenza emotiva, vale a dire intercettare l’emozione differenziandola dalle sensazioni corporee, distinguerla e decifrarla correttamente, imparare ad incanalarla in un linguaggio espressivo e verbale congrui. Tutto questo processo, lungo ma soddisfacente, ridà alla persona le chiavi per accedere al suo mondo interiore e gli strumenti per interagire con gli altri costruendo relazioni amicali, familiari e di coppia articolate e reciproche. Per saperne di più sul mondo delle emozioni, nonchè approfondire la tua conoscenza sulle singole emozioni, le caratteristiche e i significati, ti invito a leggere tutti gli articoli dedicati su questo blog. Buona lettura! Se ti ritrovi nei comportamenti alessitimici che trovi descritti, se questo procura sofferenza a te e a chi ti sta intorno, valuta di richiedere un primo colloquio clinico, in cui possiamo inquadrare la tua situazione e ipotizzare un percorso idoneo per te.
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Le origini

Ti è capitato di osservare profonde differenze nelle modalità relazionali tra le persone? Avrai sicuramente notato che qualcuno sembra spaventato o disinteressato dalle relazioni, e le rifugge, o ne imposta di superficiali; mentre qualcuno sembra in preda ad una forte ansia per cui è sempre in cerca di conferme, si butta a capofitto nelle relazioni e tende a stare molto vicino, “appicciccato” al proprio partner, facendo “scenate” di gelosia ogni qual volta lo sente meno presente. C’è poi qualcuno che sembra preso in un conflitto irrisolvibile tra il bisogno letteralmente disperato di relazione e il terrore della stessa, che lo conduce in spirali distruttive con comportamenti caotici e incoerenti. Ebbene, tutto questo ha delle precise ragioni che rientrano negli stili di attaccamento: vale a dire le modalità di entrare e di mantenere una relazione affettivamente significativa che la persona ha stabilito con le figure di riferimento primarie dell’infanzia, di solito i genitori, ma anche i fratelli, nonni ed altre figure familiari e non solo. Tali stili tendono a mantenersi stabili nell’arco di vita, poichè la persona li interiorizza come MOI, i cosiddetti Modelli Operativi Interni, vale a dire che diventano rappresentazioni mentali di queste modalità relazionali risalenti all’infanzia: questo non significa che non siano soggetti al cambiamento, tutt’altro, entro una nuova relazione affettiva e intima possono mutare. E’ il motivo per cui, se hai uno stile di attaccamento insicuro, di cui tra poco ti parlo, hai la possibilità di farlo evolvere verso uno stile più sicuro se ti ingaggi in una relazione affettivamente significativa, con un caro amico, un partner o lavorandoci in un percorso con uno psicologo/psicoterapeuta.

Dagli studi sul tema è emerso che il bambino ha un’innata predisposizione a cercare la prossimità sia fisica che emotiva con una figura adulta di riferimento, ogni qual volta sperimenta disagio, paura, o è in difficoltà: questo comportamento di ricerca è reso possibile dal cosiddetto sistema di attaccamento, un sistema motivazionale di matrice biologica, che trova il suo complemento naturale nel sistema di accudimento, preposto all’emissione di comportamenti di attenzione e cura da parte dell’adulto verso il bambino. E’ stato dimostrato che nel bambino il sistema di attaccamento è assolutamente prioritario, il bambino è, infatti, una creatura completamente indifesa: questo rende ragione dell’importanza della relazione che va a co-costruire con la propria madre, fin dalla nascita. 

La relazione tra il caregiver e il bambino

Lo stile di attaccamento ha origine nelle relazioni con le figure significative dell’infanzia, come ti ho detto. Esistono 4 tipologie di stile di attaccamento, studiate a lungo e descritte grazie a una mole di ricerca iniziata dagli anni ’60 del secolo scorso ad opera di autori quali John Bowlby, Mary Ainsworth, Mary Main e altri. Voglio menzionare al riguardo una procedura sperimentale denominata The Strange Situation, dove è stato osservato il comportamento di un bambino di un anno in vari momenti con la madre, sia di unione sia di allontanamento, e nell’interazione con un estraneo, ricavandone dati che hanno permesso di concettualizzare queste 4 tipologie di attaccamento. Sono state classificate sulla base di due dimensioni: l’ansia e l’evitamento. Nello stile sicuro risultano bassi i punteggi a entrambe, negli stili insicuri i punteggi sono diversificati: nello stile insicuro – evitante c’è alto evitamento e bassa ansia, in quello insicuro – ambivalente c’è basso evitamento ed alta ansia.

Le 4 tipologie in breve:

  1. Lo stile di attaccamento sicuro: questa è la tipologia riscontrata più di frequente, in poco più di metà dei bambini, caratterizzata dalla capacità del bambino di interagire serenamente con la madre, protestare con il pianto al suo allontanamento, e ricongiungersi a lei con gioia lasciandosi calmare e confortare. E’ un bambino che ha piacere anche a vivere momenti di gioco solitario;
  2. Lo stile di attaccamento insicuro – evitante: questa tipologia è riscontrabile in circa 1/4 dei bambini, è caratterizzata dalla scarsità o, più spesso, assenza di interazioni piacevoli e/o giocose tra il bambino e la madre, dall’assenza di sconforto/smarrimento del bambino all’allontanamento della madre e dalla prevalenza di momenti in cui il bambino è assorbito in qualche attività solitaria, distaccato e disinteressato verso la madre;
  3. Lo stile di attaccamento insicuro – ambivalente: anche questa tipologia è riscontrabile in circa 1/4 dei bambini, è connotata dalla presenza di una forte emotività nel bambino, il quale, in presenza della madre, tralascia i propri giochi e interagisce attivamente con lei, mentre al suo allontanamento e al suo ritorno manifesta dapprima turbamento con ansia e agitazione, poi protesta rabbiosa e pianto inconsolabile. Il bambino, per quanto sconvolto, non riesce a calmarsi e a confortarsi una volta ricongiunto alla madre;
  4. Lo stile di attaccamento disorganizzato: questa tipologia è di più raro riscontro, in una percentuale ristretta di casi, ed è connotata dall’assenza di un comportamento coerente e strutturato nel bambino, il quale, invece, manifesta un’angoscia tale per cui mette in atto comportamenti, per l’appunto, disorganizzati, cioè caotici, incoerenti, come il muoversi in modo stereotipato (dondolii ecc ecc), andare incontro alla madre al suo ritorno ma fermandosi bruscamente o evitando il contatto oculare o fisico affettuoso, coprendosi gli occhi o rimanendo immobile come paralizzato. 

