Quando la tristezza diventa depressione

Quando la tristezza diventa depressione che cosa causa la depressione? Secondo la maggior parte degli studi scientifici questo disturbo può essere compreso nel suo esordio e decorso attraverso un’ottica globale che comprende i fattori biologici quali l’ereditarietà e la predisposizione genetica, i condizionamenti psicologici che hanno luogo già nell’infanzia in famiglia e il contesto sociale più ampio.

Non puoi, quindi, pensare di spiegare la depressione ricorrendo ad una causa unica: come tutte la malattie psicologiche, anche la depressione si basa sull’intreccio di più cause, di più fattori che si sovrappongono. Come per le cause, anche per le risorse, i cosiddetti fattori protettivi, vale la stessa cosa: puoi ammalarti di depressione se si sommano più cause, come puoi restarne immune se sei dotato di un insieme di risorse.

La predisposizione biologica: la depressione è una malattia che ha sia una componente genetica sia una tendenza a svilupparsi in seguito ai condizionamenti familiari che vivi, soprattutto nelle prime fasi della tua vita. E’ appurato che avere un familiare depresso, soprattutto se di primo grado come un genitore, aumenta di 4 volte il rischio di ammalarti di depressione.

A livello dei geni, vi è una caratteristica scientificamente rilevata: un gene trasportatore della serotonina (l’ormone della felicità) ha due versioni, quella corta e quella lunga. In chi sviluppa depressione è più probabile riscontrare la versione corta. La serotonina è un neurotrasmettitore fondamentale per la regolazione dell’umore: una scarsa funzionalità di questo neurotrasmettitore è coinvolto nella depressione.

Come già detto, però, non basta possedere la versione corta e più “sfortunata” del gene trasportatore della serotonina, sono necessari eventi avversi o traumatici, soprattutto nelle prime fasi di vita: se questi eventi si verificano ed hai questa caratteristica genetica è molto più probabile che ti ammali di depressione.

Ciò accade perchè il tuo patrimonio genetico da solo non ha il potere di determinare “il tuo destino”: è l’intreccio con gli eventi di vita, negativi o positivi, a plasmare il tuo sistema nervoso tracciando vie neurali caratteristiche e producendo esiti poi visibili nel tuo comportamento.

Tra i fattori biologici non vi è solo l’ereditarietà, ma anche le variazioni ormonali (del testosterone negli uomini e degli estrogeni nelle donne, nella pubertà o in menopausa, della tiroide). Inoltre, malattie fisiche come l’ictus (per i possibili danni che può produrre al sistema nervoso) e la produzione eccessiva di cortisolo come reazione corporea allo stress rappresentano ulteriori fattori di rischio per la depressione.

Un eccesso di cortisolo è davvero un nemico per la tua salute psichica e fisica, poichè riduce la serotonina ed altre molecole del benessere, fa perdere concentrazione e abbatte le difese immunitarie. Dati i rischi a cui ti espone una iperproduzione, soprattutto cronica, di cortisolo, devi sapere come inquadrare e gestire correttamente i fattori di stress e rispondervi con equilibrio. Per saperne di più vai agli articoli nella sezione “Gestione dello stress” di questo blog.

I fattori psicologici: molti anni fa lo psichiatra americano Aaron T. Beck ha individuato tre caratteristiche tipiche della psicologia della persona depressa. Si tratta di una visione negativa di te stesso, del mondo e del futuro.

Ti concepisci in termini negativi, ti senti inadeguato, “difettoso o sbagliato”, fino a non sentirti amabile, cioè in diritto di essere amato per come sei. In secondo luogo, percepisci il mondo come un luogo ostile, popolato da persone oppressive ed esigenti alle quali non puoi rispondere adeguatamente, senti le tue azioni come fallimentari poichè ogni obiettivo pare irraggiungibile, le tue relazioni esitano in conflitti, rotture e distacchi.

