Che cos’è il perfezionismo?

Sul perfezionismo si è scritto molto in passato e si continua a scrivere tuttora, poichè è un tema di vasto interesse che tocca un po’ la vita di tutti e si presenta come un elemento trasversale a diversi quadri psicopatologici. Il perfezionismo si presenta in una varietà di forme e declinazioni, secondo alcuni autori esisterebbero una forma di perfezionismo adattivo o “normale” ed un’altra detta nevrotica, cioè problematica e caratterizzata da standard inflessibili. In ogni caso si parla di perfezionismo quando la persona fa dipendere in misura eccessiva la valutazione di se stessa dal raggiungimento di specifici standard autoimposti, nonostante le ripercussioni negative tale attitudine le procuri.

Le prospettive sul perfezionismo

Tra i molti autori che hanno affrontato questo tema, il primo è stato Alfred Adler, il quale considerava l’aspirazione alla superiorità un’istanza connaturata all’essere umano, quindi di per sè positiva e funzionale; ma in alcune persone questa tendenza verrebbe spinta all’eccesso tramutandosi in un’attitudine esasperata a fare confronti continui tra se stesse ed un ideale irraggiungibile di perfezione, atteggiamento che andrebbe ad alimentare il senso di inferiorità che sta alla base. Un’altra lettura, sempre di matrice psicoanalitica, è stata offerta da Karen Horney, la quale ipotizzava che il perfezionismo derivasse da conflitti interni alla persona, conflitti prodotti dal trovarsi esposta a contraddizioni, ad esempio quella tra il bisogno di raggiungere il successo mediante la competizione e il bisogno di essere accettata ed amata semplicemente per com’è. Secondo l’autrice esisterebbero fondamentalmente due vie per gestire tali contraddizioni: una possibilità consiste nel reprimerle “censurandole”, dunque escludendole dalla consapevolezza, mentre l’altra sta nel forgiare un’immagine di sè idealizzata e perfetta. Devi sapere, però, che i contributi scientifici di maggior spessore sul perfezionismo sono arrivati intorno agli anni ’90. Il lavoro probabilmente più noto è quello di Frost e colleghi del 1990, nel loro approccio il perfezionismo viene descritto secondo 6 dimensioni:

  1. Le preoccupazioni riguardo agli errori: cioè un’eccessiva ansia sulla probabilità di commettere errori, per cui ogni minima imperfezione viene considerata un vero e proprio fallimento;
  2. I dubbi sulle azioni: una sproporzionata preoccupazione sulla qualità del proprio lavoro, che aumenta il rischio di cadere nella procrastinazione e nell’immobilità;
  3. Alti standard personali: la tendenza ad autoimporsi standard irrealisticamente elevati per le proprie performance;
  4. Le aspettative dei genitori: dunque la convinzione che i propri genitori abbiano aspettative elevate e che si attendano solo risultati straordinari dai loro figli;
  5. Il criticismo dei genitori: percepire i propri genitori estremamente critici e giudicanti qualora le loro aspettative di perfezione sui figli vengano disattese;
  6. L’organizzazione: la tendenza ad enfatizzare eccessivamente l’ordine, la simmetria, la precisione e la metodicità.

Secondo autori più recenti (Hewitt, Flett & Mikail, 2017) il concetto di perfezionismo si può dividere in 3 principali categorie: le componenti di tratto, le componenti interpersonali e quelle intrapersonali. Nei tratti questi autori individuano un perfezionismo “diretto verso di sè”, in cui la persona pretende da se stessa la perfezione, imponendosi alti standard e dandosi autovalutazioni assai severe; un perfezionismo “diretto verso gli altri”, caratterizzato dal pretendere la perfezione dagli altri, che vengono valutati in modo ipercritico e dai quali la persona si aspetta un comportamento identico al proprio, cioè in linea con i propri standard; infine, una forma di perfezionismo “socialmente prescritto” dove la persona crede che gli altri in generale (familiari, colleghi, amici e gli estranei) si aspettino da lei niente di meno della perfezione. La persona con perfezionismo patologico tende a promuovere la propria perfezione presentandosi agli altri con un’immagine di sè ineccepibile, unica, straordinaria; a questo aggiunge la tendenza a nascondere i propri difetti o limiti, presunti o reali, fisici o psicologici, ricorrendo a svariate forme di evitamento e di compiacenza passiva; sulla base della convinzione di non potersi mostrare agli altri (e quindi al loro giudizio) se non a patto di risultare perfetta. La persona perfezionista patologica presenta, inoltre, un occultamento di ogni aspetto di se stessa e della propria vita che possa essere soggetto alla disapprovazione degli altri, credendo in fondo che svelare un difetto equivalga a un vero e proprio fallimento, e porti vergogna e umiliazione. Il suo dialogo interno si compone di continue preoccupazioni relative al bisogno di essere impeccabile, perfetta appunto, cosa che si manifesta con una concatenazione di pensieri automatici denigratori, rimuginii, autorecriminazioni e autocensure.

Le conseguenze patologiche

E’ stato dimostrato che il perfezionismo patologico può creare ripercussioni altamente dannose nella vita della persona. Anzi, crea le premesse per una vita infelice, aggiungerei. Depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo sono le conseguenze patologiche più diffuse, insieme a un pervasivo senso di fallimento. Chi soffre di perfezionismo patologico procrastina per la paura (o, meglio, la convinzione) di non essere all’altezza delle prove e delle prestazioni o di non saperle eseguire in modo perfetto; tende a sviluppare “manie di controllo” sia a casa, nella coppia, con gli amici e sul lavoro; pretende standard elevati di successo da parte degli altri, che “tormenta” con continue critiche. Data l’ossessione per l’ordine e la precisione, la persona può diventare compulsiva nel darsi regole, nel compilare liste di cose da fare, stakanovista a lavoro o, al contrario, del tutto disinteressata o apatica, segno dell’assenza di un equilibrio tra i due estremi del continuum ordine-caos. Il perfezionista patologico considera il risultato finale del proprio lavoro più importante del processo di apprendimento e si focalizza in modo ipercritico su dettagli del proprio lavoro.

Le aree più colpite dal perfezionismo patologico

  • Attività fisica: lo sport in generale enfatizza la prestazione, insistendo sul risultato finale piuttosto che sul gesto atletico in sè;
  • Scuola e lavoro: il perfezionista patologico tendenzialmente impiega più tempo a svolgere i propri compiti o evita del tutto di iniziare per la paura di commettere errori e non raggiungere la perfezione;
  • Corpo ed estetica: sicuramente questo è l’ambito più colpito dal perfezionismo patologico. La persona si autoesamina spesso di fronte allo specchio e da diverse angolature alla ricerca del difetto (che puntualmente trova data questa premessa distorta), presta troppa attenzione al peso, ai volumi e alle forme del proprio corpo, ma si dedica anche meticolosamente all’abbigliamento, al makeup e all’acconciatura per camuffare presunti o reali difetti fisici. Questo getta le basi per un disturbo alimentare, il disturbo da dismorfismo corporeo e l’esercizio fisico compulsivo.
  • Relazioni interpersonali: la persona fa pressioni sui propri cari, colleghi, amici e familiari affinchè si conformino ai propri standard perfezionistici, causando incomprensioni e stress;
  • Ambiente: la persona si dedica a pulire, sistemare e tenere in ordine la propria casa, ufficio, automobile per renderli impeccabili;
  • Igiene personale e salute: la persona si cimenta in pratiche salutistiche esasperate che possono provocare problemi di salute, come seguire in modo acritico una certa alimentazione (ortoressia), o altri comportamenti compulsivi volti a preservare la propria salute.

Le cure

Nella mia formazione mi sono concentrata maggiormente sul modello di Hewitt, Mikail e Flett che ti ho citato prima, secondo cui il perfezionismo patologico trae origine dalle relazioni di attaccamento con le figure primarie dell’infanzia, fase in cui si formano le rappresentazioni di sè, dell’altro e della relazione con l’altro. Ne ho parlato approfonditamente in un articolo dedicato agli stili di attaccamento, lo puoi leggere qua: https://federicapianapsicologa.it/gli-stili-di-attaccamento-le-basi-delle-relazioni-in-eta-adulta/. Nella loro prospettiva la persona affetta da perfezionismo patologico manifesta una sproporzionata sensibilità interpersonale e persino ostilità, aspetto che la porta a sperimentare a livello sociale uno stato di esclusione, non accettazione e non appartenenza (definita “disconnessione sociale”), con la conseguenza di sentirsi sempre più infelice, a rischio di alienazione, e incapace di comprendere gli altri. Da quello che ti ho detto, puoi evincere che il perfezionista patologico valuta se stesso sulla base di un parametro unico e inflessibile: il raggiungere o meno gli standard autoimposti. Per quanto ingaggiarsi in strenui sforzi conduca la persona a molteplici conseguenze dannose, il problema si autoalimenta a causa di alcuni meccanismi di mantenimento tra cui, ad esempio, i bias cognitivi, l‘autocritica spietata e l’evitamento. Venendo adesso alle cure, mi preme dirti che, come ogni altra situazione, prenderne onesta e chiara consapevolezza è il primo e fondamentale passo per iniziare a stare meglio, responsabilizzandoti sul problema e muovendoti in prima persona. Un primo suggerimento che posso darti è iniziare sostituendo pensieri automatici ipercritici con altri pensieri meno severi e più rispondenti alla realtà, dunque più salutari. Un secondo passo consiste nel modificare la prospettiva dalla quale guardi a te stesso, imparando a decentrarti, vale a dire ad osservarti da un’angolatura diversa, ad esempio adottando due punti di vista: quello di una persona cara, che ti conosce e ti vuole bene, e quello di un estraneo. Un terzo suggerimento che mi sento di darti è di ridurre la concentrazione massiccia sui dettagli, sui micro-aspetti delle cose, delle situazioni e delle prestazioni, in virtù di uno sguardo panoramico, che ti aiuta a vederle nell’insieme anzichè utilizzare sempre una implacabile lente di ingrandimento.

I suggerimenti sopracitati sono un buon inizio nel prenderti cura di te ma, per affrontare in modo esauriente e superare davvero un problema di rilevanza clinica come il perfezionismo patologico la via maestra è una buona psicoterapia, un percorso psicologico-clinico ritagliato sul tuo caso specifico che puoi intraprendere insieme ad uno psicologo-psicoterapeuta come me, che si occupa quotidianamente di questi e altri temi. In conclusione, si è visto, grazie agli studi più recenti, che una psicoterapia efficace per il perfezionismo patologico include pratiche di mindfulness, di accettazione e auto-compassione, ottimali per lavorare su quegli elementi più resistenti quali l’auto-critica, la vergogna, fino al disgusto/disprezzo verso di sè che tanto affliggono chi soffre di questo problema.

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Che cos’è un blocco emotivo.