Tali stili di attaccamento discendono da altrettante tipologie di comportamento adottate dalla madre o dal principale caregiver. Di seguito te le sintetizzo:

  1. Lo stile materno sicuro: si parla di una madre “risolta” rispetto alle modalità relazionali antiche con i propri genitori, che sa sintonizzarsi emotivamente sulle necessità del figlio, rispettando gli spazi di autonomia del bambino (ad esempio nel gioco), incoraggiandolo all’esplorazione e alla socializzazione, ma anche accorrendo quando il bambino è in difficoltà o ha paura. Sa ascoltarlo, decifrarne i vissuti, contenerne le ansie, e giocare con lui. E’ una base sicura per il figlio, che sviluppa la credenza che tutti i suoi bisogni possono essere compresi e soddisfatti (pur con qualche eccezione) dalla madre;
  2. Lo stile materno evitante: si parla di una madre non risolta, nel senso che tende ad essere molto assorbita da sè stessa e a trascurare il figlio. E’ costantemente disconnessa. Non sa sintonizzarsi con lui, può essere distaccata, assente o respingente. Può nutrire sentimenti spiacevoli, come rabbia o frustrazione, che non le consentono di avvicinarsi al bambino e di essere accogliente; motivo per cui il bambino disattiva stabilmente il suo sistema di attaccamento, sulla base della credenza che i suoi bisogni non possono essere mai soddisfatti;
  3. Lo stile materno ansioso: anche qua si parla di una madre non risolta, ma in un modo diverso dal caso precedente. E’ costantemente connessa con il figlio, non riuscendo però a sintonizzarsi in modo equilibrato: iperapprensiva, intrusiva, invade gli spazi di autonomia del figlio, può essere da una parte controllante e dall’altra respingente. Non fornisce una base sicura, un punto di riferimento: motivo per cui il bambino mantiene attivato troppo a lungo il suo sistema di attaccamento, al fine di richiamarne l’attenzione e assicurarsi la sua vicinanza. La madre, non accordandosi con il bambino, lo costringe a modellarsi sui propri umori: da qui le interazioni tra i due cariche di ansia e di fraintendimenti;
  4. Lo stile materno disorganizzato: si tratta di una madre ancora soverchiata da vissuti relativi a situazioni della propria infanzia o adolescenza, alle prese con difficoltà personali o familiari che non le consentono di sintonizzarsi in modo sensibile sulle esigenze del bambino, in un modo diverso dalle modalità sopra descritte. Può essere traumatizzata, alle prese con eventi fortemente stressanti, vittima di violenza, spaventata e quindi spaventante per il figlio, il quale convive con costanti vissuti di paura, sfiducia alternati al bisogno di affidarsi alla madre. In questi casi è frequente riscontrare una qualche psicopatologia nella madre, variabile importante per la probabilità dell’instaurararsi di qualche tipo di malessere anche nel bambino.

Lo stile di attaccamento in età adulta

Come ti ho detto, gli stili di attaccamento tendono ad auto-alimentarsi nell’arco di vita: è perciò assai probabile che il modo preferenziale con il quale ti ingaggi (o meno) nelle relazioni da adulto rispecchi lo stile di attaccamento da te instaurato nell’infanzia con i tuoi genitori. Di seguito ti riassumo le caratteristiche di ogni stile:

  1. Lo stile sicuro o libero: dai eguale valore sia ai tuoi bisogni di autonomia sia a quelli di relazione, per cui vivi in modo equilibrato sia la tua area individuale sia quella relazionale, entrando e costruendo relazioni affettivamente significative dove porti empatia, rispetto, vicinanza, gioco, piacere. Ti senti degno di amore e fiducia, e allo stesso modo percepisco gli altri. Hai tendenzialmente un’alta autostima;
  2. Lo stile evitante o distanziante: dai maggior valore ai tuoi bisogni di autonomia, svalutando quelli di relazione, che per te equivale a una dipendenza dall’altro. Nel senso che rifuggi dalle relazioni o ne costruisci di brevi, occasionali o superficiali, dove regna un’atmosfera da una parte leggera e giocosa, dall’altra di distacco emotivo. Nutri la convinzione di “non aver bisogno di nessuno” o che “le relazioni portano solo guai o sono inutili” o che “le persone sono egoiste e distaccate”. Queste si basano sulla credenza nucleare che i tuoi bisogni non possono essere accolti e compresi da nessuno e che a te tocca cavartela da solo, proprio come accadeva con i tuoi genitori da bambino;
  3. Lo stile ansioso o preoccupato: dai maggior valori ai tuoi bisogni di dipendenza, svalutando quelli di autonomia, che per te significa una svilente solitudine. Tendi a impegnarti molto in una relazione, fino al punto da esserne ipercoinvolto, senza riconoscere spazi di autonomia nè per te nè per il tuo partner, dal quale ti attendi, e talvolta pretendi, continue conferme, data la tua forte paura dell’abbandono. Nella tua relazione si crea spesso un’atmosfera carica di ansia e, quando non ti senti validato, scontro e ostilità; sulla base della credenza nucleare che l’altro è instabile e a te tocca sollecitarlo continuamente per soddisfare i tuoi (grandi) bisogni di relazione;
  4. Lo stile disorganizzato o irrisolto: in questo caso vivi in un perenne conflitto tra i tuoi bisogni di autonomia e quelli di relazione, nella difficoltà di adottare una strategia coerente per soddisfarne almeno un tipo, come accade nelle tipologie evitante e ansioso sopra descritte. Da una parte, senti un forte bisogno di relazione, dall’altra, ne sei molto spaventato, o addirittura terrorizzato: senti che questo vissuto di angoscia non è risolvibile nè con la modalità evitante (rinunciando alla relazione intima e stando prevalentemente da solo), nè con la modalità ansiosa (rinunciando all’autonomia in favore di una relazione intima). E’ probabile, perciò, che tu alterni fasi di solitudine ad altre di coinvolgimento, senza mai trovare un equilibrio, ma vivendo caos e instabilità (l’essenza della disorganizzazione).

Conclusioni

Come ti ho detto all’inizio dell’articolo, è possibile mutare il tuo stile di attaccamento se è fonte di sofferenza. Ricorda che ora sei un adulto, sei tu il responsabile della tua vita: puoi decidere in ogni momento di modificare quello che non ti piace, come i “copioni” disfunzionali ancora presenti nelle tue relazioni. Se senti di stare ripetendo vecchie modalità relazionali risalenti alla tua famiglia nell’infanzia, se non senti reciprocità, intimità, stabilità nelle tue attuali relazioni, se le rifuggi sistematicamente e se ti senti particolarmente insicuro, ti invito a valutare l’idea di richiedere un primo colloquio, in cui inquadrare e comprendere le tue difficoltà e darti gli strumenti per superarle. Leggi anche l’articolo in cui ti illustro le ferite affettive: https://federicapianapsicologa.it/guarisci-le-tue-ferite-affettive-un-percorso-in-8-step/

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Guarisci le tue ferite affettive

Affrontare un argomento complesso come quello delle ferite affettive non è mai semplice: occorre accostarcisi con delicatezza. Ci tengo a dire che tu non sei le tue ferite, tu sei un essere ferito, colpito dagli eventi della vita che hanno prodotto abbandono, rifiuto, colpa, umiliazione, dominio, tradimento e giudizio. Ma, guardando più in profondità, le tue ferite rappresentano delle strade da seguire per entrare in contatto con le parti nascoste e, magari, migliori di te stesso. Con parti resilienti come l’acqua: fluida e mobile, che si adatta a tutto e che per tale ragione vince su tutto. Questo significa che non sei una vittima delle circostanze e delle persone che ti hanno fatto soffrire, piuttosto sei pienamente responsabile della tua condizione e in grado di imparare da ogni avversità, riguadagnando libertà.