Infine, prevedi che il tuo destino resterà immutato, ti prefigura un futuro cupo e senza speranza di poter realizzare sogni e propositi. Hai anche dei tipici modi di interpretare le informazioni che contribuiscono a mantenere la malattia: pensi in modo assoluto, del tipo “tutto bianco o tutto nero”, senza variazioni, in modo moralistico e perentorio.

Tipiche frasi possono essere: “Sono e sarà sempre un fallito/perdente”, “La mia vita fa schifo e niente cambierà”, “Se stavolta mi è andata bene è stato solo un colpo di fortuna”. Inoltre, sei portato a trarre conclusioni dalle situazioni senza avere prove, in modo arbitrario e ti focalizzi solo sugli aspetti negativi delle situazioni sminuendo quelli positivi.

Hai un’idea di te negativa a livello profondo, ti senti indegno e non amabile, percezione che non può che portarti alla solitudine e alla perdita, prima o poi. Per scongiurare il verificarsi di questa cattiva sorte fai enormi sforzi per guadagnarti stima, ammirazione ed affetto: ottieni risultati brillanti a scuola, nelle discipline competitive (arte, sport e musica), ti costruisci una carriera invidiabile.

Il tuo motto è: “Solo se sarò bravo in qualcosa allora sarò amato”: quando poi accadono eventi come lutti, separazioni o perdite finanziarie, è molto probabile che “il castello” che ti sei costruito si incrini fino a disintegrarsi, rivelando la vulnerabilità sottostante, cioè la concezione di te profondamente negativa di indegnità e non amabilità, scatenando la depressione.

I fattori familiari e sociali: molti studi riportano che, all’origine della depressione, ci sia una notevole sofferenza nell’infanzia. Si parla di trascuratezza, freddezza nel senso di mancanza di contatto fisico ma anche di vicinanza e supporto emotivi, solitudine.

E’ frequente osservare nella storia familiare un lutto significativo in seguito al quale tu, da bambino non hai potuto avere vicino un adulto molto premuroso ed attento, oppure hai avuto genitori molto attenti “a non farti mancare niente” dal punto di vista materiale, trascurando completamente il lato della comunicazione, dell’empatia e dell’emotività. Altra situazione frequente è quella in cui hai dovuto occuparti di un genitore affetto da una malattia psichica o fisica, tale per cui si verifica l’inversione dei ruoli. sei stato tu bambino ad occuparti del benessere del genitore e non viceversa.

In tutti i casi vieni incoraggiato a ricercare il successo, i risultati, a discapito del contatto emotivo genuino: apprendi che devi meritarti continuamente l’affetto attraverso i tuoi sforzi, le tue performance. Con queste basi, tu, bambino “candidato alla depressione” cresci sminuendo i tuoi bisogni emotivi, mantenendo una certa distanza nelle relazioni, mostrando apparente distacco e freddezza: tutto allo scopo di scongiurare ulteriori delusioni e perdite qualora ti permettessi di esprimere i tuoi bisogni.

Infine, un’evenienza da non trascurare è quando cresci con un genitore depresso: puoi avere in te quindi sia una parte ereditaria sia subire quei condizionamenti inevitabili proprio perchè vivi nello stesso ambiente. Un genitore depresso non è bravo a sintonizzarsi sui tuoi bisogni emotivi, perciò vieni trascurato e ti senti apprezzato solo quando fai qualcosa per il genitore in difficoltà: sei un bambino che cresce troppo in fretta, dimostrando capacità di cavartela e di risolvere problemi fuori dal comune, ma che cresci con l’idea patogena di non poter essere accettato ed amato per chi sei ma solo per quel che fai.

Lo stress: lo stress si definisce positivo, o eustress, quando fornisce nuovi stimoli che ti portano ad uscire dalla zona di comfort e a creare nuove opportunità, c’è anche lo stress negativo, o distress, che può danneggiare anche seriamente la tua salute di mente e corpo. (Ricordo che se sei interessato a conoscere meglio lo stress trovi articoli nella sezione “Gestione dello stress” in questo blog).

