Che cos’è il perfezionismo?

Sul perfezionismo si è scritto molto in passato e si continua a scrivere tuttora, poichè è un tema di vasto interesse che tocca un po’ la vita di tutti e si presenta come un elemento trasversale a diversi quadri psicopatologici. Il perfezionismo si presenta in una varietà di forme e declinazioni, secondo alcuni autori esisterebbero una forma di perfezionismo adattivo o “normale” ed un’altra detta nevrotica, cioè problematica e caratterizzata da standard inflessibili. In ogni caso si parla di perfezionismo quando la persona fa dipendere in misura eccessiva la valutazione di se stessa dal raggiungimento di specifici standard autoimposti, nonostante le ripercussioni negative tale attitudine le procuri.

Le prospettive sul perfezionismo

Tra i molti autori che hanno affrontato questo tema, il primo è stato Alfred Adler, il quale considerava l’aspirazione alla superiorità un’istanza connaturata all’essere umano, quindi di per sè positiva e funzionale; ma in alcune persone questa tendenza verrebbe spinta all’eccesso tramutandosi in un’attitudine esasperata a fare confronti continui tra se stesse ed un ideale irraggiungibile di perfezione, atteggiamento che andrebbe ad alimentare il senso di inferiorità che sta alla base. Un’altra lettura, sempre di matrice psicoanalitica, è stata offerta da Karen Horney, la quale ipotizzava che il perfezionismo derivasse da conflitti interni alla persona, conflitti prodotti dal trovarsi esposta a contraddizioni, ad esempio quella tra il bisogno di raggiungere il successo mediante la competizione e il bisogno di essere accettata ed amata semplicemente per com’è. Secondo l’autrice esisterebbero fondamentalmente due vie per gestire tali contraddizioni: una possibilità consiste nel reprimerle “censurandole”, dunque escludendole dalla consapevolezza, mentre l’altra sta nel forgiare un’immagine di sè idealizzata e perfetta. Devi sapere, però, che i contributi scientifici di maggior spessore sul perfezionismo sono arrivati intorno agli anni ’90. Il lavoro probabilmente più noto è quello di Frost e colleghi del 1990, nel loro approccio il perfezionismo viene descritto secondo 6 dimensioni:

  1. Le preoccupazioni riguardo agli errori: cioè un’eccessiva ansia sulla probabilità di commettere errori, per cui ogni minima imperfezione viene considerata un vero e proprio fallimento;
  2. I dubbi sulle azioni: una sproporzionata preoccupazione sulla qualità del proprio lavoro, che aumenta il rischio di cadere nella procrastinazione e nell’immobilità;
  3. Alti standard personali: la tendenza ad autoimporsi standard irrealisticamente elevati per le proprie performance;
  4. Le aspettative dei genitori: dunque la convinzione che i propri genitori abbiano aspettative elevate e che si attendano solo risultati straordinari dai loro figli;
  5. Il criticismo dei genitori: percepire i propri genitori estremamente critici e giudicanti qualora le loro aspettative di perfezione sui figli vengano disattese;
  6. L’organizzazione: la tendenza ad enfatizzare eccessivamente l’ordine, la simmetria, la precisione e la metodicità.

Secondo autori più recenti (Hewitt, Flett & Mikail, 2017) il concetto di perfezionismo si può dividere in 3 principali categorie: le componenti di tratto, le componenti interpersonali e quelle intrapersonali. Nei tratti questi autori individuano un perfezionismo “diretto verso di sè”, in cui la persona pretende da se stessa la perfezione, imponendosi alti standard e dandosi autovalutazioni assai severe; un perfezionismo “diretto verso gli altri”, caratterizzato dal pretendere la perfezione dagli altri, che vengono valutati in modo ipercritico e dai quali la persona si aspetta un comportamento identico al proprio, cioè in linea con i propri standard; infine, una forma di perfezionismo “socialmente prescritto” dove la persona crede che gli altri in generale (familiari, colleghi, amici e gli estranei) si aspettino da lei niente di meno della perfezione. La persona con perfezionismo patologico tende a promuovere la propria perfezione presentandosi agli altri con un’immagine di sè ineccepibile, unica, straordinaria; a questo aggiunge la tendenza a nascondere i propri difetti o limiti, presunti o reali, fisici o psicologici, ricorrendo a svariate forme di evitamento e di compiacenza passiva; sulla base della convinzione di non potersi mostrare agli altri (e quindi al loro giudizio) se non a patto di risultare perfetta. La persona perfezionista patologica presenta, inoltre, un occultamento di ogni aspetto di se stessa e della propria vita che possa essere soggetto alla disapprovazione degli altri, credendo in fondo che svelare un difetto equivalga a un vero e proprio fallimento, e porti vergogna e umiliazione. Il suo dialogo interno si compone di continue preoccupazioni relative al bisogno di essere impeccabile, perfetta appunto, cosa che si manifesta con una concatenazione di pensieri automatici denigratori, rimuginii, autorecriminazioni e autocensure.

Le conseguenze patologiche

E’ stato dimostrato che il perfezionismo patologico può creare ripercussioni altamente dannose nella vita della persona. Anzi, crea le premesse per una vita infelice, aggiungerei. Depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo sono le conseguenze patologiche più diffuse, insieme a un pervasivo senso di fallimento. Chi soffre di perfezionismo patologico procrastina per la paura (o, meglio, la convinzione) di non essere all’altezza delle prove e delle prestazioni o di non saperle eseguire in modo perfetto; tende a sviluppare “manie di controllo” sia a casa, nella coppia, con gli amici e sul lavoro; pretende standard elevati di successo da parte degli altri, che “tormenta” con continue critiche. Data l’ossessione per l’ordine e la precisione, la persona può diventare compulsiva nel darsi regole, nel compilare liste di cose da fare, stakanovista a lavoro o, al contrario, del tutto disinteressata o apatica, segno dell’assenza di un equilibrio tra i due estremi del continuum ordine-caos. Il perfezionista patologico considera il risultato finale del proprio lavoro più importante del processo di apprendimento e si focalizza in modo ipercritico su dettagli del proprio lavoro.

Le aree più colpite dal perfezionismo patologico

  • Attività fisica: lo sport in generale enfatizza la prestazione, insistendo sul risultato finale piuttosto che sul gesto atletico in sè;
  • Scuola e lavoro: il perfezionista patologico tendenzialmente impiega più tempo a svolgere i propri compiti o evita del tutto di iniziare per la paura di commettere errori e non raggiungere la perfezione;
  • Corpo ed estetica: sicuramente questo è l’ambito più colpito dal perfezionismo patologico. La persona si autoesamina spesso di fronte allo specchio e da diverse angolature alla ricerca del difetto (che puntualmente trova data questa premessa distorta), presta troppa attenzione al peso, ai volumi e alle forme del proprio corpo, ma si dedica anche meticolosamente all’abbigliamento, al makeup e all’acconciatura per camuffare presunti o reali difetti fisici. Questo getta le basi per un disturbo alimentare, il disturbo da dismorfismo corporeo e l’esercizio fisico compulsivo.
  • Relazioni interpersonali: la persona fa pressioni sui propri cari, colleghi, amici e familiari affinchè si conformino ai propri standard perfezionistici, causando incomprensioni e stress;
  • Ambiente: la persona si dedica a pulire, sistemare e tenere in ordine la propria casa, ufficio, automobile per renderli impeccabili;
  • Igiene personale e salute: la persona si cimenta in pratiche salutistiche esasperate che possono provocare problemi di salute, come seguire in modo acritico una certa alimentazione (ortoressia), o altri comportamenti compulsivi volti a preservare la propria salute.