Nella mia pratica clinica quotidiana accompagno le persone a riconoscere e a guarire le loro ferite, confesso che è sempre un processo meraviglioso, per quanto tortuoso e talvolta lungo: non ci sono rettilinei, nè ascensori che rapidamente portano al benessere, piuttosto, la strada verso la guarigione è costellata di tornanti, crinali, pendii scoscesi. E’ necessario armarsi di pazienza, darsi il tempo ed essere consapevoli che ogni passo, pur piccolo, pur goffo, ci porta un po’ più in là, verso la meta, verso uno stato interiore di serenità persino maggiore rispetto a prima. Le ferite affettive sono il prodotto di eventi macroscopici singoli o della sommatoria di eventi più piccoli ma ripetuti nel tempo che lasciano segni profondi nella tua psiche, segni che, anche a distanza di molti anni, possono ancora influenzare il tuo modo di pensare e di vivere te stesso, le tue relazioni e il mondo in generale. Le ferite affettive, diversamente dagli eventi spiacevoli, superano la tua soglia soggettiva di tolleranza al dolore e producono conseguenze visibili: in molti casi puoi continuare la tua vita, funzionare abbastanza bene, ma ciò non toglie che dentro di te ci sono solchi profondi, che, se lasciati incustoditi, non possono essere risanati dal tempo. Il tempo da solo non è sufficiente a guarire le tue ferite: magari ne lenisce l’intensità, le rende un po’ più sfocate, ma non può essere del tutto risolutivo. Occorre che tu prenda la decisione di fare un percorso, autonomo o, ancora meglio, insieme ad un professionista, che segua tappe precise e ti aiuti al contempo ad attingere e a potenziare le tue risorse mentre intervieni sulle tue ferite e passi attraverso ad emozioni molto forti.

In questo articolo cercherò di condensare in 8 step un percorso di guarigione dalle ferite del cuore, per darti una panoramica del mio metodo per affrontare e risolvere queste situazioni. Ti suggerisco inoltre, di scaricare il mio e-book gratuito “Le 5 ferite emotive primarie: ritrova il tuo benessere imparando a capirle e a guarirle”, dove puoi trovare spiegati nel dettaglio le origini delle varie tipologie di ferite e molti suggerimenti pratici per iniziare a prendertene cura e a recuperare la tua serenità.

  1. Inizia col fare una descrizione dell’evento traumatico: includi le persone coinvolte, i gesti, le azioni che ti hanno ferito, le tue reazioni e gli stati emotivi che ancora oggi sperimenti rispetto a quell’evento;
  2. Lo stato in cui ti trovavi quando si è verificato il trauma era uno stato di sopravvivenza psichica, nel senso che il dolore provato è stato così intenso da sopraffarti. Non sei stato perciò in grado di affrontarlo efficacemente. Tra le reazioni che puoi aver messo in atto ci sono: l’autocritica e il senso di colpa, l’accusa verso chi ti ha ferito, il desiderio di vendicarti, augurarle di patire lo stesso dolore o accusare il destino avverso o Dio per l’accaduto. E’ importante che tu sia onesto nel riconoscere questi meccanismi di difesa e li accetti serenamente;
  3. Diventa consapevole del ruolo di vittima: in questa fase occorre che riconosci il tuo ruolo di vittima, è normale esserlo in qualche momento della vita. Perciò non mentire a te stesso e accogli questa parte con gentilezza, dopo potrai rimboccarti le maniche e prenderti la responsabilità di uscire da tale ruolo. Quando entri nel ruolo della vittima ti autocommiseri, ti lamenti, esprimi forti giudizi, cerchi alleanze contro chi ti ha ferito, manchi di fiducia ed autostima, non sai essere assertivo, nè sai riconoscere i comportamenti disfunzionali che metti in atto, hai la pretesa di essere aiutato e difeso, o, in ultimo, assumi il comportamento opposto a quello della vittima, diventi cioè tu l’aggressore;
  4. Prendi le distanze da chi ti fa soffrire: non si tratta di metterti in fuga dalla sofferenza (questo è il caso dei meccanismi di difesa, che lavorano in modo inconscio per evitare le emozioni spiacevoli e creano una distorsione del mondo esterno e interno), quanto di allontanarti da quelle persone e situazioni che possono alimentare la tua ferita (è questo il caso dei meccanismi di protezione, in cui in modo consapevole scegli di salvaguardarti e agisci nel rispetto di te stesso);
  5. Accetta profondamente: per procedere realmente nel tuo cammino di guarigione, occorre che tu accetti, anzichè resistere o rassegnarti. Quando resisti ti opponi allo stato delle cose, rifiuti il dolore o dichiari guerra a te stesso e agli altri, cerchi di tenere tutto sotto controllo o di acquisire potere sugli altri: in altri termini vai in ipercompensazione, cerchi cioè di sentirti all’opposto di come ti senti davvero quando prendi contatto con la tua ferita. Quando, invece, ti rassegni rinunci ad agire, entri nel senso di sconfitta, serbi rancore, ti fai sottomettere, rinforzi il ruolo di vittima del passato e degli altri: in altri termini vai nella resa, per cui ti fondi completamente con la tua ferita, non capendo che non siete una cosa sola e che tu puoi prendertene cura e guarirla. Quando accetti accogli le cose per come sono senza approvarle, abbracci la situazione, sospendi i giudizi e le “guerre” contro di te e gli altri, ti servi dell’energia intrappolata nella sofferenza per creare una nuova forza interiore e ti lasci andare nella direzione di questa forza;
  6. Torna su di te: da ora in poi inizia il momento di prenderti la responsabilità di guarire la tua ferita. Hai posto le basi per tornare ad occuparti di te stesso, per cui inizia a dedicare tempo ed attenzioni al tuo corpo, ricorda che la guarigione avviene quando metti in gioco tutto te stesso, non solo la mente e le emozioni, ma anche il corpo. Nutri i 5 sensi, ascoltando buona musica, assaporando buoni cibi, scegliendo profumi gradevoli, praticando il contatto fisico e ricercando il bello nella natura e nell’arte. Inizia a praticare attività fisica, meglio se intensa, compatibilmente con il tuo stato di salute: se metti costanza ti ringrazierai! Inizia a tenere un diario dove dialoghi con la tua ferita e con l’emozione principale correlata oltre che con la persona che ti ha ferito, fai domande e prova a scrivere delle risposte, esprimi dubbi e paure fino a quando non senti sollievo. Considera di parlare dell’evento e di quello che stai facendo per guarire la tua ferita con una persona fidata;
  7. Prenditi le tue responsabilità: questa è una tappa fondamentale. E’ necessario che tu capisca che, per quanto altri possano essere stati coinvolti nell’evento che ha prodotto la tua ferita, tu e solo tu hai il potere di guarirla. E’ necessario che tu vada avanti su questo percorso se non vuoi essere destinato a ripetere all’infinito, nelle relazioni a venire, il ruolo della vittima o quello del carnefice. Sentiti responsabile al 100% della tua ferita: prendi per mano te stesso e assumi comportamenti diversi e più funzionali per riguadagnare un reale benessere, sappi che continuando ad attuare gli stessi comportamenti (come quelli che ti ho descritto nelle fasi 2 e 3) otterrai purtroppo i medesimi risultati. Pertanto liberati di ogni aspettativa dalla persona che ti ha fatto soffrire, non giudicarla nè aspettati scuse, ma concentrati totalmente su di te;
  8. Scopri e coltiva le tue risorse interiori: per portare a termine il tuo percorso di guarigione, concentrati sulle risorse che già hai, anzichè su quelle che ancora non hai e utilizzale per tornare a stare bene. Individua i tuoi bisogni, sia quelli fisici, mentali ed affettivi, sia quelli transpersonali, che afferiscono cioè al tuo essere più profondo, alla tua parte spirituale. Tra i bisogni fisici c’è il riposo, l’esercizio fisico, il valorizzare la tua bellezza, un buon sonno e una buona alimentazione; tra quelli mentali imparare nuove cose, pianificare e organizzare, darti delle priorità; tra quelli affettivi essere accettato, riconosciuto, compreso ed amato. Tra quelli transpersonali il lasciare andare, amare incondizionatamente, coltivare la gratitudine, dare e donare agli altri, contemplare la bellezza e il creato, vivere il momento presente ed altri. Individua poi azioni concrete volte a soddisfare questi bisogni, poco alla volta, nonostante le inevitabili paure che ti si presentano. Considera di riconciliarti con la persona che ti ha fatto soffrire, non sempre è possibile nè necessario, se lo vuoi realmente, ti suggerisco di prenderti tutto il tempo che ti serve senza bruciare le tappe e senza costringerti in nessun modo. Impara, infine, ad agire quotidianamente nel rispetto e nell’amore di te stesso, noterai come emergerà un nuovo senso di integrità, pace e serenità senza eguali.