Quando la situazione che ha provocato lo stress termina, mente e corpo tornano in equilibrio: le cascate di ormoni cessano, i tuoi apparati riprendono il loro normale funzionamento.

In caso di distress cronico non c’è questo ripristino: l’asse dello stress ipotalamo-ipofisi-surrene resta attivato e rilascia un eccesso di cortisolo che, come si è visto, produce danni tra i quali anche la morte di neuroni in determinate parti del cervello, come quelle deputate alla memoria (l’ippocampo).

Si è visto che la maggior parte degli episodi depressivi si scatena in seguito a situazioni di stress che ti valuti incapace di fronteggiare e che sopraffano, perchè molto intense o prolungate, le tue capacità di adattamento e le tue risorse..

Leggi gli articoli correlati: http://federicapianapsicologa.it/quando-la-tristezza-diventa-depressione-parte-prima/, http://federicapianapsicologa.it/la-tristezza-conoscerla-per-gestirla/

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Quando la tristezza diventa depressione

Come capire se la tua tristezza è diventata depressione? Negli ultimi manuali usati dai professionisti della salute mentale vengono classificati diversi tipi di depressione: in questo articolo voglio parlarti di quelli riscontrati più di frequente. Si tratta della depressione maggiore, della depressione persistente e del disturbo da disregolazione dell’umore dirompente. Vi sono poi i disturbi bipolari, che costituiscono una categoria a parte e che non tratterò in questo articolo. 

La differenza tra una semplice tristezza e l’inizio della depressione è una questione di intensità, durata e frequenza dei sintomi. Si parla di depressione quando si crea una situazione che procura conseguenze negative su vari ambiti della tua vita, quando i sintomi durano per un tempo più lungo di due mesi, quando ci sono antecedenti nella tua storia familiare e dinamiche che si ripetono, quando il tuo umore è basso per la maggior parte del tempo, quando le capacità di concentrazione e memoria risultano seriamente compromesse, come pure i tuoi livelli di energia fisica, il ritmo sonno-veglia (insonnia o ipersonnia) e l’alimentazione (forte perdita o forte aumento di peso) e tutti questi elementi si ripercuotono negativamente in modo globale sulla tua salute. La depressione è una malattia che coinvolge tanto la mente quanto il corpo: è una malattia psico-biologica, poichè i sintomi interessano la sfera delle emozioni, dei pensieri, delle capacità mentali quanto la parte corporea, nello specifico i sistemi endocrino, nervoso ed immunitario. Quando sei in depressione vera e propria perdi molte delle tue facoltà: sei inabile al lavoro, ti ritiri dalla vita sociale, divieni incapace di portare avanti semplici compiti quotidiani e perdi interesse nella maggior parte delle cose che prima procuravano piacere. Alcuni miti da sfatare: se sei in depressione non sei “svogliato”, “fannullone”, “lamentoso”, “svampito”, hai una malattia seria, non riesci da solo a tirarti fuori da questa condizione davvero invalidante, non ti basta la sola “forza di volontà” e il supporto di familiari ed amici. Necessiti di un aiuto, anzi, di una presa in carico professionale che preveda un approccio sia farmacologico sia psicologico.