Le cure

Nella mia formazione mi sono concentrata maggiormente sul modello di Hewitt, Mikail e Flett che ti ho citato prima, secondo cui il perfezionismo patologico trae origine dalle relazioni di attaccamento con le figure primarie dell’infanzia, fase in cui si formano le rappresentazioni di sè, dell’altro e della relazione con l’altro. Ne ho parlato approfonditamente in un articolo dedicato agli stili di attaccamento, lo puoi leggere qua: https://federicapianapsicologa.it/gli-stili-di-attaccamento-le-basi-delle-relazioni-in-eta-adulta/. Nella loro prospettiva la persona affetta da perfezionismo patologico manifesta una sproporzionata sensibilità interpersonale e persino ostilità, aspetto che la porta a sperimentare a livello sociale uno stato di esclusione, non accettazione e non appartenenza (definita “disconnessione sociale”), con la conseguenza di sentirsi sempre più infelice, a rischio di alienazione, e incapace di comprendere gli altri. Da quello che ti ho detto, puoi evincere che il perfezionista patologico valuta se stesso sulla base di un parametro unico e inflessibile: il raggiungere o meno gli standard autoimposti. Per quanto ingaggiarsi in strenui sforzi conduca la persona a molteplici conseguenze dannose, il problema si autoalimenta a causa di alcuni meccanismi di mantenimento tra cui, ad esempio, i bias cognitivi, l‘autocritica spietata e l’evitamento. Venendo adesso alle cure, mi preme dirti che, come ogni altra situazione, prenderne onesta e chiara consapevolezza è il primo e fondamentale passo per iniziare a stare meglio, responsabilizzandoti sul problema e muovendoti in prima persona. Un primo suggerimento che posso darti è iniziare sostituendo pensieri automatici ipercritici con altri pensieri meno severi e più rispondenti alla realtà, dunque più salutari. Un secondo passo consiste nel modificare la prospettiva dalla quale guardi a te stesso, imparando a decentrarti, vale a dire ad osservarti da un’angolatura diversa, ad esempio adottando due punti di vista: quello di una persona cara, che ti conosce e ti vuole bene, e quello di un estraneo. Un terzo suggerimento che mi sento di darti è di ridurre la concentrazione massiccia sui dettagli, sui micro-aspetti delle cose, delle situazioni e delle prestazioni, in virtù di uno sguardo panoramico, che ti aiuta a vederle nell’insieme anzichè utilizzare sempre una implacabile lente di ingrandimento.

I suggerimenti sopracitati sono un buon inizio nel prenderti cura di te ma, per affrontare in modo esauriente e superare davvero un problema di rilevanza clinica come il perfezionismo patologico la via maestra è una buona psicoterapia, un percorso psicologico-clinico ritagliato sul tuo caso specifico che puoi intraprendere insieme ad uno psicologo-psicoterapeuta come me, che si occupa quotidianamente di questi e altri temi. In conclusione, si è visto, grazie agli studi più recenti, che una psicoterapia efficace per il perfezionismo patologico include pratiche di mindfulness, di accettazione e auto-compassione, ottimali per lavorare su quegli elementi più resistenti quali l’auto-critica, la vergogna, fino al disgusto/disprezzo verso di sè che tanto affliggono chi soffre di questo problema.

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Che cos’è un blocco emotivo.

Questo è un articolo a cui ho pensato a lungo, poichè il tema è caldo ed importante, è forse il tema su cui lavoro più spesso con i miei pazienti ogni giorno. Voglio perciò parlarti oggi dei blocchi emotivi: ti sarà capitato di sentir parlare qualcuno, un amico, un familiare o il tuo partner, di una situazione in cui si sente bloccato e non riesce più ad andare avanti? Oppure di aver fatto tu in prima persona questa spiacevole esperienza di sentirti incastrato? Volendo dare una definizione sintetica, il blocco emotivo è una barriera che si crea nella tua mente e che ti impedisce di utilizzare al meglio le tue risorse personali, motivo per cui non riesci a ragionare, decidere e a sentire in modo pieno, ne risulta un impedimento a progredire attraverso le varie fasi di vita. Ti porto alcuni esempi. Incappi in un blocco emotivo quando, in seguito ad un’esperienza dolorosa come l’aver commesso un errore, o aver vissuto una delusione, un senso di abbandono da parte di altri, non riesci a vivere a pieno l’entità del dolore e delle altre emozioni spiacevoli relative a tale esperienza, come il rimorso, o il rimpianto, i sensi di colpa o la vergogna o la rabbia, pertanto rimani fermo, congelato nell’esperienza che resta “muta”, irrisolta. Da questo origina uno scenario per cui puoi vivere il tuo quotidiano “normalmente” ma, ad un certo punto, senti che qualcosa non va come desideri, che manca un tassello, inizi quindi a provare un disagio, un senso di malessere magari circoscritto ad un’area specifica della tua vita. Tale disagio è il campanello d’allarme che ti segnala che si è creato un blocco emotivo.

Purtroppo nella nostra cultura contemporanea occidentale non viene ancora dato uno spazio sufficiente all’educazione emotiva ed affettiva, da ciò derivano inevitabilmente trascurare il nostro mondo interiore e una maggiore probabilità di sviluppare blocchi emotivi. In particolare voglio sottolineare che elaborare le tue esperienze spiacevoli non solo è qualcosa di utile, ma è necessario per poter realizzare il tuo potenziale umano e concretizzare una vita appagante secondo i tuoi desideri. Le emozioni sono infatti parte della dotazione naturale consegnataci da migliaia di anni di evoluzione, non sono qualcosa di “carino” (nel caso delle emozioni di piacere, gioia, serenità e stupore), di “disturbante” (nel caso delle emozioni spiacevoli come il dolore, la vergogna, il senso di colpa, la rabbia) o di superfluo. Il vero cardine del benessere, della salute e della guarigione risiedono infatti nell’elaborazione delle esperienze, soprattutto quelle spiacevoli, stressanti e traumatiche, poichè da questo passaggio si liberano le risorse già presenti nella persona e se ne sviluppano altre nuove e più idonee alle sfide della vita, tali risorse si traducono poi in energia, in “carburante” psicofisico utile ad ogni tuo progetto personale. In presenza di un blocco emotivo questo passaggio non è percorribile, e tu rimani fermo, intrappolato senza poter progredire.