Spero di averti fornito una panoramica, di certo non esaustiva, del metodo che seguo per accompagnare i miei pazienti nel cammino verso la guarigione dalle ferite affettive. Spero che questa mini guida ti sia utile per prendere consapevolezza ed iniziare a prenderti cura delle tue ferite. Ricorda che è probabile che tu non riesca a percorrere tutto le tappe da solo: è un processo delicato e non sempre lineare, in tal caso puoi contattarmi per iniziare un percorso insieme.

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Gli opposti si attraggono? Vediamolo insieme

In questo articolo non parlerò degli opposti dentro alle relazioni interpersonali, piuttosto, di quanto è essenziale che gli opposti dentro di te, cioè quelle caratteristiche in conflitto, riescano a conciliarsi e a comporsi in un tutto armonico. Solo così può avvenire un “matrimonio” interiore tra caratteristiche anche molto diverse apparentemente, ma che condividono un nucleo di base. Perciò in questo articolo ti parlo del lavoro che faccio quotidianamente rispetto alla conciliazione degli opposti quando incontro i miei pazienti in studio: si tratta del lavoro di integrazione tra le polarità.

Posso dire senza esitazione che la vita psichica si concretizza in un processo di integrazione continuo e mai definitivamente compiuto di forze in conflitto. Diverse correnti di pensiero psicologico si sono occupate di questo concetto, in particolare la psicologia analitica junghiana e la psicologia della Gestalt. Quando faccio psicoterapia con i miei pazienti spendo buona parte del lavoro nel facilitare questo processo, che deve tendere a far assimilare alla persona contenuti psichici e comportamenti di cui spesso non è consapevole. Ti dico, infatti, che in ogni persona, in me come in te, ogni tratto personale consapevole è accompagnato dall’inconsapevolezza del tratto opposto.

Il grande maestro Jung diceva che “ogni estremo psicologico contiene celato in sè il suo opposto o sta in qualche modo in rapporto intimo ed essenziale con questo” (1976). Quando sei in uno stato di nevrosi, cioè di difficoltà psicologica o blocco, tendi a negare le tue polarità negative, cioè quelle caratteristiche socialmente inaccettabili o considerate tabù dal tuo ambiente familiare: ciò porta come conseguenza al non volerle esplorare e a respingerle, allontanarle da sè, proiettandole sugli altri.

Quando, grazie alla tua crescita personale o ad un buon percorso di psicoterapia, raggiungi uno stato di maggiore salute psicologica, divieni consapevole delle tue polarità, sei disposto a conoscerle, ad esplorarle, e le integri bene nella tua immagine di te stesso, accettandoti globalmente. 

Perchè è così importante integrare i tuoi opposti, le tue forze interne in conflitto? Perchè solo riappropriandoti delle parti nascoste, “oscure”, tra l’altro Jung le denominava parti dell’Ombra, puoi evitare che tali parti nascoste alla consapevolezza saltino fuori, magari improvvisamente, in determinate situazioni creando uno squilibrio in te stesso o, più di frequente, nelle tue relazioni interpersonali, minacciandole.

Diventa così indispensabile realizzare questa integrazione tra gli opposti: d’altronde, non puoi pensare di vivere in modo sano e genuino un determinato tratto della tua personalità, se non conosci e non sei consapevole del suo opposto.

Provo a farti alcuni esempi così da chiarirti meglio ciò di cui ti parlo: non puoi comportarti in modo davvero buono e generoso se non sei consapevole e non sai agire in modo adeguato la tua rabbia e il tuo egoismo, nè puoi essere sempre accomodante e passivo nella comunicazione senza conoscere il tuo lato assertivo, oppure, non puoi essere introverso e silenzioso senza essere consapevole ed agire il tuo lato estroverso e socievole.

Comportarti sempre e in ogni circostanza secondo un certo criterio può essere segno di una polarizzazione: cioè della tua tendenza a sbilanciarti sempre da una parte, che risulta ridondante, mentre l’altra polarità resta misconosciuta e relegata in un angolo, bloccata. Per queste ragioni ti dico che l’integrazione tra le polarità ti conduce a vivere una vita più piena ed appagante, poichè non ci sono scissioni dentro di te. In questo senso diventi abile a differenziare le tue polarità dando loro vita, per poterle mettere in contatto a livello del dialogo consapevole e, step fondamentale, del comportamento. 

Se ti stai chiedendo come sia possibile completare questo lavoro di integrazione tra le polarità, bene, è arrivato il momento di illustrarti come lo porto avanti io nella stanza di psicoterapia. Il principio essenziale che seguo in questo tipo di lavoro è questo: una volta individuato il conflitto tra gli opposti nel paziente, lo invito ad agire l’opposto per lui/lei non preferito, quello che tende a negare, a distorcere, a proiettare sugli altri, o a non saper esprimere adeguatamente, date le scarse consapevolezza e familiarità con questo aspetto della sua personalità.

Spesso trovare l’opposto su cui c’è bisogno di lavorare non è difficile, già il paziente ne parla spontaneamente come di una sua difficoltà, o riporta esperienze da cui emerge chiaramente tale difficoltà o blocco, oppure, ancora, se mostra fastidio e insofferenza per una caratteristica di una persona, caratteristica che ritiene estranea a sè, deduco che è molto probabile che la riguardi. Da questi spunti e dalla mia osservazione clinica attraverso il colloquio capisco che occorre orientare il lavoro sull’integrazione tra le polarità individuate. 

Procedo molto spesso con una tecnica esperienziale, lo psicodramma, molto utilizzata nella psicoterapia della Gestalt di Frederick Perls. Questa tecnica consiste nel chiedere al paziente di agire proprio quell’opposto per lui/lei molto fastidioso e di farlo mettendolo in atto attraverso il movimento corporeo, la voce, la postura. E’ proprio il movimento a dare concretezza e potenza alla tecnica, perchè facilita il passaggio dal piano simbolico-verbale, il parlare, a quello dell’esperienza vissuta, reale e incarnata. Impiego questa tecnica psicodrammatica anche chiedendo al paziente di transitare da un ruolo all’altro, da un opposto all’altro, sedendosi prima su una sedia e poi su di un’altra, così da facilitare il dialogo e l’integrazione tra gli opposti.

Può trattarsi di aspetti della personalità, sentimenti, concetti o comportamenti opposti. Il paziente fa come la “spola” da una sedia all’altra, entrando in pieno contatto con questi opposti e facendone esperienza reale: apprende così a diventare pienamente consapevole di tutto il suo essere, ad esprimersi e ad esserne responsabile. Durante questo processo, a cui io partecipo attivamente aiutando il paziente a calarsi dentro alle sensazioni corporee, a non bloccare il respiro e a entrare dentro al movimento, si libera quell’energia rimasta intrappolata nel conflitto e legata al passato, a relazioni con figure importanti interiorizzate.