Questo è un articolo a cui ho pensato a lungo, poichè il tema è caldo ed importante, è forse il tema su cui lavoro più spesso con i miei pazienti ogni giorno. Voglio perciò parlarti oggi dei blocchi emotivi: ti sarà capitato di sentir parlare qualcuno, un amico, un familiare o il tuo partner, di una situazione in cui si sente bloccato e non riesce più ad andare avanti? Oppure di aver fatto tu in prima persona questa spiacevole esperienza di sentirti incastrato? Volendo dare una definizione sintetica, il blocco emotivo è una barriera che si crea nella tua mente e che ti impedisce di utilizzare al meglio le tue risorse personali, motivo per cui non riesci a ragionare, decidere e a sentire in modo pieno, ne risulta un impedimento a progredire attraverso le varie fasi di vita. Ti porto alcuni esempi. Incappi in un blocco emotivo quando, in seguito ad un’esperienza dolorosa come l’aver commesso un errore, o aver vissuto una delusione, un senso di abbandono da parte di altri, non riesci a vivere a pieno l’entità del dolore e delle altre emozioni spiacevoli relative a tale esperienza, come il rimorso, o il rimpianto, i sensi di colpa o la vergogna o la rabbia, pertanto rimani fermo, congelato nell’esperienza che resta “muta”, irrisolta. Da questo origina uno scenario per cui puoi vivere il tuo quotidiano “normalmente” ma, ad un certo punto, senti che qualcosa non va come desideri, che manca un tassello, inizi quindi a provare un disagio, un senso di malessere magari circoscritto ad un’area specifica della tua vita. Tale disagio è il campanello d’allarme che ti segnala che si è creato un blocco emotivo.

Purtroppo nella nostra cultura contemporanea occidentale non viene ancora dato uno spazio sufficiente all’educazione emotiva ed affettiva, da ciò derivano inevitabilmente trascurare il nostro mondo interiore e una maggiore probabilità di sviluppare blocchi emotivi. In particolare voglio sottolineare che elaborare le tue esperienze spiacevoli non solo è qualcosa di utile, ma è necessario per poter realizzare il tuo potenziale umano e concretizzare una vita appagante secondo i tuoi desideri. Le emozioni sono infatti parte della dotazione naturale consegnataci da migliaia di anni di evoluzione, non sono qualcosa di “carino” (nel caso delle emozioni di piacere, gioia, serenità e stupore), di “disturbante” (nel caso delle emozioni spiacevoli come il dolore, la vergogna, il senso di colpa, la rabbia) o di superfluo. Il vero cardine del benessere, della salute e della guarigione risiedono infatti nell’elaborazione delle esperienze, soprattutto quelle spiacevoli, stressanti e traumatiche, poichè da questo passaggio si liberano le risorse già presenti nella persona e se ne sviluppano altre nuove e più idonee alle sfide della vita, tali risorse si traducono poi in energia, in “carburante” psicofisico utile ad ogni tuo progetto personale. In presenza di un blocco emotivo questo passaggio non è percorribile, e tu rimani fermo, intrappolato senza poter progredire.

Le cause e i sintomi

Un blocco emotivo è un meccanismo di difesa pensato e creato dalla tua mente ed è facilmente riscontrabile non solo nel nostro quotidiano, ma anche come determinante di svariati quadri psicopatologici, dai disturbi d’ansia e dell’umore a quelli correlati ad eventi stressanti, ai disturbi dell’alimentazione, della personalità e quant’altro. Alla genesi del blocco emotivo, come ti ho spiegato, si collocano esperienze dolorose o traumatiche non elaborate e pertanto rimaste congelate, “indigerite” nel tuo sistema nervoso. Ma vi sono pure altre cause, dagli studi sono emersi condizionamenti socio-culturali come la scarsa educazione all’affettività, clichè che scoraggiano il contatto con se stessi, la consapevolezza e il lavoro di crescita personale, come pure condizionamenti familiari. Sto parlando ad esempio dell’essere cresciuto in un contesto familiare dove vigeva un’educazione rigida e repressiva, fatta di dogmi (regole senza possibilità di essere riviste e ridiscusse apertamente), o l’aver sviluppato nella tua personalità un tratto di forte inibizione emotiva, cioè di svalutazione e controllo della tua sfera emotiva. Ti voglio elencare ora i sintomi più diffusi di espressione di un blocco emotivo: 

  1. Difficoltà di attenzione e concentrazione, confusione mentale;
  2. Sensazione di vuoto, scarsa autodirezionalità (vale a dire la difficoltà a porsi e a seguire direzioni/obiettivi);
  3. Evitamento di diverse situazioni sulla base della paura (di sbagliare, di essere giudicato, rifiutato, abbandonato);
  4. Sintomi psicosomatici aspecifici come dolori, nervosismo e tensione muscolare;
  5. Astenia, cioè stanchezza/facile faticabilità sia fisica che mentale.

Suggerimenti pratici

Veniamo adesso ai suggerimenti pratici che voglio fornirti per iniziare a familiarizzarti con i tuoi blocchi emotivi, affrontarli in modo sano e, infine, superarli. L’elemento di base e imprescindibile è allenarti alla presenza mentale: devi cioè tornare (o apprendere per la prima volta) ad essere presente a te stesso, ascoltandoti in modo aperto e libero da giudizi ed aspettative, con la genuina intenzione di prenderti cura di te. Se svilupperai e affinerai questa dimensione della presenza mentale riscontrerai già dei benefici, poichè andrai nella direzione contraria a quella suggerita dal blocco: se assecondare il blocco equivale infatti ad evitare, a distaccarti da te stesso e da questo materiale irrisolto, allenarti ad essere presente ti rende vigile, attento e lucido a ciò che questo materiale rappresenta, da dove viene, in cosa consiste ecc ecc. Nota poi quando oltrepassi la soglia della tua zona di comfort, quando cioè senti chiaramente di stare facendo dei passi un poco oltre “l’habitat personale” in cui sei solito muoverti. Inizia a prendere contatto con il tuo blocco: sosta in compagnia del tuo blocco, soffermatici, presta attenzione a come si manifesta sia nella tua mente che nel tuo corpo. Osserva e prendi nota di questi aspetti: Quali sono i pensieri che scorrono nella tua mente? E le immagini? Tipicamente puoi rintracciare pensieri assai negativi e autosvalutanti, autodenigratori che iniziano con il “non” (“Non ce la faccio”, “Non ne sono capace”, “Il mondo non è un posto sicuro”, “Non sarò mai amato” ecc ecc), hanno un linguaggio assoluto e negativo. A questi pensieri seguono emozioni altrettanto forti, come una forte paura, rabbia, senso di colpa o vergogna. Presta attenzione e senti queste emozioni dentro di te: Come le percepisci nel tuo corpo? A quali sensazioni fisiche corrispondono e dove sono localizzate? Rispondere a queste domande ti aiuta a crearti una sorta di mappa del tuo blocco emotivo, così da imparare a leggerlo attraverso il suo linguaggio, fatto di pensieri, immagini, emozioni e sensazioni corporee, cerca di disporti con animo, come ti dicevo poc’anzi, aperto, curioso e volto all’esplorazione coraggiosa, non all’etichettamento con i giudizi. Un altro passo importante è modificare il modo in cui parli delle tue emozioni bloccate: inizia a familiarizzarti con un linguaggio diverso, più flessibile, articolato ed equilibrato. Non dire più “Sono arrabbiato”, “Sono in preda al panico” o “E’ tutta colpa mia”, ma pronuncia frasi del tipo “Provo rabbia, senso di colpa, dolore o paura”. Cambiando in questo modo il linguaggio inizi a disidentificarti, cioè ti poni ad una giusta distanza dalla tua esperienza interna emotivamente turbolenta, smetti di essere completamente fuso con essa, piuttosto cominci a maneggiarla con gli strumenti dell’osservazione non giudicante e della consapevolezza.

La parte cruciale, la più lunga e intensa, viene adesso: consiste nell’attraversare fino in fondo l’esperienza originariamente associata al blocco emotivo che stai contattando. Per poter fare ciò rievoca l’esperienza correlata al blocco, nella maggior parte dei casi è semplice perchè ti ricordi bene, hai viva la connessione tra l’evento originario e l’insorgenza del blocco emotivo. Nel ritornare sull’esperienza hai bisogno di darti il permesso di prendere un contatto profondo e integrale, di riattraversarla interamente. Puoi visualizzare i momenti più salienti in immaginazione oppure puoi disegnarli o scriverli in un racconto, l’opzione migliore è a mano anzichè su una tastiera. Il disegno e la scrittura sono ottimi strumenti, poichè ti consentono di dare vita ad una rappresentazione della tua esperienza dolorosa e creare una distanza dalle emozioni forti imbrigliate nel blocco. Respira dentro alle emozioni che stai provando e immagina di attribuire un significato nuovo e differente, più funzionale e adattivo, all’esperienza dolorosa prima indigerita. Nel dare questo nuovo significato è essenziale che tu non ti senta più una vittima impotente di questa esperienza, non sia più schiacciato sotto emozioni soverchianti e incomprensibili, ma, anche se provato, rimani integro, rimani te stesso. Sei salvo, presente, vivo, e riesci non solo ad andare avanti nella tua vita, ma anche ad andare oltre questa esperienza dolorosa, a progredire, a riorganizzare la tua vita dandoti nuovo slancio e perseguendo obiettivi in linea con i tuoi valori. Quando avrai riattraversato l’esperienza spiacevole e il blocco si sarà sciolto tu avrai una percezione diversa di te stesso, degli altri, del mondo: ti sentirai molto più padrone di te stesso, poichè adesso c’è una distanza corretta tra te e questa esperienza che ha generato il blocco, questa esperienza è davvero adesso un ricordo, e sta esattamente dove deve stare, nel passato, mentre tu sei vivo, qui e ora, e hai tante possibilità di andare avanti e ingaggiarti in nuove sfide e nuovi obiettivi. Ora sei libero dal fardello del vecchio blocco che ti manteneva sì “al sicuro” nella tua zona di comfort, ma soffocava le tue risorse e la tua vitalità imprigionandoti: hai liberato te stesso, sei il miglior alleato di te stesso, e puoi continuare come più desideri il tuo cammino. 

Conclusioni

Questo processo è in sintesi il processo necessario all’elaborazione delle esperienze dolorose generatrici del blocco, spesso è necessario fare un lavoro anche su quelle convinzioni rigide e limitanti originatesi dai condizionamenti socio-culturali e familiari nonchè sui tratti di personalità come l’inibizione emotiva e l’ipercontrollo, come pure talvolta si può associare il protocollo EMDR se ci sono dei veri e propri traumi. Non è detto che tu riesca a svolgere l’intero processo in modo autonomo, puoi imbatterti in difficoltà o stalli: se preferisci essere seguito in modo professionale e personalizzato puoi rivolgerti a me, contattandomi per capire come possiamo lavorare insieme per risolvere i tuoi blocchi emotivi e ridare slancio e grinta alla tua vita. 

Leggi questi articoli dove parlo del protocollo EMDR e della guarigione dalle ferite affettive: https://federicapianapsicologa.it/fuori-dal-tunnel-supera-il-dolore-e-i-traumi-con-lapproccio-emdr/;  https://federicapianapsicologa.it/guarisci-le-tue-ferite-affettive-un-percorso-in-8-step/. Nella ricca sezione del blog trovi numerosi articoli relativi al mondo delle emozioni e dell’affettività, dacci un’occhiata!

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Che cos’è la filofobia?