Le cause e i sintomi

Un blocco emotivo è un meccanismo di difesa pensato e creato dalla tua mente ed è facilmente riscontrabile non solo nel nostro quotidiano, ma anche come determinante di svariati quadri psicopatologici, dai disturbi d’ansia e dell’umore a quelli correlati ad eventi stressanti, ai disturbi dell’alimentazione, della personalità e quant’altro. Alla genesi del blocco emotivo, come ti ho spiegato, si collocano esperienze dolorose o traumatiche non elaborate e pertanto rimaste congelate, “indigerite” nel tuo sistema nervoso. Ma vi sono pure altre cause, dagli studi sono emersi condizionamenti socio-culturali come la scarsa educazione all’affettività, clichè che scoraggiano il contatto con se stessi, la consapevolezza e il lavoro di crescita personale, come pure condizionamenti familiari. Sto parlando ad esempio dell’essere cresciuto in un contesto familiare dove vigeva un’educazione rigida e repressiva, fatta di dogmi (regole senza possibilità di essere riviste e ridiscusse apertamente), o l’aver sviluppato nella tua personalità un tratto di forte inibizione emotiva, cioè di svalutazione e controllo della tua sfera emotiva. Ti voglio elencare ora i sintomi più diffusi di espressione di un blocco emotivo: 

  1. Difficoltà di attenzione e concentrazione, confusione mentale;
  2. Sensazione di vuoto, scarsa autodirezionalità (vale a dire la difficoltà a porsi e a seguire direzioni/obiettivi);
  3. Evitamento di diverse situazioni sulla base della paura (di sbagliare, di essere giudicato, rifiutato, abbandonato);
  4. Sintomi psicosomatici aspecifici come dolori, nervosismo e tensione muscolare;
  5. Astenia, cioè stanchezza/facile faticabilità sia fisica che mentale.

Suggerimenti pratici

Veniamo adesso ai suggerimenti pratici che voglio fornirti per iniziare a familiarizzarti con i tuoi blocchi emotivi, affrontarli in modo sano e, infine, superarli. L’elemento di base e imprescindibile è allenarti alla presenza mentale: devi cioè tornare (o apprendere per la prima volta) ad essere presente a te stesso, ascoltandoti in modo aperto e libero da giudizi ed aspettative, con la genuina intenzione di prenderti cura di te. Se svilupperai e affinerai questa dimensione della presenza mentale riscontrerai già dei benefici, poichè andrai nella direzione contraria a quella suggerita dal blocco: se assecondare il blocco equivale infatti ad evitare, a distaccarti da te stesso e da questo materiale irrisolto, allenarti ad essere presente ti rende vigile, attento e lucido a ciò che questo materiale rappresenta, da dove viene, in cosa consiste ecc ecc. Nota poi quando oltrepassi la soglia della tua zona di comfort, quando cioè senti chiaramente di stare facendo dei passi un poco oltre “l’habitat personale” in cui sei solito muoverti. Inizia a prendere contatto con il tuo blocco: sosta in compagnia del tuo blocco, soffermatici, presta attenzione a come si manifesta sia nella tua mente che nel tuo corpo. Osserva e prendi nota di questi aspetti: Quali sono i pensieri che scorrono nella tua mente? E le immagini? Tipicamente puoi rintracciare pensieri assai negativi e autosvalutanti, autodenigratori che iniziano con il “non” (“Non ce la faccio”, “Non ne sono capace”, “Il mondo non è un posto sicuro”, “Non sarò mai amato” ecc ecc), hanno un linguaggio assoluto e negativo. A questi pensieri seguono emozioni altrettanto forti, come una forte paura, rabbia, senso di colpa o vergogna. Presta attenzione e senti queste emozioni dentro di te: Come le percepisci nel tuo corpo? A quali sensazioni fisiche corrispondono e dove sono localizzate? Rispondere a queste domande ti aiuta a crearti una sorta di mappa del tuo blocco emotivo, così da imparare a leggerlo attraverso il suo linguaggio, fatto di pensieri, immagini, emozioni e sensazioni corporee, cerca di disporti con animo, come ti dicevo poc’anzi, aperto, curioso e volto all’esplorazione coraggiosa, non all’etichettamento con i giudizi. Un altro passo importante è modificare il modo in cui parli delle tue emozioni bloccate: inizia a familiarizzarti con un linguaggio diverso, più flessibile, articolato ed equilibrato. Non dire più “Sono arrabbiato”, “Sono in preda al panico” o “E’ tutta colpa mia”, ma pronuncia frasi del tipo “Provo rabbia, senso di colpa, dolore o paura”. Cambiando in questo modo il linguaggio inizi a disidentificarti, cioè ti poni ad una giusta distanza dalla tua esperienza interna emotivamente turbolenta, smetti di essere completamente fuso con essa, piuttosto cominci a maneggiarla con gli strumenti dell’osservazione non giudicante e della consapevolezza.

La parte cruciale, la più lunga e intensa, viene adesso: consiste nell’attraversare fino in fondo l’esperienza originariamente associata al blocco emotivo che stai contattando. Per poter fare ciò rievoca l’esperienza correlata al blocco, nella maggior parte dei casi è semplice perchè ti ricordi bene, hai viva la connessione tra l’evento originario e l’insorgenza del blocco emotivo. Nel ritornare sull’esperienza hai bisogno di darti il permesso di prendere un contatto profondo e integrale, di riattraversarla interamente. Puoi visualizzare i momenti più salienti in immaginazione oppure puoi disegnarli o scriverli in un racconto, l’opzione migliore è a mano anzichè su una tastiera. Il disegno e la scrittura sono ottimi strumenti, poichè ti consentono di dare vita ad una rappresentazione della tua esperienza dolorosa e creare una distanza dalle emozioni forti imbrigliate nel blocco. Respira dentro alle emozioni che stai provando e immagina di attribuire un significato nuovo e differente, più funzionale e adattivo, all’esperienza dolorosa prima indigerita. Nel dare questo nuovo significato è essenziale che tu non ti senta più una vittima impotente di questa esperienza, non sia più schiacciato sotto emozioni soverchianti e incomprensibili, ma, anche se provato, rimani integro, rimani te stesso. Sei salvo, presente, vivo, e riesci non solo ad andare avanti nella tua vita, ma anche ad andare oltre questa esperienza dolorosa, a progredire, a riorganizzare la tua vita dandoti nuovo slancio e perseguendo obiettivi in linea con i tuoi valori. Quando avrai riattraversato l’esperienza spiacevole e il blocco si sarà sciolto tu avrai una percezione diversa di te stesso, degli altri, del mondo: ti sentirai molto più padrone di te stesso, poichè adesso c’è una distanza corretta tra te e questa esperienza che ha generato il blocco, questa esperienza è davvero adesso un ricordo, e sta esattamente dove deve stare, nel passato, mentre tu sei vivo, qui e ora, e hai tante possibilità di andare avanti e ingaggiarti in nuove sfide e nuovi obiettivi. Ora sei libero dal fardello del vecchio blocco che ti manteneva sì “al sicuro” nella tua zona di comfort, ma soffocava le tue risorse e la tua vitalità imprigionandoti: hai liberato te stesso, sei il miglior alleato di te stesso, e puoi continuare come più desideri il tuo cammino. 