La liberazione di questa energia la rende di nuovo disponibile per il presente e il futuro del paziente, che acquista salute, padronanza, sicurezza e torna ad essere il protagonista della propria vita.

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Fuori dal tunnel: supera il dolore e i traumi con l’approccio EMDR

L’EMDR è un approccio strutturato in 8 fasi che può essere utilizzato solo da uno psicoterapeuta formato per l’elaborazione dei ricordi correlati a esperienze dolorose e traumatiche. La sigla EMDR sta per Eye Movement Desensitization and Reprocessing, cioè desensibilizzazione ed elaborazione attraverso i movimenti oculari. Secondo il DSM 5, il manuale più utilizzato per la classificazione dei disturbi mentali, il trauma è un evento potenzialmente mortale, con pericolo di morte o gravi ferite, o minaccia all’integrità psicofisica propria o di altri, che puoi aver vissuto o a cui hai assistito.

Come per altri fenomeni nel mondo della scienza, viene scoperto per caso nel 1987 dalla psicologa statunitense Francine Shapiro: mentre si trovava a passeggiare in un parco e la sua mente andava su pensieri che la preoccupavano, notò che muovendo gli occhi da destra a sinistra o viceversa guardando gli alberi, iniziava a sentirsi meglio: i suoi pensieri si allontanavano e le sue emozioni perdevano di intensità. Iniziò a confrontarsi con colleghi e a farci studi via via più approfonditi, giungendo a sistematizzare le sue intuizioni nel metodo che oggi  conosciamo e che sta conoscendo una sempre maggiore diffusione.

Nella prospettiva dell’EMDR i sintomi e le patologie sono causati da una memorizzazione incompleta e disfunzionale dei ricordi delle esperienze dolorose, da quelle più lontane a quelle più recenti. Esempi di queste esperienze possono essere i lutti di persone care o animali domestici, incidenti, separazioni e divorzi, malattie proprie o di persone care, stress nelle relazioni come conflittualità frequente (in famiglia, nella coppia o sul lavoro) o episodi di violenza (fisica, psicologica o sessuale), trascuratezza e maltrattamenti durante l’infanzia, calamità naturali come terremoti e alluvioni.

La teoria su cui si basa l’EMDR è la teoria dell’elaborazione adattiva dell’informazione, secondo la quale in condizioni normali le informazioni derivanti dalle esperienze di vita vengono elaborate correttamente dal nostro cervello nelle reti neurali, se invece questo non avviene, la memorizzazione risultata frammentata e tu puoi sperimentare vari tipi di disagi, in cui hai sensazioni fisiche spiacevoli, insieme ad emozioni dolorose e idee distorte su di te.

In qualche caso il tuo disagio può diventare anche un vero e proprio disturbo, come il disturbo da stress post traumatico (DPTS), in cui hai reazioni esagerate di allarme a stimoli innocui, incubi e flashback insieme ad un appiattimento emotivo e all’evitamento delle situazioni che ti ricordano quella traumatica passata.

Come funziona l’approccio EMDR? Dopo averti informato e preparato adeguatamente con una serie di domande, durante la seduta di EMDR vado a stimolare i tuoi movimenti oculari alternati per rimettere in connessione i tuoi due emisferi cerebrali.

Questa stimolazione fa sì che la tua esperienza soggettiva, precedentemente molto carica di emozioni spiacevoli come paura intensa, tristezza, orrore, iper-allarme, rabbia e impotenza, diminuisca fino ad azzerarsi e tu possa mantenere soltanto la parte più cognitiva, cioè razionale, del ricordo legato all’esperienza dolorosa. Ci tengo a dirti che non è possibile (nè sarebbe desiderabile) rimuovere i ricordi dalla tua mente, nè tantomeno privarti dei ricordi positivi legati agli eventi su cui andiamo a lavorare: si va ad eliminare solo la parte di emotività dolorosa che ti impedisce di vivere serenamente nel tuo presente condizionandoti nelle tue scelte.

Questi passaggi, la desensibilizzazione e l’elaborazione, sono resi possibili da cambiamenti reali osservabili nelle aree cerebrali della memoria: con le neuroimmagini si vede che, dopo l’EMDR, risultano più attive aree corticali in cui vengono associate le componenti di un ricordo rispetto alle aree limbiche dove predomina la forte attivazione emotiva (basti pensare all’amigdala e al suo ruolo nelle risposte di paura). Questo approccio ha perciò una solida base neurofisiologica: le informazioni frammentate si riorganizzano in percorsi neurali integrati, riattivandosi il tuo innato sistema neurofisiologico orientato alla guarigione.

La ricerca scientifica afferma oggi che questo approccio è il trattamento d’elezione nella cura del disturbo da stress post traumatico (DPTS), ma è molto utile anche nei disturbi dell’umore, d’ansia, del comportamento alimentare e nelle esperienze che ti ho elencato all’inizio dell’articolo. La sua efficacia è comprovata da moltissimi studi scientifici degli ultimi 20 anni. I suoi punti di forza sono, appunto, l’indiscussa efficacia, l’applicabilità a persone di tutte le età, compresi i bambini. Inoltre, si tratta di un metodo molto rapido, che può portare benefici anche in una singola seduta, in generale comunque alcune sedute sono necessarie per portare a termine l’elaborazione.

I pensieri negativi si attutiscono o vengono percepiti più distanti, come sfocati, come pure le emozioni e le sensazioni fisiche spiacevoli che diminuiscono fino a scomparire, le tue idee su di te si modificano. Non ti senti più “difettoso”, non amabile, non al sicuro, non in controllo: ti spogli degli effetti traumatici delle esperienze passate e riacquisti la libertà di scegliere, si rafforzano in te il senso di sicurezza, la padronanza e l’autostima.

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L’Invidia

Cos’è l’invidia? Come puoi definire questa emozione che non è inclusa tra quelle di base? L’invidia è un’emozione molto antica, di cui si parla in moltissima letteratura e nei testi religiosi: basti pensare alla cacciata dall’Eden sia di Lucifero, che di Adamo ed Eva, come pure al primo omicidio-fratricidio ad opera di Caino contro Abele.

Negli studi psicologici relativi a questa emozione ci sono autori che considerano la malevolenza, cioè una certa quota di “cattiveria”, come un ingrediente indispensabile dell’invidia, mentre altri autori distinguono tra invidia positiva e invidia negativa.

I primi sostengono che l’invidioso riconosce il valore del bene o della qualità posseduti da un’altra persona, l’invidiata, e sa di non essere in grado di raggiungerli: prova un malanimo e un atteggiamento aggressivo rivolti verso l’invidiato.

L’emozione, dunque, si baserebbe su un confronto di potere tra due persone in un determinato ambito e da tale confronto chi “esce perdente” prova invidia verso chi “esce vincente”. I secondi sostengono che l’invidia positiva vada distinta da quella negativa, esposta sopra.

L’invidia positiva consiste in pratica nell’ammirazione: chi ammira considera il risultato raggiunto dall’altra persona in termini di qualità o possesso di beni materiali, come una possibilità concreta anche per se stesso. In questo caso, l’ammiratore si adopera per realizzare quel desiderio di raggiungere un determinato obiettivo, incarnato nella realtà dall’altra persona, ammirata più che invidiata.

Se l’ammirazione gode di una buona reputazione sociale, non si può dire la stessa cosa per l’invidia: è un’emozione considerata negativa, o persino disdicevole, che sei motivato a nascondere: mostrarla per te significherebbe danneggiare la tua reputazione e la percezione di te stesso, minando la tua identità e le tue relazioni interpersonali. Nell’invidia, a livello corporeo, è coinvolta più degli altri sensi, la vista: poichè è quel senso strettamente correlato al desiderio, il vero motore dell’invidia.