Nell’articolo di oggi voglio parlarti di un fenomeno che oggi si sta diffondendo sempre più, la cosiddetta “filofobia“, vale a dire la paura di innamorarsi veramente e di amare. Anche se non hai mai sentito questo termine specialistico, è assai probabile che tu comprenda ciò di cui parlo: conosci persone nelle tue cerchie che presentano questa difficoltà, o ne sei affetto tu in prima persona. Si tratta dell’unione di due termini provenienti dal greco, “philos” e “phobia”, rispettivamente “amore” e “paura”: la persona filofobica teme moltissimo l’innamoramento e l’amore, quindi di coinvolgersi in senso affettivo profondo e duraturo, creando un legame stabile sul lungo periodo. Devi sapere che puoi avere paura e attrazione praticamente per qualunque cosa, è una facoltà incredibile della mente umana: avversione (quindi fuga, evitamento, negazione o blocco) e attaccamento (quindi desiderio e ricerca, fino all’ossessione). Di solito fa paura qualcosa che non conosci, che per te è ignoto, e che dunque rappresenta una minaccia: tuttavia, nella filofobia, a farti paura sono il profondo sentimento dell’amore e la dimensione affettiva intera della coppia. Anche se sei solito pensare all’innamoramento e all’amore come a qualcosa di molto desiderabile, persino nobile e sublime, nella filofobia puoi essere spaventato, o addirittura terrorizzato, alla sola idea di avvicinarti e instaurare una relazione seria con un’altra persona. Senza capirne le ragioni, anzi, più spesso giudicandoti sciocco o “anomalo” per questa tua difficoltà. Per quanto tu possa in molti casi desiderare l’affetto sincero e profondo, ti senti costantemente diviso, scisso, tra una metà che cerca il contatto e il coinvolgimento e l’altra che lo rifugge in preda al panico. Di solito prende il sopravvento la seconda metà: in qualche caso, se la paura raggiunge livelli assai elevati, puoi sperimentare dei veri e propri attacchi di panico.

Identikit della persona filofobica

Se soffri di filofobia, molto probabilmente presenti alcuni o tutti questi sintomi:

  1. Ansia: cioè segni di attivazione neurovegetativa all’idea o nei primi passi di una relazione (tachicardia, respiro affannoso, sudorazione, agitazione, nervosismo),
  2. Stress,
  3. Evitamento più o meno totale delle relazioni affettive,
  4. Coinvolgimento superficiale nelle relazioni con partner disponibili,
  5. Coinvolgimento nelle relazioni “impossibili”, già sfavorevoli in partenza (a distanza o con partner non disponibili),
  6. Esasperazione dei comportamenti di autonomia,
  7. Negazione o svalutazione dei bisogni affettivi di coinvolgimento, supporto, amore e progettualità.

Con tali livelli di paura, vivi nell’angoscia e nell’insoddisfazione perenne, hai una bassissima autostima, e pensi di essere destinato alla solitudine, o al “vagabondare” tra una frequentazione fallimentare e l’altra, somministrandoti “briciole d’attenzione” e credendo di diventare una persona sola, alienata, incompresa, affranta dalla depressione.

Le cause della paura di amare

Sono davvero molteplici le sfaccettature di questa complessa fobia. Da una parte può esserci sicuramente la forte tendenza al controllo, se sei una persona razionale soprattutto, o se hai sperimentato delusioni d’amore cocenti che ancora senti dentro di te. Ti trovi in uno stato di costante allerta perchè temi di diventare dipendente dall’altro: pertanto, se frequenti una persona e intuisci che la cosa inizia a diventare un po’ più seria, questo ti procura i sintomi sopra descritti. Non accetti che sentirti un po’ in balia del sentimento che sta nascendo sia una condizione necessaria ad addentrarti nel rapporto, senti destabilizzante e minacciosa questa perdita di controllo potenziale e perciò vai in allarme, chiudendoti in modo repentino, agendo comportamenti contrastanti o allontanandoti in modo deciso dall’altro. Ti chiudi e ti allontani laddove dovresti avvicinarti, affidarti, appoggiarti all’altro e lasciarti andare a questo sentimento genuino e intenso che sta nascendo. Se sei abituato a controllare tutto, perchè è un tratto del tuo carattere o perchè l’hai imparato come autodifesa da delusioni precedenti ancora irrisolte, non ti concederai di abbassare questa difesa, pena un senso di soffocamento e di perdita della tua libertà e autonomia. Consideri l’amore una dimensione pericolosa, una debolezza fatale, da cui rifuggire. Accade esattamente l’opposto di quello che accade in una relazione affettiva solida e reciproca: ti senti fragile e in pericolo accanto al partner (o alla persona che hai iniziato a frequentare). Tutte queste sono sfaccettature variegate di precedenti esperienze relazionali negative che hai vissuto probabilmente già fin dalla tenera età. E’ noto in letteratura che le relazioni con le figure primarie di attaccamento, vale a dire i genitori, fratelli, nonni e altre persone della tua infanzia e adolescenza, rappresentano l’impronta di base per le relazioni future della tua vita adulta. Se hai sperimentato delle relazioni in cui c’era insufficiente sintonizzazione con gli adulti di riferimento, per cui i tuoi bisogni affettivi (ascolto, supporto, presenza, condivisione, gioco, scoperta e quant’altro) non trovavano adeguate risposte, questo ha creato un substrato fertile per un gran numero di difficoltà nelle relazioni che instauri fuori dall’ambiente extrafamiliare, con gli altri adulti e i coetanei. Tra queste difficoltà chiaramente c’è anche la filofobia, l’intensa paura dell’innamoramento e dell’amore. Queste sono le ragioni per cui, nonostante le buone intenzioni degli adulti che si sono presi cura di te, sei cresciuto con bassa autostima, senso di disvalore, inadeguatezza, difficoltà consistente a prendere decisioni, difficoltà a regolare in autonomia le tue emozioni e a costruire e mantenere solide e reciproche relazioni, soprattutto affettivo-sentimentali. Diventando un candidato alla filofobia. Se in passato per te vivere l’amore è stato fonte di sofferenza, oggi, da adulto, tendi a rifuggire i legami veri e propri, quelli in cui è appropriato bilanciare i bisogni di autonomia con quelli di dipendenza, attanagliato dalla paura di tornare a sperimentare l’abbandono, il rifiuto, l’inganno, il rifiuto, la svalutazione e l’umiliazione.

Gli effetti della filofobia sul partner e sulla coppia

Com’è prevedibile, coltivi l’illusione che stando alla larga dalle relazioni intime sarai immune alle pene d’amore, e questo ti renderà in qualche modo invulnerabile. Non è così che va purtroppo: sottrarti ai rischi di una relazione seria ti porterà solo inaridimento, isolamento, sfiducia in te, negli altri e nella vita, spegnimento della tua energia vitale. Vedendo il legame come un vincolo (o un cappio), per te stare dentro alla relazione significa soffocare la tua creatività, la tua libertà, sottometterti al volere dell’altro: la relazione diventa una costrizione insopportabile, anzichè un arricchimento, una possibilità di sostenersi nelle numerose sfide della vita, una crescita reciproca. Se riesci a rimanere dentro la relazione, combattuto come sei tra le spinte opposte di avversione e attaccamento, alterni momenti in cui ti avvicini con premura e interesse ad altri in cui ti allontani e ti trinceri nel tuo mondo interiore: questo “giocare sempre in difesa” può portarti difficoltà sessuali di vario tipo, dal desiderio all’orgasmo, poichè la sessualità richiede abbandono alle sensazioni del corpo e alla passione. Tipicamente, puoi avere estrema attenzione ai segnali di intensificazione del rapporto provenienti dal partner: questi possono far innalzare vertiginosamente i tuoi già alti livelli di ansia e indurti a fuggire; oppure, a diventare costantemente incomprensibile, inaccessibile emotivamente, a investire sempre meno nella relazione o a sminuire e ferire il tuo partner, così da rendere più probabile il ritrarsi del partner per sana auto-protezione.

La sindrome di Peter Pan e quella della Crocerossina

Avrai di sicuro sentito nominare queste due sindromi, si tratta di due dimensioni che, quando s’incontrano, possono produrre un cocktail relazionale micidiale: ovvero una relazione complementare disfunzionale. Da una parte c’è (spesso ma non sempre) un uomo ancora semi-adolescente, il Peter Pan appunto, che rifiuta d’impegnarsi seriamente nella relazione e presenta una sorta di fobia dell’impegno (“commitment phobia”), mentre dall’altra c’è (spesso ma non sempre) una donna iper-disponibile, iper-premurosa, sempre attenta alle esigenze del partner, pronta al sacrificio: lunghe attese sulla base di vaghe promesse, che mette la gran parte dell’impegno quotidiano nel costruire e mantenere il rapporto, che pazienta, accudisce, educa e perdona. Tra le altre caratteristiche tipiche della persona con la sindrome di Peter Pan ci sono: egocentrismo, umore volubile, fuga dalle responsabilità della vita adulta in generale, scarsa autocritica, scarsa regolazione delle proprie emozioni; tutti elementi che ostacolano lo sviluppo della personalità adulta e matura. Tra le altre caratteristiche presenti nella persona con la sindrome della Crocerossina rientra l’illusione del “Io ti salverò”, caratterizzata dalla marcata propensione a gettarsi a capofitto nella relazione con l’altro, premendo per l’intensificazione della stessa, lanciandosi in sogni ad occhi aperti e in improbabili progetti di lungo termine, in assenza di basi concrete. Entrambe queste persone possono presentare qualche ingrediente della filofobia: il Peter Pan, com’è chiaro, perchè ne rappresenta l’emblema, la Crocerossina, anche se può sembrare paradossale, perchè si ostina a puntare su un partner con il quale fin da subito non si evidenziano segnali incoraggianti per una relazione stabile e duratura.

Come superare la paura di amare

Vivere una relazione di coppia armonica richiede un gioco di equilibrismo, tra gli spazi di autonomia dell’individuo e gli spazi di condivisione e intimità di coppia. Tuttavia, stare insieme ad un’altra persona è e dev’essere una scelta, non un obbligo o un clichè socio-culturale. Se soffri di filofobia, o le tue relazioni affettive non sono soddisfacenti, è molto probabile che tra le ragioni vi siano anche delle errate aspettative da parte tua: magari credi che l’altro, il tuo partner, debba renderti felice, dandoti tutto l’amore, le certezze e tutto quello che non hai ricevuto quando eri bambino. Ebbene, se pensi questo sei dentro ad una bolla illusoria: assecondando tale visione puoi attenderti di ricevere, di essere “risarcito” dal partner per tutto quello che di negativo hai vissuto, senza contraccambiare. Ricevere senza donare. Cosa che ti porterà a pretendere dall’altro, per poi rimanere deluso poichè l’altro non riesce a soddisfare ogni tuo bisogno. E ritirarti dal contatto affettivo profondo, inaridendoti. Ricorda: quanto più ti crei l’illusione per qualcosa, tanto più andrai incontro alla delusione. Se vuoi affrontare la tua paura di amare, inizia con il farti alcune domande, prendi informazioni sul problema, come queste che hai trovato nel mio articolo, inizia a fare una piccola ma onesta auto-analisi del punto in cui ti trovi. La via maestra per affrontare e superare la filofobia rimane la psicoterapia, un contesto protetto dove, insieme a un professionista, prendi in esame la tua vita affettiva, svisceri le origini della tua difficoltà attuale e metti in campo strategie e strumenti per emanciparti dalla paura e realizzare la tua innata tendenza a costruire relazioni d’amore durature.

Ti suggerisco di leggere questo articolo, in cui parlo degli stili relazionali a partire dalle relazioni di attaccamento nell’infanzia: https://federicapianapsicologa.it/gli-stili-di-attaccamento-le-basi-delle-relazioni-in-eta-adulta/

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Che cos’è l’alessitimia?

Il termine alessitimia è stato coniato negli anni settanta da John Nemiah e Peter Sifneos, per definire un tratto di personalità, cioè una caratteristica tendenzialmente stabile, presente nei pazienti con disturbi psicosomatici (quali ulcera gastroduodenale, asma, eczema ecc ecc). Il termine alessitimia deriva dal greco alexis thymos e tradotto in senso letterale significa “assenza di parole per le emozioni. Nello specifico, il termine alessitimia rappresenta un disturbo delle capacità affettive e simboliche che rende grigio e sterile lo stile comunicativo delle persone con questo tratto marcato.