Conclusioni

Questo processo è in sintesi il processo necessario all’elaborazione delle esperienze dolorose generatrici del blocco, spesso è necessario fare un lavoro anche su quelle convinzioni rigide e limitanti originatesi dai condizionamenti socio-culturali e familiari nonchè sui tratti di personalità come l’inibizione emotiva e l’ipercontrollo, come pure talvolta si può associare il protocollo EMDR se ci sono dei veri e propri traumi. Non è detto che tu riesca a svolgere l’intero processo in modo autonomo, puoi imbatterti in difficoltà o stalli: se preferisci essere seguito in modo professionale e personalizzato puoi rivolgerti a me, contattandomi per capire come possiamo lavorare insieme per risolvere i tuoi blocchi emotivi e ridare slancio e grinta alla tua vita. 

Leggi questi articoli dove parlo del protocollo EMDR e della guarigione dalle ferite affettive: https://federicapianapsicologa.it/fuori-dal-tunnel-supera-il-dolore-e-i-traumi-con-lapproccio-emdr/;  https://federicapianapsicologa.it/guarisci-le-tue-ferite-affettive-un-percorso-in-8-step/. Nella ricca sezione del blog trovi numerosi articoli relativi al mondo delle emozioni e dell’affettività, dacci un’occhiata!

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Che cos’è la filofobia?

Nell’articolo di oggi voglio parlarti di un fenomeno che oggi si sta diffondendo sempre più, la cosiddetta “filofobia“, vale a dire la paura di innamorarsi veramente e di amare. Anche se non hai mai sentito questo termine specialistico, è assai probabile che tu comprenda ciò di cui parlo: conosci persone nelle tue cerchie che presentano questa difficoltà, o ne sei affetto tu in prima persona. Si tratta dell’unione di due termini provenienti dal greco, “philos” e “phobia”, rispettivamente “amore” e “paura”: la persona filofobica teme moltissimo l’innamoramento e l’amore, quindi di coinvolgersi in senso affettivo profondo e duraturo, creando un legame stabile sul lungo periodo. Devi sapere che puoi avere paura e attrazione praticamente per qualunque cosa, è una facoltà incredibile della mente umana: avversione (quindi fuga, evitamento, negazione o blocco) e attaccamento (quindi desiderio e ricerca, fino all’ossessione). Di solito fa paura qualcosa che non conosci, che per te è ignoto, e che dunque rappresenta una minaccia: tuttavia, nella filofobia, a farti paura sono il profondo sentimento dell’amore e la dimensione affettiva intera della coppia. Anche se sei solito pensare all’innamoramento e all’amore come a qualcosa di molto desiderabile, persino nobile e sublime, nella filofobia puoi essere spaventato, o addirittura terrorizzato, alla sola idea di avvicinarti e instaurare una relazione seria con un’altra persona. Senza capirne le ragioni, anzi, più spesso giudicandoti sciocco o “anomalo” per questa tua difficoltà. Per quanto tu possa in molti casi desiderare l’affetto sincero e profondo, ti senti costantemente diviso, scisso, tra una metà che cerca il contatto e il coinvolgimento e l’altra che lo rifugge in preda al panico. Di solito prende il sopravvento la seconda metà: in qualche caso, se la paura raggiunge livelli assai elevati, puoi sperimentare dei veri e propri attacchi di panico.

Identikit della persona filofobica

Se soffri di filofobia, molto probabilmente presenti alcuni o tutti questi sintomi:

  1. Ansia: cioè segni di attivazione neurovegetativa all’idea o nei primi passi di una relazione (tachicardia, respiro affannoso, sudorazione, agitazione, nervosismo),
  2. Stress,
  3. Evitamento più o meno totale delle relazioni affettive,
  4. Coinvolgimento superficiale nelle relazioni con partner disponibili,
  5. Coinvolgimento nelle relazioni “impossibili”, già sfavorevoli in partenza (a distanza o con partner non disponibili),
  6. Esasperazione dei comportamenti di autonomia,
  7. Negazione o svalutazione dei bisogni affettivi di coinvolgimento, supporto, amore e progettualità.

Con tali livelli di paura, vivi nell’angoscia e nell’insoddisfazione perenne, hai una bassissima autostima, e pensi di essere destinato alla solitudine, o al “vagabondare” tra una frequentazione fallimentare e l’altra, somministrandoti “briciole d’attenzione” e credendo di diventare una persona sola, alienata, incompresa, affranta dalla depressione.

Le cause della paura di amare

Sono davvero molteplici le sfaccettature di questa complessa fobia. Da una parte può esserci sicuramente la forte tendenza al controllo, se sei una persona razionale soprattutto, o se hai sperimentato delusioni d’amore cocenti che ancora senti dentro di te. Ti trovi in uno stato di costante allerta perchè temi di diventare dipendente dall’altro: pertanto, se frequenti una persona e intuisci che la cosa inizia a diventare un po’ più seria, questo ti procura i sintomi sopra descritti. Non accetti che sentirti un po’ in balia del sentimento che sta nascendo sia una condizione necessaria ad addentrarti nel rapporto, senti destabilizzante e minacciosa questa perdita di controllo potenziale e perciò vai in allarme, chiudendoti in modo repentino, agendo comportamenti contrastanti o allontanandoti in modo deciso dall’altro. Ti chiudi e ti allontani laddove dovresti avvicinarti, affidarti, appoggiarti all’altro e lasciarti andare a questo sentimento genuino e intenso che sta nascendo. Se sei abituato a controllare tutto, perchè è un tratto del tuo carattere o perchè l’hai imparato come autodifesa da delusioni precedenti ancora irrisolte, non ti concederai di abbassare questa difesa, pena un senso di soffocamento e di perdita della tua libertà e autonomia. Consideri l’amore una dimensione pericolosa, una debolezza fatale, da cui rifuggire. Accade esattamente l’opposto di quello che accade in una relazione affettiva solida e reciproca: ti senti fragile e in pericolo accanto al partner (o alla persona che hai iniziato a frequentare). Tutte queste sono sfaccettature variegate di precedenti esperienze relazionali negative che hai vissuto probabilmente già fin dalla tenera età. E’ noto in letteratura che le relazioni con le figure primarie di attaccamento, vale a dire i genitori, fratelli, nonni e altre persone della tua infanzia e adolescenza, rappresentano l’impronta di base per le relazioni future della tua vita adulta. Se hai sperimentato delle relazioni in cui c’era insufficiente sintonizzazione con gli adulti di riferimento, per cui i tuoi bisogni affettivi (ascolto, supporto, presenza, condivisione, gioco, scoperta e quant’altro) non trovavano adeguate risposte, questo ha creato un substrato fertile per un gran numero di difficoltà nelle relazioni che instauri fuori dall’ambiente extrafamiliare, con gli altri adulti e i coetanei. Tra queste difficoltà chiaramente c’è anche la filofobia, l’intensa paura dell’innamoramento e dell’amore. Queste sono le ragioni per cui, nonostante le buone intenzioni degli adulti che si sono presi cura di te, sei cresciuto con bassa autostima, senso di disvalore, inadeguatezza, difficoltà consistente a prendere decisioni, difficoltà a regolare in autonomia le tue emozioni e a costruire e mantenere solide e reciproche relazioni, soprattutto affettivo-sentimentali. Diventando un candidato alla filofobia. Se in passato per te vivere l’amore è stato fonte di sofferenza, oggi, da adulto, tendi a rifuggire i legami veri e propri, quelli in cui è appropriato bilanciare i bisogni di autonomia con quelli di dipendenza, attanagliato dalla paura di tornare a sperimentare l’abbandono, il rifiuto, l’inganno, il rifiuto, la svalutazione e l’umiliazione.