Lo sguardo invidioso è cupo, tagliente, aggressivo: ti sarà sicuramente capitato di esserne oggetto o protagonista!

Le condizioni che generano l’invidia sono: il tuo desiderio di una qualità o di un bene dell’altro, il confronto sociale in un ambito per te importante, l’autovalutarti inefficace, la tua malevolenza verso l’altro, la tua aggressività passiva o attiva verso l’altro.

Il vero motore dell’invidia è, per l’appunto, il desiderio: cioè il desiderare di metterti in una posizione più alta, rappresentata dalla persona che invidi. Un motto potrebbe essere: “Desidero essere quel che lui/lei è e se lo diventassi davvero potrei anch’io avere quel che lui/lei ha”.

L’invidia non è tanto diretta verso una cosa materiale, quanto verso la persona invidiata: è un’emozione che scaturisce dal tuo non sentirti all’altezza di standard o qualità possedute dall’altra persona. Come detto prima, (fai bene attenzione a questo punto), si tratta di un confronto di potere: la tua attenzione, quando invidi qualcuno, è polarizzata sulla persona poichè possiede certe qualità, ha cioè un potere di fare ed ottenere obiettivi, che tu non hai.

Valutandoti inefficace, vai a rimuginare sugli alti standard dell’altro ai quali non ti senti all’altezza, prefigurandoti futuri fallimenti. Puoi comportarti, di conseguenza, in modo aggressivo: sia direttamente che indirettamente. In entrambi i casi il tuo obiettivo è diminuire questo dislivello tra te e l’altro “superiore”, di solito cercando di “smontarlo”, cioè diminuendo il suo valore agli occhi degli altri, meno di frequente, anche se è l’opzione più sana, innalzando il tuo valore umano e in termini di competenze.

Quando cerchi di smontare l’altro, agisci per danneggiarlo e puoi provare “piacere per le sue disgrazie”. Come ho detto, l’invidia è un’emozione complessa, è formata infatti dalla tristezza (per la mancanza, cioè il non sentirti come vorresti), e dalla rabbia (verso la persona invidiata, le sue “fortune” e possibilità).

L’invidia non va poi confusa con la gelosia, sono emozioni ben distinte: sei geloso se hai qualcosa (un bene, una condizione particolare o una relazione) e temi di perderla, sei invidioso se non hai qualcosa che desideri ardentemente.

A che serve provare invidia? Su questo punto non ci sono opinioni uniformi: alcuni studiosi ritengono che serva a scoraggiare i “superiori” ad ostentare i loro privilegi, cosa che aumenterebbe il divario con le altre persone ed innescherebbe maggiore ostilità generale.

Altri autori considerano l’invidia quell’emozione che sostiene i consumi e la pubblicità, sostiene la competitività: solletica quindi la parte prestazionale motivandoti ad usare in questo modo il confronto con gli altri. E’ anche evidente, però, che se sei impegnato in frequenti mosse competitive, o a difenderti da chi, invidiandoti, ti vuole eguagliare o superare, questo innesca un circolo vizioso che ha, tra le sue conseguenze, la dispersione di energie, una perdita di efficacia e il dimenticarsi dei tuoi veri ed autentici scopi di vita.

Se sei troppo impegnato a competere mosso dall’invidia, non solo non curi mai le ferite alla tua autostima che hanno creato la base per la tua predisposizione all’invidia, ma vai a disperdere energie e a ridurre le tue reali potenzialità. Impegnarti a screditare l’altro invidiato, a “detronizzarlo”, non può di certo darti quelle qualità che l’altro possiede: non è una vera vittoria, è una mera illusione.

Quando l’invidia può diventare una malattia? Dal momento che l’invidia si compone di tristezza e rabbia, è frequente osservarla ad alti livelli nelle persone affette da disturbo Narcisistico della Personalità: in questo quadro clinico è specificata la presenza di una grossa quota d’invidia. Se soffri di questo disturbo, oltre ad altre caratteristiche, sei tipicamente portato ad invidiare intensamente altri o ritieni di essere tu l’oggetto dell’invidia altrui. Livelli patologici di invidia si ritrovano nelle persone con disturbi della condotta, disturbi nella sfera della sessualità e legati al genere: più di frequente l’invidia patologica si riscontra in chi ha comportamenti provocatori, arroganti, minacciosi, aggressivi, sfidanti, non considera le regole e non rispetta i sentimenti altrui, ha comportamenti distruttivi per se stesso e per gli altri.

Come usare in modo intelligente l’invidia in 6 passi.

  1. Riconosci la tua emozione: il primo passo consiste nel renderti conto che provi invidia, cosa non scontata, perchè potresti scambiarla con semplici rabbia o tristezza provando un’indefinita sofferenza incomprensibile. Diventa consapevole della tua invidia, trova i tuoi pensieri di inferiorità e le credenze disfunzionali (probabilmente apprese nella tua storia di vita, in famiglia, a scuola, sul lavoro e nelle relazioni affettive) e prendi distanza critica da queste: depotenziale smettendo di credere ad esse in modo indiscriminato.
  2. Focalizzati su te stesso: anzichè considerare l’altro come un termine di paragone, metti la tua attenzione su chi sei come persona. Concentrati su te stesso e inizia a valutare in modo più obiettivo le tue capacità, approntando un piano di azione per realizzare i tuoi obiettivi, incarnati dalla persona invidiata. Esci dalla logica, alla base dell’invidia, in cui inneschi un confronto con l’altro dove questi esce vincente e tu esci perdente. La via definitiva per superare l’invidia è agire per innalzare il tuo valore personale e non diminuire quello dell’altro.
  3. Sii consapevole del tuo livello d’invidia: quando quest’emozione diventa frequente, la tua attenzione è tutta polarizzata sullo smontare, o persino distruggere, la posizione dell’altro invidiato. Fai un’analisi costi/benefici con occhio critico e diventa consapevole di quante energie stai sacrificando a scapito dei tuoi obiettivi veri ed autentici: capirai quanti svantaggi ha l’invidia malevola e quanto ti tiene lontano dalla tua felicità.
  4. Accetta: lavora sul desiderio che muove la tua invidia. Sentilo come un motore importante verso i tuoi obiettivi ma impara anche ad accettare serenamente l’eventualità di non raggiungere certi livelli o standard in determinati campi: questo ti aiuterà ad investire le tue energie nella realizzazione ma a saperti fermare, se serve, qualora entrassi in una sofferenza dettata dall’insuccesso. Insistere ad oltranza ti porterebbe a conseguenze ben peggiori dell’invidia di partenza: depressione, ritiro sociale, o violenza per il non saper accettare i tuoi limiti o le tue concrete possibilità.
  5. Interrompi i rimuginii: quando invidi trascorri molto tempo a rimuginare su ciò che non hai, non sei, rispetto ad un’altra persona, considerata “superiore”. Impara a dire stop a questi rimuginii, altre perdite di energie: dedica un arco di tempo ristretto al rimuginio durante la giornata, sii consapevole dei danni che ti procura, concentrati sul qui ed ora, sul tuo presente, attiva il problem solving ed allena il pensiero creativo.
  6. Ripara le tue ferite emotive: quando sei preso nella morsa dell’invidia, rimani intrappolato in uno stato interiore che è simile a quello di un bambino arrabbiato o impulsivo, desideroso di “guastare i giochi” all’altro. Impara ad avere cura di questa parte di te, è una parte antica, risalente alla tua infanzia o adolescenza: ascolta il messaggio che ha da darti, non giudicarla, non punirla. Impara a fare da “genitore a te stesso” aiutando la tua parte bambina arrabbiata a crescere: sii gentile con lei, apprezza le sue qualità e mandale dei messaggi positivi come “Io credo in te”, “Mi fido di te”, “Sei capace di…puoi farcela a…”, “Io ti voglio bene così come sei”, “Sei OK”. In questo modo la tua parte bambina lascerà andare la rabbia accumulata e l’invidia distruttiva, si sentirà amata e rivitalizzata, avrà fiducia in se stessa e ti porterà con una rinnovata autostima a realizzarti nella tua vita.
  7. Questo processo di guarigione dall’invidia non è semplice: se soffri di un problema più serio, come quelli che ti ho citato sopra, o vedi che non riesci a liberarti dalla trappola dell’invidia da solo, considera di rivolgerti ad uno psicologo, che ha fatto della cura delle emozioni e delle relazioni la sua professione.