L’alessitimia comporta una serie di difficoltà rispetto a:

  • Decifrare, comunicare e interpretare i propri e gli altrui sentimenti;
  • Distinguere le emozioni dalle percezioni fisiologiche;
  • Capire i fattori che causano le proprie risposte emotive;
  • Utilizzare il linguaggio verbale come strumento per esprimere le emozioni, con conseguente tendenza a sostituire la parola con l’azione fisica.

Taylor, Bagby e Parker (2000) a tal proposito, hanno considerato l’alessitimia un disturbo dell’elaborazione degli affetti che interferisce con i processi di auto-regolazione emotiva. Questo deficit può essere una causa alla base della tendenza della persona alessitimica ad attuare alcuni comportamenti compulsivi quali: gettarsi nel cibo, abusare di sostanze o di internet e social media, quali mezzi grossolani per scaricare la tensione generata da un’attivazione emotiva non intercettata, capita né elaborata.

Una persona alessitimica presenta un comportamento apparentemente normale, non suscita particolare attenzione, ma può avere posture rigide, non è tipicamente espressivo e comunicativo, può avere esplosioni di rabbia o scoppi di pianto inconsolabile di cui non riesce a comprendere le cause. Ha un’immaginazione impoverita, e scarsa attività onirica, cioè dei sogni. Pur avendo una attivazione fisiologica congrua in presenza di emozioni, non ha sufficiente capacità di riorganizzare gli elementi della propria esperienza corporea e affettiva in una rappresentazione mentale chiara, in un modello mentale definito.

L’alessitimia è un fenomeno molto variegato, risultato di fattori genetici, neurofisiologici , intrapsichici, oltre che di modelli di comunicazione  familiare e fattori socioculturali.

L’alessitimia rappresenta un fattore di rischio per disturbi sia organici sia psicologici: coronaropatie, ipertensione, disturbi gastrointestinali, disturbi alimentari, disturbi d’ansia e depressivi, disturbi correlati alle sostanze. Questo accade perchè vi è nella persona un’alta reattività del sistema nervoso autonomo (un ramo del sistema nervoso), fattore implicato nelle somatizzazioni. La persona tende a stabilire relazioni di forte dipendenza o, al contrario, a ritirarsi nell’isolamento, tende, inoltre, a concentrarsi sulle sensazioni fisiche correlate alle emozioni, delle quali ha una scarsa consapevolezza e comprensione, da ciò può derivare una distorta interpretazione di tali sensazioni, che porta a paure ipocondriache, cioè di stare per sviluppare o di avere di già una malattia corporea, anche severa.

Le basi neurofisiologiche

A livello neurofisiologico, essendo l’emisfero cerebrale sinistro coinvolto nel linguaggio, mentre il destro nell’elaborazione delle emozioni, è probabile che la scarsa comunicazione tra gli emisferi e il deficitario funzionamento dell’emisfero destro siano le cause dell’alessitimia. Esistono poi due tipi di alessitimia: quella di tipo 1, caratterizzata dall’assenza di attivazione emotiva, e quella di tipo 2, che comporta solo un deficit di decodifica cognitiva e di espressione delle emozioni. Tali problematiche sono da considerarsi come esiti di eventi traumatici che hanno spezzato abilità precedentemente acquisite o come esiti di uno sviluppo inadeguato delle facoltà di mentalizzazione, cioè di rappresentazione della mente propria ed altrui. Tali facoltà si sviluppano già dai primi anni di vita per mezzo di un ambiente favorevole dove il bambino viene aiutato ad ascoltare, conoscere e comunicare i propri vissuti interni con comportamenti funzionali e con un vocabolario via via più esteso e ricco. Questo tratto stabile di personalità è maggiormente presente negli uomini, dato il retaggio culturale che spinge nell’educazione dei bambini maschi a insegnare loro abilità pratiche anziché quelle affettive e relazionali.

La Psicoterapia

Da un punto di vista terapeutico, è fondamentale riabilitare la persona a prendere contatto con il proprio mondo interno, dal quale tende a fuggire e che gli appare del tutto misterioso, per costruire le competenze di base dell’intelligenza emotiva, vale a dire intercettare l’emozione differenziandola dalle sensazioni corporee, distinguerla e decifrarla correttamente, imparare ad incanalarla in un linguaggio espressivo e verbale congrui. Tutto questo processo, lungo ma soddisfacente, ridà alla persona le chiavi per accedere al suo mondo interiore e gli strumenti per interagire con gli altri costruendo relazioni amicali, familiari e di coppia articolate e reciproche. Per saperne di più sul mondo delle emozioni, nonchè approfondire la tua conoscenza sulle singole emozioni, le caratteristiche e i significati, ti invito a leggere tutti gli articoli dedicati su questo blog. Buona lettura! Se ti ritrovi nei comportamenti alessitimici che trovi descritti, se questo procura sofferenza a te e a chi ti sta intorno, valuta di richiedere un primo colloquio clinico, in cui possiamo inquadrare la tua situazione e ipotizzare un percorso idoneo per te.
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Le origini

Ti è capitato di osservare profonde differenze nelle modalità relazionali tra le persone? Avrai sicuramente notato che qualcuno sembra spaventato o disinteressato dalle relazioni, e le rifugge, o ne imposta di superficiali; mentre qualcuno sembra in preda ad una forte ansia per cui è sempre in cerca di conferme, si butta a capofitto nelle relazioni e tende a stare molto vicino, “appicciccato” al proprio partner, facendo “scenate” di gelosia ogni qual volta lo sente meno presente. C’è poi qualcuno che sembra preso in un conflitto irrisolvibile tra il bisogno letteralmente disperato di relazione e il terrore della stessa, che lo conduce in spirali distruttive con comportamenti caotici e incoerenti. Ebbene, tutto questo ha delle precise ragioni che rientrano negli stili di attaccamento: vale a dire le modalità di entrare e di mantenere una relazione affettivamente significativa che la persona ha stabilito con le figure di riferimento primarie dell’infanzia, di solito i genitori, ma anche i fratelli, nonni ed altre figure familiari e non solo. Tali stili tendono a mantenersi stabili nell’arco di vita, poichè la persona li interiorizza come MOI, i cosiddetti Modelli Operativi Interni, vale a dire che diventano rappresentazioni mentali di queste modalità relazionali risalenti all’infanzia: questo non significa che non siano soggetti al cambiamento, tutt’altro, entro una nuova relazione affettiva e intima possono mutare. E’ il motivo per cui, se hai uno stile di attaccamento insicuro, di cui tra poco ti parlo, hai la possibilità di farlo evolvere verso uno stile più sicuro se ti ingaggi in una relazione affettivamente significativa, con un caro amico, un partner o lavorandoci in un percorso con uno psicologo/psicoterapeuta.

Dagli studi sul tema è emerso che il bambino ha un’innata predisposizione a cercare la prossimità sia fisica che emotiva con una figura adulta di riferimento, ogni qual volta sperimenta disagio, paura, o è in difficoltà: questo comportamento di ricerca è reso possibile dal cosiddetto sistema di attaccamento, un sistema motivazionale di matrice biologica, che trova il suo complemento naturale nel sistema di accudimento, preposto all’emissione di comportamenti di attenzione e cura da parte dell’adulto verso il bambino. E’ stato dimostrato che nel bambino il sistema di attaccamento è assolutamente prioritario, il bambino è, infatti, una creatura completamente indifesa: questo rende ragione dell’importanza della relazione che va a co-costruire con la propria madre, fin dalla nascita. 

La relazione tra il caregiver e il bambino

Lo stile di attaccamento ha origine nelle relazioni con le figure significative dell’infanzia, come ti ho detto. Esistono 4 tipologie di stile di attaccamento, studiate a lungo e descritte grazie a una mole di ricerca iniziata dagli anni ’60 del secolo scorso ad opera di autori quali John Bowlby, Mary Ainsworth, Mary Main e altri. Voglio menzionare al riguardo una procedura sperimentale denominata The Strange Situation, dove è stato osservato il comportamento di un bambino di un anno in vari momenti con la madre, sia di unione sia di allontanamento, e nell’interazione con un estraneo, ricavandone dati che hanno permesso di concettualizzare queste 4 tipologie di attaccamento. Sono state classificate sulla base di due dimensioni: l’ansia e l’evitamento. Nello stile sicuro risultano bassi i punteggi a entrambe, negli stili insicuri i punteggi sono diversificati: nello stile insicuro – evitante c’è alto evitamento e bassa ansia, in quello insicuro – ambivalente c’è basso evitamento ed alta ansia.

Le 4 tipologie in breve:

  1. Lo stile di attaccamento sicuro: questa è la tipologia riscontrata più di frequente, in poco più di metà dei bambini, caratterizzata dalla capacità del bambino di interagire serenamente con la madre, protestare con il pianto al suo allontanamento, e ricongiungersi a lei con gioia lasciandosi calmare e confortare. E’ un bambino che ha piacere anche a vivere momenti di gioco solitario;
  2. Lo stile di attaccamento insicuro – evitante: questa tipologia è riscontrabile in circa 1/4 dei bambini, è caratterizzata dalla scarsità o, più spesso, assenza di interazioni piacevoli e/o giocose tra il bambino e la madre, dall’assenza di sconforto/smarrimento del bambino all’allontanamento della madre e dalla prevalenza di momenti in cui il bambino è assorbito in qualche attività solitaria, distaccato e disinteressato verso la madre;
  3. Lo stile di attaccamento insicuro – ambivalente: anche questa tipologia è riscontrabile in circa 1/4 dei bambini, è connotata dalla presenza di una forte emotività nel bambino, il quale, in presenza della madre, tralascia i propri giochi e interagisce attivamente con lei, mentre al suo allontanamento e al suo ritorno manifesta dapprima turbamento con ansia e agitazione, poi protesta rabbiosa e pianto inconsolabile. Il bambino, per quanto sconvolto, non riesce a calmarsi e a confortarsi una volta ricongiunto alla madre;
  4. Lo stile di attaccamento disorganizzato: questa tipologia è di più raro riscontro, in una percentuale ristretta di casi, ed è connotata dall’assenza di un comportamento coerente e strutturato nel bambino, il quale, invece, manifesta un’angoscia tale per cui mette in atto comportamenti, per l’appunto, disorganizzati, cioè caotici, incoerenti, come il muoversi in modo stereotipato (dondolii ecc ecc), andare incontro alla madre al suo ritorno ma fermandosi bruscamente o evitando il contatto oculare o fisico affettuoso, coprendosi gli occhi o rimanendo immobile come paralizzato. 