Gli effetti della filofobia sul partner e sulla coppia

Com’è prevedibile, coltivi l’illusione che stando alla larga dalle relazioni intime sarai immune alle pene d’amore, e questo ti renderà in qualche modo invulnerabile. Non è così che va purtroppo: sottrarti ai rischi di una relazione seria ti porterà solo inaridimento, isolamento, sfiducia in te, negli altri e nella vita, spegnimento della tua energia vitale. Vedendo il legame come un vincolo (o un cappio), per te stare dentro alla relazione significa soffocare la tua creatività, la tua libertà, sottometterti al volere dell’altro: la relazione diventa una costrizione insopportabile, anzichè un arricchimento, una possibilità di sostenersi nelle numerose sfide della vita, una crescita reciproca. Se riesci a rimanere dentro la relazione, combattuto come sei tra le spinte opposte di avversione e attaccamento, alterni momenti in cui ti avvicini con premura e interesse ad altri in cui ti allontani e ti trinceri nel tuo mondo interiore: questo “giocare sempre in difesa” può portarti difficoltà sessuali di vario tipo, dal desiderio all’orgasmo, poichè la sessualità richiede abbandono alle sensazioni del corpo e alla passione. Tipicamente, puoi avere estrema attenzione ai segnali di intensificazione del rapporto provenienti dal partner: questi possono far innalzare vertiginosamente i tuoi già alti livelli di ansia e indurti a fuggire; oppure, a diventare costantemente incomprensibile, inaccessibile emotivamente, a investire sempre meno nella relazione o a sminuire e ferire il tuo partner, così da rendere più probabile il ritrarsi del partner per sana auto-protezione.

La sindrome di Peter Pan e quella della Crocerossina

Avrai di sicuro sentito nominare queste due sindromi, si tratta di due dimensioni che, quando s’incontrano, possono produrre un cocktail relazionale micidiale: ovvero una relazione complementare disfunzionale. Da una parte c’è (spesso ma non sempre) un uomo ancora semi-adolescente, il Peter Pan appunto, che rifiuta d’impegnarsi seriamente nella relazione e presenta una sorta di fobia dell’impegno (“commitment phobia”), mentre dall’altra c’è (spesso ma non sempre) una donna iper-disponibile, iper-premurosa, sempre attenta alle esigenze del partner, pronta al sacrificio: lunghe attese sulla base di vaghe promesse, che mette la gran parte dell’impegno quotidiano nel costruire e mantenere il rapporto, che pazienta, accudisce, educa e perdona. Tra le altre caratteristiche tipiche della persona con la sindrome di Peter Pan ci sono: egocentrismo, umore volubile, fuga dalle responsabilità della vita adulta in generale, scarsa autocritica, scarsa regolazione delle proprie emozioni; tutti elementi che ostacolano lo sviluppo della personalità adulta e matura. Tra le altre caratteristiche presenti nella persona con la sindrome della Crocerossina rientra l’illusione del “Io ti salverò”, caratterizzata dalla marcata propensione a gettarsi a capofitto nella relazione con l’altro, premendo per l’intensificazione della stessa, lanciandosi in sogni ad occhi aperti e in improbabili progetti di lungo termine, in assenza di basi concrete. Entrambe queste persone possono presentare qualche ingrediente della filofobia: il Peter Pan, com’è chiaro, perchè ne rappresenta l’emblema, la Crocerossina, anche se può sembrare paradossale, perchè si ostina a puntare su un partner con il quale fin da subito non si evidenziano segnali incoraggianti per una relazione stabile e duratura.

Come superare la paura di amare

Vivere una relazione di coppia armonica richiede un gioco di equilibrismo, tra gli spazi di autonomia dell’individuo e gli spazi di condivisione e intimità di coppia. Tuttavia, stare insieme ad un’altra persona è e dev’essere una scelta, non un obbligo o un clichè socio-culturale. Se soffri di filofobia, o le tue relazioni affettive non sono soddisfacenti, è molto probabile che tra le ragioni vi siano anche delle errate aspettative da parte tua: magari credi che l’altro, il tuo partner, debba renderti felice, dandoti tutto l’amore, le certezze e tutto quello che non hai ricevuto quando eri bambino. Ebbene, se pensi questo sei dentro ad una bolla illusoria: assecondando tale visione puoi attenderti di ricevere, di essere “risarcito” dal partner per tutto quello che di negativo hai vissuto, senza contraccambiare. Ricevere senza donare. Cosa che ti porterà a pretendere dall’altro, per poi rimanere deluso poichè l’altro non riesce a soddisfare ogni tuo bisogno. E ritirarti dal contatto affettivo profondo, inaridendoti. Ricorda: quanto più ti crei l’illusione per qualcosa, tanto più andrai incontro alla delusione. Se vuoi affrontare la tua paura di amare, inizia con il farti alcune domande, prendi informazioni sul problema, come queste che hai trovato nel mio articolo, inizia a fare una piccola ma onesta auto-analisi del punto in cui ti trovi. La via maestra per affrontare e superare la filofobia rimane la psicoterapia, un contesto protetto dove, insieme a un professionista, prendi in esame la tua vita affettiva, svisceri le origini della tua difficoltà attuale e metti in campo strategie e strumenti per emanciparti dalla paura e realizzare la tua innata tendenza a costruire relazioni d’amore durature.

Ti suggerisco di leggere questo articolo, in cui parlo degli stili relazionali a partire dalle relazioni di attaccamento nell’infanzia: https://federicapianapsicologa.it/gli-stili-di-attaccamento-le-basi-delle-relazioni-in-eta-adulta/

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Che cos’è l’alessitimia?

Il termine alessitimia è stato coniato negli anni settanta da John Nemiah e Peter Sifneos, per definire un tratto di personalità, cioè una caratteristica tendenzialmente stabile, presente nei pazienti con disturbi psicosomatici (quali ulcera gastroduodenale, asma, eczema ecc ecc). Il termine alessitimia deriva dal greco alexis thymos e tradotto in senso letterale significa “assenza di parole per le emozioni. Nello specifico, il termine alessitimia rappresenta un disturbo delle capacità affettive e simboliche che rende grigio e sterile lo stile comunicativo delle persone con questo tratto marcato.

L’alessitimia comporta una serie di difficoltà rispetto a:

  • Decifrare, comunicare e interpretare i propri e gli altrui sentimenti;
  • Distinguere le emozioni dalle percezioni fisiologiche;
  • Capire i fattori che causano le proprie risposte emotive;
  • Utilizzare il linguaggio verbale come strumento per esprimere le emozioni, con conseguente tendenza a sostituire la parola con l’azione fisica.