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Che noia!

“Che noia!”: quante volte ti sei trovato a dirti questa cosa sbadigliando guardando il soffitto? La noia ha diverse definizioni da vocabolario: da senso di fastidio e tristezza, all’inerzia, fino al tedio, quando l’esperienza della noia è più grave ed è mista al disgusto. La noia è uno stato di disinteresse o mancanza di energia, come reazione a stimoli che senti ripetitivi. Esattamente il contrario del divertimento! Nel Medioevo la noia era concepita come “accidia”, cioè assenza di cura e di interesse, secondo la visione cattolica, invece, l’accidia indica l’indolenza, cioè l’essere pigro nella ricerca del bene, l’accidia è considerata così uno dei sette peccati capitali.

Quando sei annoiato ti senti come sospeso, incapace di fare alcunchè, niente ti attrae o ti incuriosisce: non hai nessun “drive”, cioè nessuna motivazione. Ti senti incapace di prendere decisioni e i tuoi rapporti con il mondo esterno si sfilacciano: sei come distaccato dal mondo e pure da te stesso, hai persino una visione, anche se temporanea, negativa di te stesso. Non devi confondere la noia con altre emozioni che la accompagnano, quali la melanconia, il senso di vuoto, la rabbia, la tristezza e la frustrazione. La tristezza è spesso una compagna della noia, ma se la tristezza è l’emozione che insorge per una mancanza, una perdita, la noia è quell’emozione associata all’assenza di attrattiva.

Perchè ti annoi? Ti annoi quando ti trovi in una specie di pozzanghera emotiva: vorresti fare qualcosa di stimolante ed interessante per te ma non è possibile per varie ragioni. Non è depressione: in questo caso penseresti che non vale la pena attivarsi poichè per te non c’è nulla di interessante nella tua vita.

Dal momento che la nostra mente di umani contemporanei è alla continua ricerca di stimoli, siamo motivati a fruire di informazioni, contenuti di vario genere, riempiamo la nostra mente di input, quando ci troviamo momentaneamente “a corto” di tali stimoli è molto probabile che precipitiamo in un penoso senso di noia. La noia cambia la percezione soggettiva del tempo: sembra che non passi mai e se, come succede alla maggior parte di noi, non siamo allenati a governare i nostri stati mentali, possiamo provare un disagio anche rilevante.

Pare che la noia non sia sempre determinata da stimoli ripetitivi e monotoni, poichè puoi annoiarti anche quando ti trovi in un contesto pieno di stimoli e persone come una conferenza o una festa, o non ti annoi facendo determinati lavori monotoni.

Se sei una persona particolarmente “incline” alla noia, e a quei vissuti correlati come il senso di vuoto, il disinteresse e la mancanza di piacere, sei più spesso di altri portato a ricercare stimoli nuovi ed intensi, anche trasgressivi, in grado di portarti esperienze ad alto impatto emozionale.

E’ quello che si chiama Sensation Seeking (ricerca di sensazioni forti), vicino al concetto di Novelty Seeking (ricerca della novità). Si tratta di una caratteristica tipica di alcune persone che funzionano ad un livello di stimolazione più alto: se tale livello si abbassa oltre una certa soglia insorge la noia e queste persone sono spinte alla ricerca di nuovi stimoli che riportano ad un livello ottimale di gratificazione e “tono” energetico.

Che senso ha, quindi, la noia? Dal momento che il compito delle emozioni è quello di informarci se e quanto siamo vicini al raggiungimento dei nostri bisogni e scopi, la cosa da capire è che la nostra fondamentale motivazione a crescere, a sviluppare la nostra personalità e a muoverci in modo via via più efficace nel nostro ambiente: in base a ciò la nostra mente assegna una diversa importanza ai vari bisogni e scopi.

Ti annoi, perciò, quando: hai tanti scopi presenti contemporaneamente tra i quali non sai scegliere perchè non sai stabilirne le priorità; quando hai già raggiunto un tuo scopo che è ora “saturo” e non ti dà più alcuna gratificazione; quando non hai degli scopi presenti in un dato momento, sei come “spento”; infine, quando ti trovi in una situazione che rende impossibile raggiungere il tuo scopo. L’aspetto sano della noia è di segnalarti che stai vivendo in una situazione, ambiente o circostanza carente di quegli stimoli che sono fonti di gratificazione e di novità, di inaspettato.

Se non hai “appigli” sui quali creare, progettare, inventare nuove attività, non puoi soddisfare la tua principale motivazione che è quella di accrescere te stesso e la tua esplorazione dell’ambiente, perciò i tuoi riflessi rallentano, la tua attenzione cala e, inevitabilmente, sperimenti noia! Sei in stand-by, con le “pile scariche”.

Quando annoiarsi diventa un problema: la noia non è di per sè una malattia, finchè non si trasforma in un disagio fatto di mancanza totale di piacere, motivazione, fino alla depressione. Alcuni studi hanno dimostrato che un buon allenamento a gestire la noia può essere di gran beneficio nella cura e nella prevenzione delle ricadute di svariati disturbi psicologici, dal momento che un’incapacità di gestire questa emozione facilmente contribuisce ad innescare l’abuso di sostanze, abbuffate, discontrollo negli impulsi come giocare d’azzardo, iperattività sessuale.

Se sei una persona più incline alla noia e non hai la capacità di governarla efficacemente è probabile che tu sia una persona che manca di consapevolezza di sè, ha scarsa autonomia, una bassa autostima, pochi progetti e scopi autonomi nella vita e tendenza a dipendere dagli altri. Noia, ansia, ostilità e depressione sono correlati, come pure ansia e impulsività. In alcuni casi, la noia fa parte di quei meccanismi insani che caratterizzano le relazioni interpersonali: si tratta di persone con disturbi della personalità.

Se hai un disturbo Narcisistico, quando provi noia stai entrando in un meccanismo per cui ti senti tediato dagli altri insulsi che non ti riconoscono le tue capacità speciali. Se hai un disturbo Borderline, la tua noia è associata a quel senso di vuoto, di angoscia e di svalutazione di te stesso per cui ti senti abbandonato dagli altri.

Se hai un disturbo Istrionico, provi noia quando senti di non essere visibile per gli altri, poichè non ricevi tutte le attenzioni che desideri per sentirti “vivo” ed attraente. Se hai un disturbo Dipendente, la tua noia segnala che non hai scopi e progetti autonomi: il tuo principale problema, infatti, risiede nel non poterli percepire se non stando in relazione con qualcun altro.