Tali stili di attaccamento discendono da altrettante tipologie di comportamento adottate dalla madre o dal principale caregiver. Di seguito te le sintetizzo:

  1. Lo stile materno sicuro: si parla di una madre “risolta” rispetto alle modalità relazionali antiche con i propri genitori, che sa sintonizzarsi emotivamente sulle necessità del figlio, rispettando gli spazi di autonomia del bambino (ad esempio nel gioco), incoraggiandolo all’esplorazione e alla socializzazione, ma anche accorrendo quando il bambino è in difficoltà o ha paura. Sa ascoltarlo, decifrarne i vissuti, contenerne le ansie, e giocare con lui. E’ una base sicura per il figlio, che sviluppa la credenza che tutti i suoi bisogni possono essere compresi e soddisfatti (pur con qualche eccezione) dalla madre;
  2. Lo stile materno evitante: si parla di una madre non risolta, nel senso che tende ad essere molto assorbita da sè stessa e a trascurare il figlio. E’ costantemente disconnessa. Non sa sintonizzarsi con lui, può essere distaccata, assente o respingente. Può nutrire sentimenti spiacevoli, come rabbia o frustrazione, che non le consentono di avvicinarsi al bambino e di essere accogliente; motivo per cui il bambino disattiva stabilmente il suo sistema di attaccamento, sulla base della credenza che i suoi bisogni non possono essere mai soddisfatti;
  3. Lo stile materno ansioso: anche qua si parla di una madre non risolta, ma in un modo diverso dal caso precedente. E’ costantemente connessa con il figlio, non riuscendo però a sintonizzarsi in modo equilibrato: iperapprensiva, intrusiva, invade gli spazi di autonomia del figlio, può essere da una parte controllante e dall’altra respingente. Non fornisce una base sicura, un punto di riferimento: motivo per cui il bambino mantiene attivato troppo a lungo il suo sistema di attaccamento, al fine di richiamarne l’attenzione e assicurarsi la sua vicinanza. La madre, non accordandosi con il bambino, lo costringe a modellarsi sui propri umori: da qui le interazioni tra i due cariche di ansia e di fraintendimenti;
  4. Lo stile materno disorganizzato: si tratta di una madre ancora soverchiata da vissuti relativi a situazioni della propria infanzia o adolescenza, alle prese con difficoltà personali o familiari che non le consentono di sintonizzarsi in modo sensibile sulle esigenze del bambino, in un modo diverso dalle modalità sopra descritte. Può essere traumatizzata, alle prese con eventi fortemente stressanti, vittima di violenza, spaventata e quindi spaventante per il figlio, il quale convive con costanti vissuti di paura, sfiducia alternati al bisogno di affidarsi alla madre. In questi casi è frequente riscontrare una qualche psicopatologia nella madre, variabile importante per la probabilità dell’instaurararsi di qualche tipo di malessere anche nel bambino.

Lo stile di attaccamento in età adulta

Come ti ho detto, gli stili di attaccamento tendono ad auto-alimentarsi nell’arco di vita: è perciò assai probabile che il modo preferenziale con il quale ti ingaggi (o meno) nelle relazioni da adulto rispecchi lo stile di attaccamento da te instaurato nell’infanzia con i tuoi genitori. Di seguito ti riassumo le caratteristiche di ogni stile:

  1. Lo stile sicuro o libero: dai eguale valore sia ai tuoi bisogni di autonomia sia a quelli di relazione, per cui vivi in modo equilibrato sia la tua area individuale sia quella relazionale, entrando e costruendo relazioni affettivamente significative dove porti empatia, rispetto, vicinanza, gioco, piacere. Ti senti degno di amore e fiducia, e allo stesso modo percepisco gli altri. Hai tendenzialmente un’alta autostima;
  2. Lo stile evitante o distanziante: dai maggior valore ai tuoi bisogni di autonomia, svalutando quelli di relazione, che per te equivale a una dipendenza dall’altro. Nel senso che rifuggi dalle relazioni o ne costruisci di brevi, occasionali o superficiali, dove regna un’atmosfera da una parte leggera e giocosa, dall’altra di distacco emotivo. Nutri la convinzione di “non aver bisogno di nessuno” o che “le relazioni portano solo guai o sono inutili” o che “le persone sono egoiste e distaccate”. Queste si basano sulla credenza nucleare che i tuoi bisogni non possono essere accolti e compresi da nessuno e che a te tocca cavartela da solo, proprio come accadeva con i tuoi genitori da bambino;
  3. Lo stile ansioso o preoccupato: dai maggior valori ai tuoi bisogni di dipendenza, svalutando quelli di autonomia, che per te significa una svilente solitudine. Tendi a impegnarti molto in una relazione, fino al punto da esserne ipercoinvolto, senza riconoscere spazi di autonomia nè per te nè per il tuo partner, dal quale ti attendi, e talvolta pretendi, continue conferme, data la tua forte paura dell’abbandono. Nella tua relazione si crea spesso un’atmosfera carica di ansia e, quando non ti senti validato, scontro e ostilità; sulla base della credenza nucleare che l’altro è instabile e a te tocca sollecitarlo continuamente per soddisfare i tuoi (grandi) bisogni di relazione;
  4. Lo stile disorganizzato o irrisolto: in questo caso vivi in un perenne conflitto tra i tuoi bisogni di autonomia e quelli di relazione, nella difficoltà di adottare una strategia coerente per soddisfarne almeno un tipo, come accade nelle tipologie evitante e ansioso sopra descritte. Da una parte, senti un forte bisogno di relazione, dall’altra, ne sei molto spaventato, o addirittura terrorizzato: senti che questo vissuto di angoscia non è risolvibile nè con la modalità evitante (rinunciando alla relazione intima e stando prevalentemente da solo), nè con la modalità ansiosa (rinunciando all’autonomia in favore di una relazione intima). E’ probabile, perciò, che tu alterni fasi di solitudine ad altre di coinvolgimento, senza mai trovare un equilibrio, ma vivendo caos e instabilità (l’essenza della disorganizzazione).

Conclusioni

Come ti ho detto all’inizio dell’articolo, è possibile mutare il tuo stile di attaccamento se è fonte di sofferenza. Ricorda che ora sei un adulto, sei tu il responsabile della tua vita: puoi decidere in ogni momento di modificare quello che non ti piace, come i “copioni” disfunzionali ancora presenti nelle tue relazioni. Se senti di stare ripetendo vecchie modalità relazionali risalenti alla tua famiglia nell’infanzia, se non senti reciprocità, intimità, stabilità nelle tue attuali relazioni, se le rifuggi sistematicamente e se ti senti particolarmente insicuro, ti invito a valutare l’idea di richiedere un primo colloquio, in cui inquadrare e comprendere le tue difficoltà e darti gli strumenti per superarle. Leggi anche l’articolo in cui ti illustro le ferite affettive: https://federicapianapsicologa.it/guarisci-le-tue-ferite-affettive-un-percorso-in-8-step/

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In questo articolo voglio parlarti di un aspetto fondamentale all’interno del grande tema delle emozioni: il problema del discontrollo e dell’ipercontrollo emotivi. Ti ricordo che, cercando dentro a questo blog con la lentina “Gestione delle emozioni, puoi trovare moltissimi articoli dedicati a questo tema a me molto caro, di cui mi occupo quotidianamente, in studio e online con i miei pazienti, e sul quale continuo a formarmi con svariati corsi e letture.

Il problema del discontrollo emotivo

Per primo voglio illustrarti in cosa consiste il problema del discontrollo: il discontrollo ha a che vedere con un controllo insufficiente sulle tue emozioni, in questo caso il problema di regolazione consiste in un deficit, un difetto, si parla perciò di disregolazione. Venendo al lato pratico, quando ti trovi in una situazione emotivamente attivante (cioè una situazione che a te suscita certe emozioni, non è affatto detto che sia una situazione dove anche altri proverebbero le tue medesime reazioni), sperimenti un emergere forte, talvolta improvviso o persino travolgente, delle tue emozioni, rispetto alle quali ti senti poco efficace o addirittura impotente. Puoi sentire un’attivazione corporea forte, per cui senti che il respiro, la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna, il tono muscolare, le sensazioni viscerali, l’equilibrio e la temperatura cambiano: questa è la parte corporea che sempre si accompagna al manifestarsi di un’emozione e che,  quando vai nel discontrollo, può essere davvero forte. In altri termini, sperimenti quello che viene chiamato sequestro emozionale: sei come imprigionato dalla tua emozione, è lei ad avere il controllo su di te. E’ come se non ti percepissi al comando di te stesso, e hai la sensazione di poter solo aspettare che passi questo tumulto interiore. Quando sei preda del discontrollo emotivo ti ritrovi a comportarti in modi che possono nuocere a te e alle tue relazioni: dici o fai cose che non diresti nè faresti se sapessi regolare meglio le tue emozioni. Puoi arrabbiarti molto con te stesso o vergognarti, perchè in difficoltà nel gestire alcune tue emozioni in situazioni e contesti per te sfidanti. Da qui un calo di autostima e di efficacia personale.

Venendo ora alle cause, occorre che ti ricordi che, come per tutte le questioni che riguardano la salute e il benessere psicofisici, anche in questo caso si parla di cause e con-cause molteplici: in gergo tecnico si parla di “eziologia multifattoriale”, poichè non c’è una sola causa a determinare una caratteristica o un problema, quanto un insieme di fattori. Diverse sono le cause del problema del discontrollo emotivo: alcune vanno rintracciate molto indietro nel tempo, negli ambienti dove trascorrevi la maggior parte del tempo nella tua infanzia e adolescenza, come la tua famiglia o la scuola. Ad esempio, può esserti accaduto di assistere a situazioni dove gli adulti manifestavano discontrollo di alcune emozioni, molto di frequente ansia e rabbia (con attacchi di ansia acuta e panico, esplosioni di rabbia e quant’altro), o di non essere stato aiutato a conoscere e diventare capace di gestire queste emozioni, o di ascoltare storie dove altri manifestavano discontrollo. Talvolta, questo problema può essere imputato a una carente disciplina nella tua educazione, cioè all’assenza di regole chiare sul comportamento da tenere in situazioni emotivamente impattanti. Oppure, può esserti stato passato il messaggio, ovviamente distorto, che una persona che manifesta discontrollo è una persona grintosa, sicura di sè, che non ha paura di manifestare con forza ciò che pensa e ciò che prova: in tal caso hai ricevuto messaggi rinforzanti sul discontrollo, rendendo più probabile che tu lo incamerassi mentalmente e lo mettessi in pratica. Quanto più spesso hai sperimentato il discontrollo su alcune emozioni in passato, tanto più è probabile che ti senta suscettibile a riviverlo oggi e in futuro, poichè è una modalità per te più disponibile di altre, magari utilizzate poco o mai apprese: a meno che non decidi di imparare a regolare meglio le tue emozioni, con strumenti di auto-aiuto, o, se vuoi fare un lavoro più incisivo, intraprendere un percorso di psicoterapia con un professionista.

Il problema dell’ipercontrollo emotivo

Vado adesso ad illustrarti il problema opposto, ma non per questo meno importante: il problema dell’ipercontrollo, che ha a che vedere con un controllo eccessivo sulle tue emozioni, in questo caso il problema di regolazione consiste in un eccesso, si parla perciò di sovraregolazione. Venendo al lato pratico, quando ti trovi in una situazione emotivamente attivante, non sperimenti un emergere forte dell’emozione, al contrario, rimani “freddo”, passami il termine, senza percepire nulla o quasi. Non puoi quindi sentire un’attivazione corporea forte, per cui i parametri fisici che prima ti ho elencato non cambiano sostanzialmente: non fai l’esperienza dell’emozione. In altri termini, sperimenti quello che viene chiamato blocco emozionale: sei in uno stato simile a un congelamento emotivo. E’ un restare impassibile, come se non fossi sfiorato dalla situazione in cui ti trovi. Quando vai nell’ipercontrollo emotivo ti ritrovi a comportarti in modi controproducenti per te e chi ti sta vicino, ma in un modo diverso rispetto al discontrollo: senti poco contatto con te stesso, con la tua parte più profonda, dove risiedono i tuoi bisogni, desideri e scopi autentici, puoi percepirti bloccato, o meccanico, e questo può portarti a relazioni più povere emotivamente.