Taylor, Bagby e Parker (2000) a tal proposito, hanno considerato l’alessitimia un disturbo dell’elaborazione degli affetti che interferisce con i processi di auto-regolazione emotiva. Questo deficit può essere una causa alla base della tendenza della persona alessitimica ad attuare alcuni comportamenti compulsivi quali: gettarsi nel cibo, abusare di sostanze o di internet e social media, quali mezzi grossolani per scaricare la tensione generata da un’attivazione emotiva non intercettata, capita né elaborata.

Una persona alessitimica presenta un comportamento apparentemente normale, non suscita particolare attenzione, ma può avere posture rigide, non è tipicamente espressivo e comunicativo, può avere esplosioni di rabbia o scoppi di pianto inconsolabile di cui non riesce a comprendere le cause. Ha un’immaginazione impoverita, e scarsa attività onirica, cioè dei sogni. Pur avendo una attivazione fisiologica congrua in presenza di emozioni, non ha sufficiente capacità di riorganizzare gli elementi della propria esperienza corporea e affettiva in una rappresentazione mentale chiara, in un modello mentale definito.

L’alessitimia è un fenomeno molto variegato, risultato di fattori genetici, neurofisiologici , intrapsichici, oltre che di modelli di comunicazione  familiare e fattori socioculturali.

L’alessitimia rappresenta un fattore di rischio per disturbi sia organici sia psicologici: coronaropatie, ipertensione, disturbi gastrointestinali, disturbi alimentari, disturbi d’ansia e depressivi, disturbi correlati alle sostanze. Questo accade perchè vi è nella persona un’alta reattività del sistema nervoso autonomo (un ramo del sistema nervoso), fattore implicato nelle somatizzazioni. La persona tende a stabilire relazioni di forte dipendenza o, al contrario, a ritirarsi nell’isolamento, tende, inoltre, a concentrarsi sulle sensazioni fisiche correlate alle emozioni, delle quali ha una scarsa consapevolezza e comprensione, da ciò può derivare una distorta interpretazione di tali sensazioni, che porta a paure ipocondriache, cioè di stare per sviluppare o di avere di già una malattia corporea, anche severa.

Le basi neurofisiologiche

A livello neurofisiologico, essendo l’emisfero cerebrale sinistro coinvolto nel linguaggio, mentre il destro nell’elaborazione delle emozioni, è probabile che la scarsa comunicazione tra gli emisferi e il deficitario funzionamento dell’emisfero destro siano le cause dell’alessitimia. Esistono poi due tipi di alessitimia: quella di tipo 1, caratterizzata dall’assenza di attivazione emotiva, e quella di tipo 2, che comporta solo un deficit di decodifica cognitiva e di espressione delle emozioni. Tali problematiche sono da considerarsi come esiti di eventi traumatici che hanno spezzato abilità precedentemente acquisite o come esiti di uno sviluppo inadeguato delle facoltà di mentalizzazione, cioè di rappresentazione della mente propria ed altrui. Tali facoltà si sviluppano già dai primi anni di vita per mezzo di un ambiente favorevole dove il bambino viene aiutato ad ascoltare, conoscere e comunicare i propri vissuti interni con comportamenti funzionali e con un vocabolario via via più esteso e ricco. Questo tratto stabile di personalità è maggiormente presente negli uomini, dato il retaggio culturale che spinge nell’educazione dei bambini maschi a insegnare loro abilità pratiche anziché quelle affettive e relazionali.

La Psicoterapia

Da un punto di vista terapeutico, è fondamentale riabilitare la persona a prendere contatto con il proprio mondo interno, dal quale tende a fuggire e che gli appare del tutto misterioso, per costruire le competenze di base dell’intelligenza emotiva, vale a dire intercettare l’emozione differenziandola dalle sensazioni corporee, distinguerla e decifrarla correttamente, imparare ad incanalarla in un linguaggio espressivo e verbale congrui. Tutto questo processo, lungo ma soddisfacente, ridà alla persona le chiavi per accedere al suo mondo interiore e gli strumenti per interagire con gli altri costruendo relazioni amicali, familiari e di coppia articolate e reciproche. Per saperne di più sul mondo delle emozioni, nonchè approfondire la tua conoscenza sulle singole emozioni, le caratteristiche e i significati, ti invito a leggere tutti gli articoli dedicati su questo blog. Buona lettura! Se ti ritrovi nei comportamenti alessitimici che trovi descritti, se questo procura sofferenza a te e a chi ti sta intorno, valuta di richiedere un primo colloquio clinico, in cui possiamo inquadrare la tua situazione e ipotizzare un percorso idoneo per te.
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Le origini

Ti è capitato di osservare profonde differenze nelle modalità relazionali tra le persone? Avrai sicuramente notato che qualcuno sembra spaventato o disinteressato dalle relazioni, e le rifugge, o ne imposta di superficiali; mentre qualcuno sembra in preda ad una forte ansia per cui è sempre in cerca di conferme, si butta a capofitto nelle relazioni e tende a stare molto vicino, “appicciccato” al proprio partner, facendo “scenate” di gelosia ogni qual volta lo sente meno presente. C’è poi qualcuno che sembra preso in un conflitto irrisolvibile tra il bisogno letteralmente disperato di relazione e il terrore della stessa, che lo conduce in spirali distruttive con comportamenti caotici e incoerenti. Ebbene, tutto questo ha delle precise ragioni che rientrano negli stili di attaccamento: vale a dire le modalità di entrare e di mantenere una relazione affettivamente significativa che la persona ha stabilito con le figure di riferimento primarie dell’infanzia, di solito i genitori, ma anche i fratelli, nonni ed altre figure familiari e non solo. Tali stili tendono a mantenersi stabili nell’arco di vita, poichè la persona li interiorizza come MOI, i cosiddetti Modelli Operativi Interni, vale a dire che diventano rappresentazioni mentali di queste modalità relazionali risalenti all’infanzia: questo non significa che non siano soggetti al cambiamento, tutt’altro, entro una nuova relazione affettiva e intima possono mutare. E’ il motivo per cui, se hai uno stile di attaccamento insicuro, di cui tra poco ti parlo, hai la possibilità di farlo evolvere verso uno stile più sicuro se ti ingaggi in una relazione affettivamente significativa, con un caro amico, un partner o lavorandoci in un percorso con uno psicologo/psicoterapeuta.

Dagli studi sul tema è emerso che il bambino ha un’innata predisposizione a cercare la prossimità sia fisica che emotiva con una figura adulta di riferimento, ogni qual volta sperimenta disagio, paura, o è in difficoltà: questo comportamento di ricerca è reso possibile dal cosiddetto sistema di attaccamento, un sistema motivazionale di matrice biologica, che trova il suo complemento naturale nel sistema di accudimento, preposto all’emissione di comportamenti di attenzione e cura da parte dell’adulto verso il bambino. E’ stato dimostrato che nel bambino il sistema di attaccamento è assolutamente prioritario, il bambino è, infatti, una creatura completamente indifesa: questo rende ragione dell’importanza della relazione che va a co-costruire con la propria madre, fin dalla nascita. 