La depressione maggiore è la condizione più grave che compromette molto il tuo stato di salute generale, si presenta con episodi gravi ma di breve durata (almeno 2 settimane); mentre la depressione persistente è un tipo di depressione meno grave ma di maggiore durata (almeno 2 anni), quella che nel linguaggio popolare viene chiamata “esaurimento nervoso” che consiste in una continua vulnerabilità emotiva con sbalzi di umore, tristezza, pianto e sintomi corporei. Non pensare che la depressione persistente, solo perchè più lieve, sia da sottovalutare: se non la prendi in carico può compromettere seriamente la qualità della vita. Nel disturbo da disregolazione dell’umore dirompente la caratteristica centrale è la rabbia, emozione presente nella depressione in generale. Ma in questo caso è quell’emozione più visibile che va a coprire la tristezza, il dolore e le altre emozioni presenti: la tua rabbia può essere diretta sia verso gli altri, con scoppi anche improvvisi fino ad azioni aggressive, sia verso te stesso. I quadri descritti rientrano nei disturbi veri e propri: tuttavia ci sono molte forme ancora più lievi ma estremamente comuni. Sono delle forme non diagnosticabili ma che possono portare comunque un peggioramento nella qualità della vita: si tratta di condizioni di marcata e persistente tristezza, nervosismo o agitazione, sbalzi di umore cronici. Quanto agli antecedenti nella storia familiare delle persone che poi si ammalano di depressione, si ritrovano di frequente lutti nell’infanzia, in seguito ai quali da bambino, oltre al dolore per la perdita, ti ritrovi sprovvisto di un adeguato sostegno poichè gli adulti sono sopraffatti dal loro dolore e non sono in grado di occuparti emotivamente di te. Vivi di frequente una dolorosa solitudine che ti porta a sviluppare precocemente il senso di responsabilità e l’autosufficienza: impari a cavartela da solo nella cruda realtà e dimentichi la spensieratezza tipica dell’infanzia. Crescendo, se hai la predisposizione alla depressione, sei un ragazzo responsabile, riflessivo, autonomo, a volte solitario ed impegnato nello studio o in altre attività dove riporti elevati risultati. L’ambiente familiare in cui vivi ripone alte aspettative su di te: impari che per ottenere l’amore dei tuoi cari devi rispondere alle loro aspettative. Si parla di amore condizionato: “Se sarò bravo (nello studio, nello sport, nella musica) sarò amato”, senti di non poter essere amato se ti mostri per la persona che sei, ma per i risultati che riporti. Quando poi accade qualcosa che rompe questo equilibrio senti di non poter ricevere più l’amore degli altri e pensi “Tutto è inutile, è destino che non possa essere amato, ogni sforzo è vano”. Da qui la depressione. 

Un’ultima cosa va detta in merito ad una cosa che riguarda la depressione: il rischio di suicidio. Un mito da sfatare è che porre delle domande dirette se sei depresso ti può inculcare il pensiero del suicidio: se non hai di questi pensieri rispondi comunque volentieri capendone il senso, se hai pensieri sulla morte ti senti molto sollevato e capito nella tua sofferenza, senti che l’altro è interessato ad aiutarti senza ignorare questi pensieri. I pensieri sulla morte devono assolutamente essere presi in considerazione: ancora di più se sono frequenti e se si accompagnano a reali intenzioni o comportamenti, o se ci sono precedenti tentativi di suicidio o gesti auto-lesivi

Nella seconda parte approfondirò le cause della depressione e darò qualche spunto sulle cure possibili: la depressione è una vera e propria malattia e va presa in carico in modo professionale. Ma ne puoi uscire e riappropriarti della tua serenità e della tua vita. Vai qui: http://federicapianapsicologa.it/quando-la-tristezza-diventa-depressione-parte-seconda/

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I Pilastri dell’ansia patologica

Come anticipato nel precedente articolo, in questa seconda parte ti illustro i processi e gli errori di pensiero patologici che alimentano i pilastri dell’architettura generale dei disturbi d’ansia, di cui determinano la genesi e il mantenimento. I processi patologici del pensiero sono delle dimensioni più ampie, trasversali, mentre gli errori del pensiero, cosiddetti “bias”, per l’appunto errori, sono più circoscritti e specifici.

I processi patologici del pensiero nei disturbi d’ansia sono:

  • Estremizzazione degli scopi di vita: presenti degli obiettivi generali nella tua vita, detti scopi, che hanno caratteristiche estreme e non prevedono sfumature intermedie accettabili. 
  • Errore (meta)cognitivo: non percepisci l’emozione provata, l’ansia innanzitutto, come un segnale che un tuo scopo importante (o un tuo bisogno) è in pericolo (“Se provo nausea, capogiro, formicolii o batticuore mentre entro in aula per fare l’esame significa che sto provando ansia dato che è in pericolo il mio scopo di fare una bella figura davanti al professore ed ottenere un buon voto”), ma come l’avverarsi dello scenario temuto, la conferma della paura che le cose stanno andando male (“Se provo queste sensazioni corporee mentre entro in aula per fare l’esame significa che sto davvero impazzendo, perdendo il controllo di me, dimostrando che sono inetto e sicuramente fallirò all’esame”).
  • Memoria ed attenzione selettive: presti attenzione e tendi a ricordare solo quegli elementi che confermano le tue paure attraverso un monitoraggio o “scanner” dell’ambiente, delle cose e delle persone e un’operazione di “rewind” nella tua memoria.
  • Evitamento: cerchi di evitare più che puoi le situazioni che temi, può trattarsi di cose, luoghi, persone, pensieri ed emozioni persino (fobia delle emozioni), senza renderti conto che in questo modo non puoi disconfermare la tua paura che si verifichi lo scenario o la catastrofe temuti in quelle determinate situazioni.

Gli errori del pensiero nei disturbi d’ansia sono:

  • Pensiero “tutto o nulla”: rientra nella modalità del pensare “tutto bianco o tutto nero”, concepisci lo scopo desiderato in un certo ambito, ad esempio in quello affettivo “Voglio avere una bellissima storia d’amore”, come l’unico accettabile, al di fuori del quale vi è lo scopo opposto, percepito in termini catastrofici, “Se non riesco a vivere una bellissima storia d’amore sono destinato alla solitudine e all’infelicità totale”.
  • Ipergeneralizzazione: trai conclusioni generali e negativi sulla base di un singolo evento. In ambito affettivo, ad esempio, “Se quella/quel ragazza/o non mi dà attenzione significa che non sono interessante e resterò solo ed emarginato.”
  • Lettura del pensiero: attribuisci agli altri modi di vedere le cose che in realtà appartengono a te stesso, basandoti su una specie di “intuito” mancante di prove ed osservazioni concrete. 
  • Svalutazione del positivo: non dai importanza agli elementi positivi, cioè discordanti con le tue previsioni negative degli eventi. Sei così portato a non credere e a respingere eventuali complimenti ed apprezzamenti da parte degli altri, pensando che si tratti di “buone maniere” o, peggio, di menzogne, manipolazioni per secondi fini o commiserazione.
  • Riferimento al destino: modalità magico-superstiziosa secondo cui ritieni che gli eventi negativi temuti si verifichino per l’intervento di forze misteriose o soprannaturali, per cui il tuo destino e quello degli eventi è già scritto (in termini negativi).
  • Ragionamento emozionale: giustifichi le tue paure sulla base dell’emozione che provi. Nel senso che, se vedi di stare provando ansia, dai per certo che c’è un grave reale pericolo, se vedi di stare provando rabbia, dai per certo che stai subendo un torto o un’ingiustizia, secondo la modalità “Se mi sento così allora significa che è vero”.
  • Doverizzazioni: ragioni e ti esprimi con termini quali “devo”, “dovrei”, “si deve”, “bisogna”, esigendo da te stesso, dal mondo e dagli altri certe condizioni o comportamenti, al di fuori dei quali immagini esiti negativi. Ne sono esempi: “Devo sempre fare….ottenere….raggiungere….altrimenti”, “Gli altri (i miei genitori, il mio partner, il mio amico, il mio capoufficio) devono trattarmi così….altrimenti”, “Le cose devono andare come dico io altrimenti…

Se non lo hai letto, ecco qui l’articolo con la prima parte: http://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-prima-parte/

Per ulteriori approfondimenti sui meccanismi dell’ansia ecco qua i link agli altri articoli: http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-superare-lansia-parte-prima/http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-superare-lansia-parte-seconda/http://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-prima/http://federicapianapsicologa.it/guida-pratica-al-rimuginio-cose-e-come-superarlo-parte-seconda/

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I Pilastri dell’ansia patologica

In questo articolo voglio parlarti di quelli che chiamo “i pilastri” dell’ansia patologica, quegli elementi fondanti i veri e propri disturbi d’ansia che riscontro frequentemente nella mia pratica quotidiana e non solo. I problemi di ansia sono, di fatto, tra i più diffusi e non sempre chi ne è affetto decide di rivolgersi ad uno psicologo per ottenere un aiuto professionale: è più frequente osservare il ricorso al medico curante per ottenere prescrizioni di ansiolitici, l’utilizzo di rimedi cosiddetti “naturali” autonomamente acquistati in farmacia, parafarmacia o, talvolta, su siti Internet.