Come ti ho spiegato per il discontrollo, diverse e molteplici sono le cause del problema dell’ipercontrollo emotivo: alcune vanno rintracciate molto indietro nel tempo, negli ambienti dove trascorrevi la maggior parte del tempo nell’infanzia e nell’adolescenza, come la tua famiglia o la scuola. Ad esempio, può esserti accaduto di assistere a situazioni dove gli adulti manifestavano l’ipercontrollo di alcune emozioni, molto di frequente tristezza, piacere/gioia e rabbia (situazioni dove c’era il tabù di queste emozioni, indicibili e quindi inesprimibili), o di non essere stato aiutato a conoscere e gestire in modo equilibrato queste emozioni, o di ascoltare storie dove altri manifestavano ipercontrollo, o di essere stato lodato quando non reagivi emotivamente alle situazioni. Talvolta, questo problema può essere imputato a un eccesso di disciplina nella tua educazione, cioè a regole troppo rigide sui comportamenti da tenere, e puoi aver imparato che controllarti, inibire le tue emozioni e la tua spontaneità sono qualità indiscusse e degne di approvazione. In questo caso hai ricevuto messaggi rinforzanti l’ipercontrollo, creando nessi di significato tra questa strategia di regolazione emotiva e l’immagine di te, o il valore personale.

Quanto più spesso hai sperimentato l’ipercontrollo su alcune emozioni in passato, tanto più è probabile che ti senta suscettibile a riviverlo oggi e in futuro, poichè è una stratagia divenuta preferenziale o automatica; a meno che non decidi di imparare a regolare meglio le tue emozioni, con strumenti di auto-aiuto, o, se vuoi fare un lavoro più incisivo, intraprendere un percorso di psicoterapia con un professionista. 

I traumi

Un altro fattore che voglio citare è la questione dei traumi e del loro ruolo. Sia il discontrollo che l’ipercontrollo possono anche essere causati da eventi molto stressanti, come i traumi, che, spezzando i tuoi equilibri, possono compromettere la tua capacità di gestire le emozioni e condurti a sperimentare montagne russe come pure appiattimento ed anestesia emotivi. Un trauma, per definizione, è un evento che supera le capacità di adattamento dell’individuo, che ne viene sopraffatto, travolto, e sperimenta, oltre a uno tsunami emotivo, conseguenze sul breve, medio o anche lungo termine su più piani: cognitivo (cioè convinzioni e pensieri distorti su se stesso, gli altri e la vita), fisico (i traumi hanno un impatto sul corpo, su apparati e sistemi, contribuendo all’aggravamento di patologie già presenti o all’esordio di nuove patologie) e comportamentale (l’individuo può modificare alcuni suoi comportamenti, ad esempio evitare luoghi, persone o attività che gli risultano attivanti per i ricordi traumatici).

Suggerimenti pratici

Il discontrollo e l’ipercontrollo sono due problemi trasversali a una serie di condizioni cliniche, cioè di patologie psicologiche, e possono anche comparire entro la stessa patologia, in momenti differenti. Per citare solo alcune patologie in cui risultano evidenti, posso citare i disturbi di personalità del cluster B, caratterizzati da drammaticità ed amplificazione emotive, instabilità personale e nelle relazioni e impulsività, come i quadri Borderline, Narcisistico, Antisociale e Istrionico. In questi quadri è ampiamente presente il discontrollo emotivo, come pure è riscontrabile nei disturbi dello spettro bipolare, come il disturbo Bipolare di tipo I, di tipo II, e il disturbo Ciclotimico, nelle dipendenze comportamentali (gioco d’azzardo, abuso di internet) e nei disturbi correlati all’uso di sostanze. Tipicamente il problema dell’ipercontrollo è presente nei disturbi di personalità con prevalente inibizione/coartazione emotiva, come quelli del cluster C, caratterizzati da ansia, evitamento e rigidità, ad esempio i quadri Evitante e Ossessivo-Compulsivo. Torno a dirti, comunque, che sia il discontrollo che l’ipercontrollo possono coesistere nella persona che presenta una patologia psicologica (o un malessere di minore entità).

Venendo adesso alla parte terapeutica, ti dico che, per combattere gli automatismi alla base del discontrollo e dell’ipercontrollo, occorre sviluppare quante più possibili alternative di risposta: devono essere numerose così che nelle situazioni critiche avrai un ventaglio di alternative cui attingere anzichè il solito automatismo, quello che hai appreso in circostanze in cui ti era utile e che hai poi generalizzato a molte altre situazioni. Questa sperimentazione, paziente, metodica e persino giocosa, rappresenta la modalità più proficua per riacquisire davvero padronanza ed efficacia personale. Non ci sono scorciatoie, la mente umana è complessa, tu sei un essere complesso e multisfaccettato, per cui è bene che adotti una visione il più possibile ampia e panoramica su di te per poter lavorare in modo incisivo. 

Per aiutarti a gestire meglio le tue emozioni e liberarti dai problemi di discontrollo o di ipercontrollo ti suggerisco di iniziare dai suggerimenti che trovi negli altri articoli di questo blog poiché troverai una panoramica sul ricco mondo delle emozioni, capirai in che modo avviene il cambiamento attraverso le emozioni, oltre ad un percorso di auto-aiuto in 5 step spiegato passo dopo passo. 

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Che cos’è l’autocompassione

La compassione si può definire come la capacità di riconoscere la sofferenza unita alla deliberata intenzione di alleviarla. In questo articolo mi voglio concentrare esclusivamente sull’autocompassione, vale a dire la capacità di rivolgere questo atteggiamento di gentile sollecitudine ed amorevolezza verso te stesso.

Quante volte ti sarà capitato di commettere degli errori, magari anche di ripetere i medesimi più e più volte, e trovarti con la testa fra le mani criticandoti duramente? O magari rivolgendoti parole offensive? A me è successo parecchie volte, perchè, naturalmente, concetti come questo dell’autocompassione (al contrario della compassione verso gli altri) non hanno fatto parte del mio background personale e della mia educazione fin dall’infanzia: sono cresciuta con una tendenza spiccata all’autocritica e all’autobiasimo, come moltissime persone del resto; tendenza che mi ha portata ad accumulare non poca frustrazione nei momenti di difficoltà.

I problemi della mancanza di autocompassione

Sì, il problema principale dell’eccedere nell’autocritica sta proprio qui: di fronte ad un problema, ad una situazione fonte di sofferenza, non sei capace di prenderti cura di te e di autosostenerti per giungere a delle conclusioni e a individuare possibili soluzioni. Quando manchi di autocompassione l’esito più comune sta nel rimanere incastrato in un loop negativo, un circolo vizioso in cui al problema segue la difficoltà o impossibilità a trovare una soluzione praticabile, da qui il forte rimuginio associato ad un dialogo interiore autocritico che può risultare particolarmente distruttivo quando ti “bombardi” letteralmente di insulti, parole che molto difficilmente rivolgeresti ad un’altra persona. Da questo circolo vizioso emerge uno stato d’animo caratterizzato da intense frustazione, impotenza, rabbia, persino colpa e vergogna per il ritrovarti a fare i medesimi errori o, in altri casi, per il non sentirti all’altezza della situazione attuale. A questo crogiolo di stati d’animo dolorosi, poi, associ spesso il confrontarti con quello che altri nella tua situazione avrebbero dimostrato di saper fare: il risultato è sentirti “inferiore, debole” rispetto agli altri; senza renderti conto che in questo confronto puoi essere non obiettivo e giudicarti da una lente ingiustamente negativa. In sintesi, i problemi derivanti dalla carenza (o dalla mancanza) di autocompassione sono i seguenti: 

  1. Frustrazione e rabbia: ti vedi incapace di risolvere il problema attuale o di trovare escamotage per tirartene fuori;
  2. Senso di colpa e vergogna: ti senti inadeguato a causa dei tuoi errori, che concepisci come fallimenti totali e che senti come il “marchio” della tua inadeguatezza;
  3. Impotenza: ti senti senza speranza di poter risolvere i problemi futuri, come in trappola;
  4. Difficoltà a porti nuovi obiettivi: schiacciato dalla sofferenza, puoi persino evitare di porti nuove mete, nuovi obiettivi, con la previsione più o meno certa di non saperli portare avanti con successo.

Le componenti dell’autocompassione

Kristin Neff, eminente studiosa nel campo, definisce l’autocompassione sulla base di 3 componenti chiave: la gentilezza verso te stesso, il senso di comune umanità e la mindfulness. Di seguito te ne parlo in dettaglio:

  1. La gentilezza verso te stesso: rispetto all’autocritica e all’autobiasimo, che, come hai visto, possono risultare marcatamente distruttive poichè azzerano le tue risorse; la gentilezza verso te stesso ti aiuta ad essere gentile, premuroso e sollecito nei tuoi confronti. Non si tratta assolutamente di essere indulgente laddove serva un’autoanalisi realistica: essere gentile verso te stesso non ti porta a deresponsabilizzarti, tutt’altro, ti mette in uno stato d’animo favorevole a comprendere i tuoi errori e i tuoi limiti al fine di superarli;
  2. Il senso di comune umanità: a differenza dell’isolamento o, peggio, dell’alienazione, vale a dire stati in cui ti senti diverso in negativo rispetto agli altri, solo, incompreso e smarrito; il senso di comune umanità ti facilita nel pensarti come una persona appartenente al genere umano. Ti consente, quindi, di sentirti simile al tuo prossimo, più vicino agli altri (cosa non di poca importanza poichè ti legittima nel chiedere aiuto agli altri anzichè blindarti in uno stagnante isolamento). Sentendoti un umano circondato da altri umani, puoi sperimentare le tue difficoltà come ingredienti della naturale condizione umana anzichè come marchio della tua inadeguatezza di fondo (se conosci la sensazione di “sentirti sbagliato”, sai a che cosa mi riferisco).
  3. La mindfulness: a differenza dell’identificazione con i tuoi contenuti mentali, vale a dire pensieri, convinzioni, emozioni e impulsi, tendenza che ti conduce a fonderti completamente con essi e a perderti nei loro meandri; la mindfulness, quale facoltà che ti mette in grado di prestare attenzione in modo intenzionale e non giudicante all’esperienza presente, ti aiuta ad essere pienamente consapevole dei tuoi contenuti mentali, di quello che pensi, senti e provi, senza sentirti trascinato o restare invischiato in tutto questo.

I benefici dell’autocompassione

Numerosi studi hanno dimostrato che persone con punteggi elevati di autocompassione mostrano una minore vulnerabilità a disturbi d’ansia e dell’umore (stati depressivi), maggiori resilienza (ebbene sì, coltivare l’autocompassione ti rafforza e ti rende più equipaggiato a superare eventi difficili), ottimismo, livelli di soddisfazione generale nella vita, serenità e relazioni interpersonali, dall’altra parte, chi ha elevata autocompassione presenta minori probabilità di avere paura di sbagliare o di fallire, rimuginio e autopunitività (cioè la tendenza a biasimarti così duramente da punirti con insulti o comportamenti autolesivi). Sì, lo testimoniano gli studi scientifici come pure lo riportano i resoconti di persone che hanno avviato un percorso di psicoterapia (o altri percorsi volti alla crescita personale): chi coltiva l’autocompassione ha una migliore qualità di vita e, a differenza di quello che a prima occhiata potresti pensare, non manca di giudizio critico su di sè: semplicemente sa servirsene meglio, in modo funzionale, anzichè farsene sommergere e azzerare in questo modo le proprie risorse. Non ti sto dicendo che provare autocompassione sia semplice, talvolta puoi pensare di non meritarti questo “dono”, puoi sentirlo come non familiare, soprattutto se, durante la tua crescita, non hai vissuto frequentemente situazioni dove ti sei sentito accolto e apprezzato in quanto persona (a prescindere dalle tue capacità o dai tuoi talenti) dagli altri o hai sperimentato poco calore e comprensione nella tua famiglia. Tuttavia, come ogni facoltà mentale, anche l’autocompassione si può coltivare, si può allenare: se hai già familiarità con la mindfulness ti trovi avvantaggiato, essendo questa una delle 3 componenti chiavi dell’autocompassione. Se non la conosci e sei interessato, ti suggerisco di leggere i miei articoli a riguardo: https://federicapianapsicologa.it/la-meditazione-mindfulness/ https://federicapianapsicologa.it/i-falsi-miti-sulla-mindfulness/ https://federicapianapsicologa.it/resilienza-e-mindfulness/

Un esercizio di autocompassione

Voglio concludere questo articolo sull’autocompassione, concetto (anzi, direi un’esperienza) a me molto caro e che ha cambiato molto in positivo la mia vita e quella dei miei pazienti, proponendoti un piccolo esercizio per aiutarti ad entrare in contatto con questa dimensione, potenzialmente già presente dentro di te ma che può essere ulteriormente potenziata. Di seguito trovi descritto questo esercizio, che si basa sul dialogo interiore. Spero che ti sia utile e che ti introduca a fare un’esperienza di te stesso nuova, fortificante e rasserenante allo stesso tempo.