E’ importante, quindi, per te imparare a vincere la tua noia in modo sano. Per far questo puoi come prima cosa riconoscere la noia, distinguendola dalle altre emozioni, accettarla, comprenderla in relazione ai tuoi bisogni e scopi e metterla nei comportamenti più funzionali (per saperne di più sulla gestione delle emozioni vai qua: http://federicapianapsicologa.it/gestire-le-emozioni-un-percorso-in-5-step/http://federicapianapsicologa.it/imparare-gestire-le-emozioni-modalita-funzionali-disfunzionali/). Se ti rivedi nei casi in cui la noia ti sfugge di mano e diventa parte di una sofferenza più ampia, considera l’idea di rivolgerti ad un professionista, ad uno psicologo.

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Quando la rabbia diventa patologica

“Sono fuori di me dalla rabbia”: quante volte ti è capitato di trovarti in una situazione simile o di vedere altri in questo stato? La rabbia, come ho detto nei miei articoli (vai alla sezione del blog “Gestione delle emozioni”), è un’emozione normale e sana: possono non esserlo, però, le conseguenze delle modalità con cui vai ad esprimerla nel quotidiano. Soprattutto se si tratta di modalità impulsive, in cui non riesci a rimandare la gratificazione dei tuoi bisogni (“Voglio questa cosa e la voglio ora!”), o modalità esplosive. Se queste modalità fanno parte del tuo comportamento abituale, non sono perciò rare e dettate da circostanze molto serie, ma ti caratterizzano, è probabile che tu soffra del disturbo di personalità Borderline o Antisociale. Questi alti livelli di rabbia sono spesso da ricondurre a dei modi distorti di valutare la realtà e le intenzioni degli altri: puoi attribuire un’intenzione “cattiva” agli altri, o continuare a rimuginare sul torto che hai subito, ingigantendo la cosa, o puoi convincerti che la tua rabbia è così forte da non poterla tollerare pensando che ti schiacci del tutto. Se hai un disturbo di personalità Borderline o Antisociale, come ho scritto sopra, vivi imprigionato in una rabbia intensa, inadeguata al contesto ed incontrollata. Puoi viverla con un eccesso di permalosità, per cui non sai tollerare commenti sarcastici o “frecciatine” degli altri, con scoppi di rabbia improvvisi o con un quotidiano senso di ostilità. Se hai un disturbo Borderline, provi una rabbia intensa anche di fronte a situazioni che alla maggior parte delle persone non susciterebbe tale emozione. E’ probabile che provi rabbia per proteggerti da un senso di vulnerabilità o inadeguatezza dentro di te che non vuoi assolutamente esca allo scoperto e possa essere visto (e giudicato) dagli altri: volendo evitare tale senso di vulnerabilità, metti tra te e gli altri uno “scudo” fatto di rabbia ed ostilità che ti fa sentire, ma solo momentaneamente, forte e sicuro di te. Se soffri, invece, del disturbo di personalità Narcisistico, puoi avere difficoltà a riconoscere molte delle tue emozioni, ma essere molto, o troppo, a contatto con la rabbia: ti arrabbi quando senti che gli altri non ti capiscono in generale, non sanno apprezzare le tue doti “speciali”, non ti ammirano come tu desideri, quando crolla quel senso di importanza e specialità che avevi in precedenza in famiglia, col tuo partner o sul lavoro.

Quando non riesci ad esprimere adeguatamente la rabbia e la espelli con aggressività, puoi notare com’è frequente subirne gli effetti negativi nelle tue relazioni con gli altri, creando rotture e venendo visto come “una persona con la quale non si può parlare” o attraendo ritorsioni di vario genere. In questo modo la tua rabbia non viene “sfogata” in modo liberatorio, ma va ad accumularsi e tu puoi restarne imprigionato: covare troppa rabbia dentro di te ti rende rabbioso! Se soffri di rabbia cronica devi sapere che questo rappresenta un rischio reale per la tua salute, non solo psicologica, ma anche fisica: molti studi hanno dimostrato un’associazione elevata tra rabbia, aggressività e malattie cardiache, ipertensione e disturbi coronarici.

Ci possono poi essere altre circostanze in cui non riesci a modulare adeguatamente la tua rabbia: quando non sai esercitare un giusto controllo su di essa, se ti trovi in un momento di incertezza o vulnerabilità, vai a spostare il tuo tentativo di controllo sugli altri, attuando spesso modalità manipolative nelle tue relazioni (per saperne di più vai qua: http://federicapianapsicologa.it/3-spunti-per-una-comunicazione-efficace/ ). Se non sai trattenerti dal fare un’azione nociva per te o per gli altri, e questa è una modalità che ti accompagna di frequente, è probabile che tu soffra di un disturbo del controllo degli impulsi, quali il gioco d’azzardo, la cleptomania o la piromania ecc ecc. Non riesci a trattenerti, rimandando la gratificazione dei tuoi bisogni ad un momento più opportuno, ed agisci sulla spinta di un impulso che ti dà una ricompensa immediata: una forma di piacere, che può essere di vario tipo, che, purtroppo, altrettanto rapidamente svanisce.

Ci sono poi circostanze opposte: sei una persona che non esprime in nessun modo la propria rabbia perchè convinto che sia un’emozione sbagliata di per sè, inaccettabile, o che tu non ne abbia il diritto. Anche in questo caso sei portato a trattenere più del dovuto questa tua emozione e non puoi elaborare in modo fisiologico la tua rabbia: con il tempo è facile che reagirai a quelle situazioni in grado di innescare la tua rabbia con passività ed impotenza, anzichè esprimendo adeguatamentela motivando le tue ragioni. E’ questo il caso se soffri di depressione (per saperne di più vai qua: http://federicapianapsicologa.it/quando-la-tristezza-diventa-depressione-parte-prima/, http://federicapianapsicologa.it/quando-la-tristezza-diventa-depressione-parte-seconda/). Purtroppo, puoi non ricevere quel supporto e quella comprensione da chi ti circonda e trarne la conclusione che la tua rabbia non abbia ragione di esistere nè tantomeno di essere espressa: la realtà è che se non la esprimi mai non puoi renderti conto di quanto tu sia capace di gestirla, tollerarla ed usarla in linea con i tuoi bisogni. Ci sono poi altri casi, più rari, in cui agisci la tua rabbia in modo discontrollato, se soffri di Psicosi: una condizione piuttosto grave in cui puoi aggredire gli altri convinto che stiano complottando contro di te, vogliano aggredirti per primi, o perchè senti delle voci (allucinazioni uditive) che ti angosciano, commentano le tue azioni o ti inducono ad agire in determinati modi.

Non è vero che sei impotente di fronte alla tua rabbia: pensare che sia più forte di te, quasi come un “mostro” che ti comanda dall’interno e al quale ti senti costretto ad ubbidire, o che sia un Alter-Ego, cioè una parte della tua personalità di cui non hai controllo, è una visione distorta. Dato che è essenziale conoscere tutte le nostre emozioni, per capire cos’hanno da dirci dei nostri bisogni, dei nostri progetti, delle nostre motivazioni e relazioni con gli altri, la cosa più saggia da fare è evitare sia gli eccessi di rabbia, il cosiddetto “sequestro emozionale”, che la mancanza totale di espressioni di rabbia, il “blocco o congelamento emozionale”, ed imparare a comunicare in modo assertivo, senza vendicarti, ma dando pari valore e dignità a te stesso e agli altri.

Per gli altri articoli sulla gestione della rabbia vai qua: http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-gestire-la-rabbia-parte-prima/http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-gestire-la-rabbia-parte-seconda/

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