La letteratura scientifica indica chiaramente alcuni pilastri dell’architettura patologica dell’ansia, che svolgono un ruolo cruciale nella genesi e nel mantenimento dei disturbi d’ansia. Eccoli elencati di seguito:

  1. Timore sproporzionato del danno e tendenza a previsioni negative: si tratta del pensiero catastrofico, vale a dire la tendenza a prevedere un’ampia gamma di eventi e conseguenze negative basandoti su situazioni quotidiane. Vedi il pericolo insito in moltissime eventualità negative come qualcosa di inevitabile, drammatico e irreparabile.
  2. Autovalutazione negativa: ha a che fare con l’autostima che in te, se hai un disturbo d’ansia, è notoriamente scarsa. Vai ad attribuire il verificarsi degli eventi negativi ad una valutazione negativa sia delle tue capacità pratiche (“Non so fare questa o quella cosa, non so cavarmela da solo”) che delle tue capacità di autocontrollo emotivo e di recupero nelle situazioni problematiche (“Non so gestire/controllare le mie emozioni di fronte ad un problema nè sono capace di uscirne immune”).
  3. Intolleranza dell’incertezza: credi di non poter sopportare emotivamente il non sapere perfettamente come potrebbero andarti le cose, il dubbio che tra gli eventi futuri ce ne possa essere qualcuno spiacevole, anche se poco probabile, o ritenere molto più probabili gli esiti negativi degli eventi a discapito di quelli positivi, anche se, paradossalmente, più probabili.
  4. Paura di sbagliare e perfezionismo patologico: ti concentri eccessivamente sugli errori e le imperfezioni nelle tue azioni o prestazioni e ritieni che tali errori siano indice di un sicuro fallimento o, persino, di una catastrofe personale.
  5. Bisogno di controllo: senti di dover ricercare in modo assoluto la certezza che le cose vadano nel modo che desideri, non rendendoti conto che tale certezza è irrealistica e illusoria. Al fine di prevenire l’avverarsi delle conseguenze catastrofiche temute e costantemente oggetto dei rimuginii, monitori, come avessi uno “scanner” o una “lente di ingrandimento”, e manipoli le situazioni, le cose e le interazioni con gli altri per mantenere il controllo. Ne sono esempi il controllo sul peso, sulla massa muscolare, sul cibo, sullo smartphone (notifiche, social media…), sull’ordine e la pulizia ecc ecc.
  6. Intolleranza alle emozioni: appari spaventato dal mondo emozionale in generale. Puoi sentirti minacciato e disorientato anche da emozioni piacevoli, o perchè le interpreti come segnali del possibile arrivo di notizie ed eventi negativi, o perchè convinto che le emozioni in generale siano segnali di debolezza (mancanza di autocontrollo) o immaturità.
  7. Eccessivo senso di responsabilità: tendi ad attribuire a te stesso la responsabilità, spesso totale, del verificarsi degli eventi spiacevoli o molto dannosi oggetto delle tue paure e rimuginii. Situazione osservabile tipicamente nel disturbo ossessivo-compulsivo o DOC.

Nel prossimo articolo illustro i processi e gli errori di pensiero più comuni nei disturbi d’ansia coinvolti nella genesi e nel mantenimento dei disturbi d’ansia. Vai qua: http://federicapianapsicologa.it/i-pilastri-dellansia-patologica-seconda-parte/

Vai qua per gli altri articoli a tema “ansia”: http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-superare-lansia-parte-seconda/http://federicapianapsicologa.it/conoscere-e-superare-lansia-parte-prima/

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