  • Individua una situazione per te difficile, in cui stai lottando o soffrendo;
  • Da seduto, assumi una posizione che trasmetta dignità e rispetto per te stesso: con la schiena eretta ma non rigida, i piedi paralleli e ben poggiati sul pavimento, la testa allineata con la colonna. Poni una mano sull’addome e l’altra sul cuore: porta l’attenzione al tuo respiro che entra ed esce dal naso e dalla bocca, e che si fa sempre più calmo e regolare;
  • Prova a dire a te stesso: “Questo è un momento difficile per me. Comprendo che il mio dolore fa parte della vita, e che anche altre persone potrebbero sperimentarlo nella mia situazione. Per quanto sia tentato di giudicarmi aspramente, di arrabbiarmi con me stesso o di punirmi, scelgo di essere gentile con me stesso, in questo momento. Scelgo di concedermi la cura e la comprensione di cui ho bisogno”;
  • Accogli il tuo sentire mentre ti rivolgi queste parole. Mantieni il contatto con questa esperienza, anche se può all’inizio sembrarti “strana” o difficile. Non distrarti, non fuggire: se ti accorgi di vagare con la mente o di rimuginare sull’esercizio, riconnettiti al tuo respiro, calmo e regolare;
  • Ripeti questo esercizio ogni volta in cui sei portato ad affossarti mentre fai i conti con una situazione difficile. Lascia che queste parole si depositino sempre più profondamente dentro di te. Impara ad essere il primo alleato di te stesso!

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Guarisci le tue ferite affettive

Affrontare un argomento complesso come quello delle ferite affettive non è mai semplice: occorre accostarcisi con delicatezza. Ci tengo a dire che tu non sei le tue ferite, tu sei un essere ferito, colpito dagli eventi della vita che hanno prodotto abbandono, rifiuto, colpa, umiliazione, dominio, tradimento e giudizio. Ma, guardando più in profondità, le tue ferite rappresentano delle strade da seguire per entrare in contatto con le parti nascoste e, magari, migliori di te stesso. Con parti resilienti come l’acqua: fluida e mobile, che si adatta a tutto e che per tale ragione vince su tutto. Questo significa che non sei una vittima delle circostanze e delle persone che ti hanno fatto soffrire, piuttosto sei pienamente responsabile della tua condizione e in grado di imparare da ogni avversità, riguadagnando libertà.

Nella mia pratica clinica quotidiana accompagno le persone a riconoscere e a guarire le loro ferite, confesso che è sempre un processo meraviglioso, per quanto tortuoso e talvolta lungo: non ci sono rettilinei, nè ascensori che rapidamente portano al benessere, piuttosto, la strada verso la guarigione è costellata di tornanti, crinali, pendii scoscesi. E’ necessario armarsi di pazienza, darsi il tempo ed essere consapevoli che ogni passo, pur piccolo, pur goffo, ci porta un po’ più in là, verso la meta, verso uno stato interiore di serenità persino maggiore rispetto a prima. Le ferite affettive sono il prodotto di eventi macroscopici singoli o della sommatoria di eventi più piccoli ma ripetuti nel tempo che lasciano segni profondi nella tua psiche, segni che, anche a distanza di molti anni, possono ancora influenzare il tuo modo di pensare e di vivere te stesso, le tue relazioni e il mondo in generale. Le ferite affettive, diversamente dagli eventi spiacevoli, superano la tua soglia soggettiva di tolleranza al dolore e producono conseguenze visibili: in molti casi puoi continuare la tua vita, funzionare abbastanza bene, ma ciò non toglie che dentro di te ci sono solchi profondi, che, se lasciati incustoditi, non possono essere risanati dal tempo. Il tempo da solo non è sufficiente a guarire le tue ferite: magari ne lenisce l’intensità, le rende un po’ più sfocate, ma non può essere del tutto risolutivo. Occorre che tu prenda la decisione di fare un percorso, autonomo o, ancora meglio, insieme ad un professionista, che segua tappe precise e ti aiuti al contempo ad attingere e a potenziare le tue risorse mentre intervieni sulle tue ferite e passi attraverso ad emozioni molto forti.

In questo articolo cercherò di condensare in 8 step un percorso di guarigione dalle ferite del cuore, per darti una panoramica del mio metodo per affrontare e risolvere queste situazioni. Ti suggerisco inoltre, di scaricare il mio e-book gratuito “Le 5 ferite emotive primarie: ritrova il tuo benessere imparando a capirle e a guarirle”, dove puoi trovare spiegati nel dettaglio le origini delle varie tipologie di ferite e molti suggerimenti pratici per iniziare a prendertene cura e a recuperare la tua serenità.

  1. Inizia col fare una descrizione dell’evento traumatico: includi le persone coinvolte, i gesti, le azioni che ti hanno ferito, le tue reazioni e gli stati emotivi che ancora oggi sperimenti rispetto a quell’evento;
  2. Lo stato in cui ti trovavi quando si è verificato il trauma era uno stato di sopravvivenza psichica, nel senso che il dolore provato è stato così intenso da sopraffarti. Non sei stato perciò in grado di affrontarlo efficacemente. Tra le reazioni che puoi aver messo in atto ci sono: l’autocritica e il senso di colpa, l’accusa verso chi ti ha ferito, il desiderio di vendicarti, augurarle di patire lo stesso dolore o accusare il destino avverso o Dio per l’accaduto. E’ importante che tu sia onesto nel riconoscere questi meccanismi di difesa e li accetti serenamente;
  3. Diventa consapevole del ruolo di vittima: in questa fase occorre che riconosci il tuo ruolo di vittima, è normale esserlo in qualche momento della vita. Perciò non mentire a te stesso e accogli questa parte con gentilezza, dopo potrai rimboccarti le maniche e prenderti la responsabilità di uscire da tale ruolo. Quando entri nel ruolo della vittima ti autocommiseri, ti lamenti, esprimi forti giudizi, cerchi alleanze contro chi ti ha ferito, manchi di fiducia ed autostima, non sai essere assertivo, nè sai riconoscere i comportamenti disfunzionali che metti in atto, hai la pretesa di essere aiutato e difeso, o, in ultimo, assumi il comportamento opposto a quello della vittima, diventi cioè tu l’aggressore;
  4. Prendi le distanze da chi ti fa soffrire: non si tratta di metterti in fuga dalla sofferenza (questo è il caso dei meccanismi di difesa, che lavorano in modo inconscio per evitare le emozioni spiacevoli e creano una distorsione del mondo esterno e interno), quanto di allontanarti da quelle persone e situazioni che possono alimentare la tua ferita (è questo il caso dei meccanismi di protezione, in cui in modo consapevole scegli di salvaguardarti e agisci nel rispetto di te stesso);
  5. Accetta profondamente: per procedere realmente nel tuo cammino di guarigione, occorre che tu accetti, anzichè resistere o rassegnarti. Quando resisti ti opponi allo stato delle cose, rifiuti il dolore o dichiari guerra a te stesso e agli altri, cerchi di tenere tutto sotto controllo o di acquisire potere sugli altri: in altri termini vai in ipercompensazione, cerchi cioè di sentirti all’opposto di come ti senti davvero quando prendi contatto con la tua ferita. Quando, invece, ti rassegni rinunci ad agire, entri nel senso di sconfitta, serbi rancore, ti fai sottomettere, rinforzi il ruolo di vittima del passato e degli altri: in altri termini vai nella resa, per cui ti fondi completamente con la tua ferita, non capendo che non siete una cosa sola e che tu puoi prendertene cura e guarirla. Quando accetti accogli le cose per come sono senza approvarle, abbracci la situazione, sospendi i giudizi e le “guerre” contro di te e gli altri, ti servi dell’energia intrappolata nella sofferenza per creare una nuova forza interiore e ti lasci andare nella direzione di questa forza;
  6. Torna su di te: da ora in poi inizia il momento di prenderti la responsabilità di guarire la tua ferita. Hai posto le basi per tornare ad occuparti di te stesso, per cui inizia a dedicare tempo ed attenzioni al tuo corpo, ricorda che la guarigione avviene quando metti in gioco tutto te stesso, non solo la mente e le emozioni, ma anche il corpo. Nutri i 5 sensi, ascoltando buona musica, assaporando buoni cibi, scegliendo profumi gradevoli, praticando il contatto fisico e ricercando il bello nella natura e nell’arte. Inizia a praticare attività fisica, meglio se intensa, compatibilmente con il tuo stato di salute: se metti costanza ti ringrazierai! Inizia a tenere un diario dove dialoghi con la tua ferita e con l’emozione principale correlata oltre che con la persona che ti ha ferito, fai domande e prova a scrivere delle risposte, esprimi dubbi e paure fino a quando non senti sollievo. Considera di parlare dell’evento e di quello che stai facendo per guarire la tua ferita con una persona fidata;
  7. Prenditi le tue responsabilità: questa è una tappa fondamentale. E’ necessario che tu capisca che, per quanto altri possano essere stati coinvolti nell’evento che ha prodotto la tua ferita, tu e solo tu hai il potere di guarirla. E’ necessario che tu vada avanti su questo percorso se non vuoi essere destinato a ripetere all’infinito, nelle relazioni a venire, il ruolo della vittima o quello del carnefice. Sentiti responsabile al 100% della tua ferita: prendi per mano te stesso e assumi comportamenti diversi e più funzionali per riguadagnare un reale benessere, sappi che continuando ad attuare gli stessi comportamenti (come quelli che ti ho descritto nelle fasi 2 e 3) otterrai purtroppo i medesimi risultati. Pertanto liberati di ogni aspettativa dalla persona che ti ha fatto soffrire, non giudicarla nè aspettati scuse, ma concentrati totalmente su di te;
  8. Scopri e coltiva le tue risorse interiori: per portare a termine il tuo percorso di guarigione, concentrati sulle risorse che già hai, anzichè su quelle che ancora non hai e utilizzale per tornare a stare bene. Individua i tuoi bisogni, sia quelli fisici, mentali ed affettivi, sia quelli transpersonali, che afferiscono cioè al tuo essere più profondo, alla tua parte spirituale. Tra i bisogni fisici c’è il riposo, l’esercizio fisico, il valorizzare la tua bellezza, un buon sonno e una buona alimentazione; tra quelli mentali imparare nuove cose, pianificare e organizzare, darti delle priorità; tra quelli affettivi essere accettato, riconosciuto, compreso ed amato. Tra quelli transpersonali il lasciare andare, amare incondizionatamente, coltivare la gratitudine, dare e donare agli altri, contemplare la bellezza e il creato, vivere il momento presente ed altri. Individua poi azioni concrete volte a soddisfare questi bisogni, poco alla volta, nonostante le inevitabili paure che ti si presentano. Considera di riconciliarti con la persona che ti ha fatto soffrire, non sempre è possibile nè necessario, se lo vuoi realmente, ti suggerisco di prenderti tutto il tempo che ti serve senza bruciare le tappe e senza costringerti in nessun modo. Impara, infine, ad agire quotidianamente nel rispetto e nell’amore di te stesso, noterai come emergerà un nuovo senso di integrità, pace e serenità senza eguali.

Spero di averti fornito una panoramica, di certo non esaustiva, del metodo che seguo per accompagnare i miei pazienti nel cammino verso la guarigione dalle ferite affettive. Spero che questa mini guida ti sia utile per prendere consapevolezza ed iniziare a prenderti cura delle tue ferite. Ricorda che è probabile che tu non riesca a percorrere tutto le tappe da solo: è un processo delicato e non sempre lineare, in tal caso puoi contattarmi per iniziare un percorso insieme.

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Gli opposti si attraggono? Vediamolo insieme

In questo articolo non parlerò degli opposti dentro alle relazioni interpersonali, piuttosto, di quanto è essenziale che gli opposti dentro di te, cioè quelle caratteristiche in conflitto, riescano a conciliarsi e a comporsi in un tutto armonico. Solo così può avvenire un “matrimonio” interiore tra caratteristiche anche molto diverse apparentemente, ma che condividono un nucleo di base. Perciò in questo articolo ti parlo del lavoro che faccio quotidianamente rispetto alla conciliazione degli opposti quando incontro i miei pazienti in studio: si tratta del lavoro di integrazione tra le polarità.

Posso dire senza esitazione che la vita psichica si concretizza in un processo di integrazione continuo e mai definitivamente compiuto di forze in conflitto. Diverse correnti di pensiero psicologico si sono occupate di questo concetto, in particolare la psicologia analitica junghiana e la psicologia della Gestalt. Quando faccio psicoterapia con i miei pazienti spendo buona parte del lavoro nel facilitare questo processo, che deve tendere a far assimilare alla persona contenuti psichici e comportamenti di cui spesso non è consapevole. Ti dico, infatti, che in ogni persona, in me come in te, ogni tratto personale consapevole è accompagnato dall’inconsapevolezza del tratto opposto.

Il grande maestro Jung diceva che “ogni estremo psicologico contiene celato in sè il suo opposto o sta in qualche modo in rapporto intimo ed essenziale con questo” (1976). Quando sei in uno stato di nevrosi, cioè di difficoltà psicologica o blocco, tendi a negare le tue polarità negative, cioè quelle caratteristiche socialmente inaccettabili o considerate tabù dal tuo ambiente familiare: ciò porta come conseguenza al non volerle esplorare e a respingerle, allontanarle da sè, proiettandole sugli altri.

Quando, grazie alla tua crescita personale o ad un buon percorso di psicoterapia, raggiungi uno stato di maggiore salute psicologica, divieni consapevole delle tue polarità, sei disposto a conoscerle, ad esplorarle, e le integri bene nella tua immagine di te stesso, accettandoti globalmente. 

Perchè è così importante integrare i tuoi opposti, le tue forze interne in conflitto? Perchè solo riappropriandoti delle parti nascoste, “oscure”, tra l’altro Jung le denominava parti dell’Ombra, puoi evitare che tali parti nascoste alla consapevolezza saltino fuori, magari improvvisamente, in determinate situazioni creando uno squilibrio in te stesso o, più di frequente, nelle tue relazioni interpersonali, minacciandole.

Diventa così indispensabile realizzare questa integrazione tra gli opposti: d’altronde, non puoi pensare di vivere in modo sano e genuino un determinato tratto della tua personalità, se non conosci e non sei consapevole del suo opposto.

Provo a farti alcuni esempi così da chiarirti meglio ciò di cui ti parlo: non puoi comportarti in modo davvero buono e generoso se non sei consapevole e non sai agire in modo adeguato la tua rabbia e il tuo egoismo, nè puoi essere sempre accomodante e passivo nella comunicazione senza conoscere il tuo lato assertivo, oppure, non puoi essere introverso e silenzioso senza essere consapevole ed agire il tuo lato estroverso e socievole.

Comportarti sempre e in ogni circostanza secondo un certo criterio può essere segno di una polarizzazione: cioè della tua tendenza a sbilanciarti sempre da una parte, che risulta ridondante, mentre l’altra polarità resta misconosciuta e relegata in un angolo, bloccata. Per queste ragioni ti dico che l’integrazione tra le polarità ti conduce a vivere una vita più piena ed appagante, poichè non ci sono scissioni dentro di te. In questo senso diventi abile a differenziare le tue polarità dando loro vita, per poterle mettere in contatto a livello del dialogo consapevole e, step fondamentale, del comportamento. 

Se ti stai chiedendo come sia possibile completare questo lavoro di integrazione tra le polarità, bene, è arrivato il momento di illustrarti come lo porto avanti io nella stanza di psicoterapia. Il principio essenziale che seguo in questo tipo di lavoro è questo: una volta individuato il conflitto tra gli opposti nel paziente, lo invito ad agire l’opposto per lui/lei non preferito, quello che tende a negare, a distorcere, a proiettare sugli altri, o a non saper esprimere adeguatamente, date le scarse consapevolezza e familiarità con questo aspetto della sua personalità.

Spesso trovare l’opposto su cui c’è bisogno di lavorare non è difficile, già il paziente ne parla spontaneamente come di una sua difficoltà, o riporta esperienze da cui emerge chiaramente tale difficoltà o blocco, oppure, ancora, se mostra fastidio e insofferenza per una caratteristica di una persona, caratteristica che ritiene estranea a sè, deduco che è molto probabile che la riguardi. Da questi spunti e dalla mia osservazione clinica attraverso il colloquio capisco che occorre orientare il lavoro sull’integrazione tra le polarità individuate. 

Procedo molto spesso con una tecnica esperienziale, lo psicodramma, molto utilizzata nella psicoterapia della Gestalt di Frederick Perls. Questa tecnica consiste nel chiedere al paziente di agire proprio quell’opposto per lui/lei molto fastidioso e di farlo mettendolo in atto attraverso il movimento corporeo, la voce, la postura. E’ proprio il movimento a dare concretezza e potenza alla tecnica, perchè facilita il passaggio dal piano simbolico-verbale, il parlare, a quello dell’esperienza vissuta, reale e incarnata. Impiego questa tecnica psicodrammatica anche chiedendo al paziente di transitare da un ruolo all’altro, da un opposto all’altro, sedendosi prima su una sedia e poi su di un’altra, così da facilitare il dialogo e l’integrazione tra gli opposti.

Può trattarsi di aspetti della personalità, sentimenti, concetti o comportamenti opposti. Il paziente fa come la “spola” da una sedia all’altra, entrando in pieno contatto con questi opposti e facendone esperienza reale: apprende così a diventare pienamente consapevole di tutto il suo essere, ad esprimersi e ad esserne responsabile. Durante questo processo, a cui io partecipo attivamente aiutando il paziente a calarsi dentro alle sensazioni corporee, a non bloccare il respiro e a entrare dentro al movimento, si libera quell’energia rimasta intrappolata nel conflitto e legata al passato, a relazioni con figure importanti interiorizzate.

La liberazione di questa energia la rende di nuovo disponibile per il presente e il futuro del paziente, che acquista salute, padronanza, sicurezza e torna ad essere il protagonista della propria vita.

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Autosabotaggio: quando diventi il tuo peggior nemico

L’autosabotaggio è un meccanismo che si verifica quando, pur desiderando molto qualcosa, entrano in gioco dinamiche che ti impediscono di ottenerlo. In pratica diventi il peggior nemico di te stesso: ti incastri in circoli viziosi per cui, spesso inconsapevolmente, finisci in dinamiche dannose per il tuo pieno benessere e non raggiungi i tuoi obiettivi.

Oggi ti illustro le 4 principali cause dell’autosabotaggio.

Spesso questo accade perchè possiedi aspettative irrealistiche. Miri al perfezionismo: cioè credi che, non essendo un esperto in un campo, tu non possa produrre buoni risultati in quel campo. In questo caso non agisci perchè credi di non essere abbastanza capace, di essere da meno.

Oppure l’autosabotaggio si verifica quando pensi di non meritarti il successo: in questo secondo caso metti in atto comportamenti che rendono molto più probabile il fallimento del successo, un esempio ne è l’eccedere col bere prima di un esame importante. In tal caso non immagini te stesso all’altezza di raggiungere considerevoli traguardi perchè magari non hai ricevuto messaggi di fiducia e di incoraggiamento fin da piccolo.

Talvolta puoi essere mosso da una motivazione estrinseca, cioè sei spinto a raggiungere un determinato traguardo per soddisfare aspettative altrui: l’autosabotaggio in questo caso ti informa che sei sulla strada sbagliata e che occorre reimpostarla sulla base di obiettivi soltanto tuoi, così da riallinearti con quello che vuoi veramente.

In altri casi ancora puoi temere le conseguenze del successo: dentro di te hai troppa paura di non saper sostenere gli effetti collaterali del tuo successo, come cambiamenti nel tuo ambiente e nelle relazioni con gli altri.

Il punto è che questo subdolo meccanismo avviene sulla base di alcuni modi distorti di pensare e di immaginare il tuo futuro e il cambiamento: ti prefiguri scenari disastrosi fatti di conseguenze terribili, quali l’essere abbandonato o rifiutato, criticato, deriso o diventare oggetto di invidia da parte di altre persone.

L’autosabotaggio in questo senso ti protegge dall’andare incontro a queste conseguenze, ti tiene al riparo da situazioni da te percepite come non sostenibili, purtroppo, al contempo ti fa temere molto l’incertezza, facendoti affezionare sempre di più a ciò che è prevedibile e sotto il tuo controllo. Ferma la tua crescita.

Le ragioni principali dell’autosabotaggio risiedono proprio in determinati modi di pensare a te stesso, cioè in delle credenze su te stesso piuttosto radicate e spesso risalenti all’infanzia e a periodi della vita in cui hai avuto esperienze molto impattanti.

Queste credenze si sono sviluppate in conseguenza di tali esperienze e continuano ad esercitare un effetto su di te, effetto particolarmente visibile nel momento in cui provi a cambiare la tua situazione in qualche ambito della tua vita (amicizie, famiglia, lavoro o coppia) e ti imbatti in ripetute difficoltà. Le conseguenze di questi ripetuti insuccessi sono una grande frustrazione, il dubitare costantemente di te e delle tue capacità, fino all’impotenza e al blocco nell’azione.

Ti voglio dare alcuni spunti per aiutarti a superare l’autosabotaggio.

  • Come prima cosa occorre entrare in una prospettiva in cui ti riprendi la responsabilità sulla tua vita: metti al centro te stesso, i tuoi valori e i tuoi reali bisogni e continui a perseguirli.
  • la seconda cosa è diventare consapevole delle credenze negative su di te che finora ti hanno impedito di raggiungerli.
  • la terza cosa è lavorare su tali credenze per individuarle quando entrano in gioco e ribaltarle con credenze più funzionali, imparando a dare valore a te stesso, a riconoscere che sei importante e che meriti di stare bene e di crescere.

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