La relazione tra il caregiver e il bambino

Lo stile di attaccamento ha origine nelle relazioni con le figure significative dell’infanzia, come ti ho detto. Esistono 4 tipologie di stile di attaccamento, studiate a lungo e descritte grazie a una mole di ricerca iniziata dagli anni ’60 del secolo scorso ad opera di autori quali John Bowlby, Mary Ainsworth, Mary Main e altri. Voglio menzionare al riguardo una procedura sperimentale denominata The Strange Situation, dove è stato osservato il comportamento di un bambino di un anno in vari momenti con la madre, sia di unione sia di allontanamento, e nell’interazione con un estraneo, ricavandone dati che hanno permesso di concettualizzare queste 4 tipologie di attaccamento. Sono state classificate sulla base di due dimensioni: l’ansia e l’evitamento. Nello stile sicuro risultano bassi i punteggi a entrambe, negli stili insicuri i punteggi sono diversificati: nello stile insicuro – evitante c’è alto evitamento e bassa ansia, in quello insicuro – ambivalente c’è basso evitamento ed alta ansia.

Le 4 tipologie in breve:

  1. Lo stile di attaccamento sicuro: questa è la tipologia riscontrata più di frequente, in poco più di metà dei bambini, caratterizzata dalla capacità del bambino di interagire serenamente con la madre, protestare con il pianto al suo allontanamento, e ricongiungersi a lei con gioia lasciandosi calmare e confortare. E’ un bambino che ha piacere anche a vivere momenti di gioco solitario;
  2. Lo stile di attaccamento insicuro – evitante: questa tipologia è riscontrabile in circa 1/4 dei bambini, è caratterizzata dalla scarsità o, più spesso, assenza di interazioni piacevoli e/o giocose tra il bambino e la madre, dall’assenza di sconforto/smarrimento del bambino all’allontanamento della madre e dalla prevalenza di momenti in cui il bambino è assorbito in qualche attività solitaria, distaccato e disinteressato verso la madre;
  3. Lo stile di attaccamento insicuro – ambivalente: anche questa tipologia è riscontrabile in circa 1/4 dei bambini, è connotata dalla presenza di una forte emotività nel bambino, il quale, in presenza della madre, tralascia i propri giochi e interagisce attivamente con lei, mentre al suo allontanamento e al suo ritorno manifesta dapprima turbamento con ansia e agitazione, poi protesta rabbiosa e pianto inconsolabile. Il bambino, per quanto sconvolto, non riesce a calmarsi e a confortarsi una volta ricongiunto alla madre;
  4. Lo stile di attaccamento disorganizzato: questa tipologia è di più raro riscontro, in una percentuale ristretta di casi, ed è connotata dall’assenza di un comportamento coerente e strutturato nel bambino, il quale, invece, manifesta un’angoscia tale per cui mette in atto comportamenti, per l’appunto, disorganizzati, cioè caotici, incoerenti, come il muoversi in modo stereotipato (dondolii ecc ecc), andare incontro alla madre al suo ritorno ma fermandosi bruscamente o evitando il contatto oculare o fisico affettuoso, coprendosi gli occhi o rimanendo immobile come paralizzato. 

Tali stili di attaccamento discendono da altrettante tipologie di comportamento adottate dalla madre o dal principale caregiver. Di seguito te le sintetizzo:

  1. Lo stile materno sicuro: si parla di una madre “risolta” rispetto alle modalità relazionali antiche con i propri genitori, che sa sintonizzarsi emotivamente sulle necessità del figlio, rispettando gli spazi di autonomia del bambino (ad esempio nel gioco), incoraggiandolo all’esplorazione e alla socializzazione, ma anche accorrendo quando il bambino è in difficoltà o ha paura. Sa ascoltarlo, decifrarne i vissuti, contenerne le ansie, e giocare con lui. E’ una base sicura per il figlio, che sviluppa la credenza che tutti i suoi bisogni possono essere compresi e soddisfatti (pur con qualche eccezione) dalla madre;
  2. Lo stile materno evitante: si parla di una madre non risolta, nel senso che tende ad essere molto assorbita da sè stessa e a trascurare il figlio. E’ costantemente disconnessa. Non sa sintonizzarsi con lui, può essere distaccata, assente o respingente. Può nutrire sentimenti spiacevoli, come rabbia o frustrazione, che non le consentono di avvicinarsi al bambino e di essere accogliente; motivo per cui il bambino disattiva stabilmente il suo sistema di attaccamento, sulla base della credenza che i suoi bisogni non possono essere mai soddisfatti;
  3. Lo stile materno ansioso: anche qua si parla di una madre non risolta, ma in un modo diverso dal caso precedente. E’ costantemente connessa con il figlio, non riuscendo però a sintonizzarsi in modo equilibrato: iperapprensiva, intrusiva, invade gli spazi di autonomia del figlio, può essere da una parte controllante e dall’altra respingente. Non fornisce una base sicura, un punto di riferimento: motivo per cui il bambino mantiene attivato troppo a lungo il suo sistema di attaccamento, al fine di richiamarne l’attenzione e assicurarsi la sua vicinanza. La madre, non accordandosi con il bambino, lo costringe a modellarsi sui propri umori: da qui le interazioni tra i due cariche di ansia e di fraintendimenti;
  4. Lo stile materno disorganizzato: si tratta di una madre ancora soverchiata da vissuti relativi a situazioni della propria infanzia o adolescenza, alle prese con difficoltà personali o familiari che non le consentono di sintonizzarsi in modo sensibile sulle esigenze del bambino, in un modo diverso dalle modalità sopra descritte. Può essere traumatizzata, alle prese con eventi fortemente stressanti, vittima di violenza, spaventata e quindi spaventante per il figlio, il quale convive con costanti vissuti di paura, sfiducia alternati al bisogno di affidarsi alla madre. In questi casi è frequente riscontrare una qualche psicopatologia nella madre, variabile importante per la probabilità dell’instaurararsi di qualche tipo di malessere anche nel bambino.

Lo stile di attaccamento in età adulta

Come ti ho detto, gli stili di attaccamento tendono ad auto-alimentarsi nell’arco di vita: è perciò assai probabile che il modo preferenziale con il quale ti ingaggi (o meno) nelle relazioni da adulto rispecchi lo stile di attaccamento da te instaurato nell’infanzia con i tuoi genitori. Di seguito ti riassumo le caratteristiche di ogni stile:

  1. Lo stile sicuro o libero: dai eguale valore sia ai tuoi bisogni di autonomia sia a quelli di relazione, per cui vivi in modo equilibrato sia la tua area individuale sia quella relazionale, entrando e costruendo relazioni affettivamente significative dove porti empatia, rispetto, vicinanza, gioco, piacere. Ti senti degno di amore e fiducia, e allo stesso modo percepisco gli altri. Hai tendenzialmente un’alta autostima;
  2. Lo stile evitante o distanziante: dai maggior valore ai tuoi bisogni di autonomia, svalutando quelli di relazione, che per te equivale a una dipendenza dall’altro. Nel senso che rifuggi dalle relazioni o ne costruisci di brevi, occasionali o superficiali, dove regna un’atmosfera da una parte leggera e giocosa, dall’altra di distacco emotivo. Nutri la convinzione di “non aver bisogno di nessuno” o che “le relazioni portano solo guai o sono inutili” o che “le persone sono egoiste e distaccate”. Queste si basano sulla credenza nucleare che i tuoi bisogni non possono essere accolti e compresi da nessuno e che a te tocca cavartela da solo, proprio come accadeva con i tuoi genitori da bambino;
  3. Lo stile ansioso o preoccupato: dai maggior valori ai tuoi bisogni di dipendenza, svalutando quelli di autonomia, che per te significa una svilente solitudine. Tendi a impegnarti molto in una relazione, fino al punto da esserne ipercoinvolto, senza riconoscere spazi di autonomia nè per te nè per il tuo partner, dal quale ti attendi, e talvolta pretendi, continue conferme, data la tua forte paura dell’abbandono. Nella tua relazione si crea spesso un’atmosfera carica di ansia e, quando non ti senti validato, scontro e ostilità; sulla base della credenza nucleare che l’altro è instabile e a te tocca sollecitarlo continuamente per soddisfare i tuoi (grandi) bisogni di relazione;
  4. Lo stile disorganizzato o irrisolto: in questo caso vivi in un perenne conflitto tra i tuoi bisogni di autonomia e quelli di relazione, nella difficoltà di adottare una strategia coerente per soddisfarne almeno un tipo, come accade nelle tipologie evitante e ansioso sopra descritte. Da una parte, senti un forte bisogno di relazione, dall’altra, ne sei molto spaventato, o addirittura terrorizzato: senti che questo vissuto di angoscia non è risolvibile nè con la modalità evitante (rinunciando alla relazione intima e stando prevalentemente da solo), nè con la modalità ansiosa (rinunciando all’autonomia in favore di una relazione intima). E’ probabile, perciò, che tu alterni fasi di solitudine ad altre di coinvolgimento, senza mai trovare un equilibrio, ma vivendo caos e instabilità (l’essenza della disorganizzazione).

Conclusioni

Come ti ho detto all’inizio dell’articolo, è possibile mutare il tuo stile di attaccamento se è fonte di sofferenza. Ricorda che ora sei un adulto, sei tu il responsabile della tua vita: puoi decidere in ogni momento di modificare quello che non ti piace, come i “copioni” disfunzionali ancora presenti nelle tue relazioni. Se senti di stare ripetendo vecchie modalità relazionali risalenti alla tua famiglia nell’infanzia, se non senti reciprocità, intimità, stabilità nelle tue attuali relazioni, se le rifuggi sistematicamente e se ti senti particolarmente insicuro, ti invito a valutare l’idea di richiedere un primo colloquio, in cui inquadrare e comprendere le tue difficoltà e darti gli strumenti per superarle. Leggi anche l’articolo in cui ti illustro le ferite affettive: https://federicapianapsicologa.it/guarisci-le-tue-ferite-affettive-un-percorso-in-8-step/

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Autosabotaggio: quando diventi il tuo peggior nemico

L’autosabotaggio è un meccanismo che si verifica quando, pur desiderando molto qualcosa, entrano in gioco dinamiche che ti impediscono di ottenerlo. In pratica diventi il peggior nemico di te stesso: ti incastri in circoli viziosi per cui, spesso inconsapevolmente, finisci in dinamiche dannose per il tuo pieno benessere e non raggiungi i tuoi obiettivi.

Oggi ti illustro le 4 principali cause dell’autosabotaggio.

Spesso questo accade perchè possiedi aspettative irrealistiche. Miri al perfezionismo: cioè credi che, non essendo un esperto in un campo, tu non possa produrre buoni risultati in quel campo. In questo caso non agisci perchè credi di non essere abbastanza capace, di essere da meno.

Oppure l’autosabotaggio si verifica quando pensi di non meritarti il successo: in questo secondo caso metti in atto comportamenti che rendono molto più probabile il fallimento del successo, un esempio ne è l’eccedere col bere prima di un esame importante. In tal caso non immagini te stesso all’altezza di raggiungere considerevoli traguardi perchè magari non hai ricevuto messaggi di fiducia e di incoraggiamento fin da piccolo.

Talvolta puoi essere mosso da una motivazione estrinseca, cioè sei spinto a raggiungere un determinato traguardo per soddisfare aspettative altrui: l’autosabotaggio in questo caso ti informa che sei sulla strada sbagliata e che occorre reimpostarla sulla base di obiettivi soltanto tuoi, così da riallinearti con quello che vuoi veramente.

In altri casi ancora puoi temere le conseguenze del successo: dentro di te hai troppa paura di non saper sostenere gli effetti collaterali del tuo successo, come cambiamenti nel tuo ambiente e nelle relazioni con gli altri.

Il punto è che questo subdolo meccanismo avviene sulla base di alcuni modi distorti di pensare e di immaginare il tuo futuro e il cambiamento: ti prefiguri scenari disastrosi fatti di conseguenze terribili, quali l’essere abbandonato o rifiutato, criticato, deriso o diventare oggetto di invidia da parte di altre persone.

L’autosabotaggio in questo senso ti protegge dall’andare incontro a queste conseguenze, ti tiene al riparo da situazioni da te percepite come non sostenibili, purtroppo, al contempo ti fa temere molto l’incertezza, facendoti affezionare sempre di più a ciò che è prevedibile e sotto il tuo controllo. Ferma la tua crescita.

Le ragioni principali dell’autosabotaggio risiedono proprio in determinati modi di pensare a te stesso, cioè in delle credenze su te stesso piuttosto radicate e spesso risalenti all’infanzia e a periodi della vita in cui hai avuto esperienze molto impattanti.

Queste credenze si sono sviluppate in conseguenza di tali esperienze e continuano ad esercitare un effetto su di te, effetto particolarmente visibile nel momento in cui provi a cambiare la tua situazione in qualche ambito della tua vita (amicizie, famiglia, lavoro o coppia) e ti imbatti in ripetute difficoltà. Le conseguenze di questi ripetuti insuccessi sono una grande frustrazione, il dubitare costantemente di te e delle tue capacità, fino all’impotenza e al blocco nell’azione.

Ti voglio dare alcuni spunti per aiutarti a superare l’autosabotaggio.

  • Come prima cosa occorre entrare in una prospettiva in cui ti riprendi la responsabilità sulla tua vita: metti al centro te stesso, i tuoi valori e i tuoi reali bisogni e continui a perseguirli.
  • la seconda cosa è diventare consapevole delle credenze negative su di te che finora ti hanno impedito di raggiungerli.
  • la terza cosa è lavorare su tali credenze per individuarle quando entrano in gioco e ribaltarle con credenze più funzionali, imparando a dare valore a te stesso, a riconoscere che sei importante e che meriti di stare bene e di crescere.

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Mi pensi? Ma quanto mi pensi ?

“Mi pensi? Ma quanto mi pensi? Davvero che ti manco? Ma quanto ti manco?”: ricordo ancora queste parole (o parole simili) pronunciate in una vecchissima pubblicità da una ragazza al telefono dentro a duna cabina telefonica, assorta a testare la qualità del coinvolgimento del fidanzato. Che cos’è la gelosia? E’ il segno inconfutabile della passione del tuo partner o del bisogno di controllarti?

Quali sono i meccanismi che la innescano e la mantengono? In questo articolo diviso in due parti voglio parlarti di questa emozione e di come può manifestarsi nella tua vita, quale il suo significato positivo e darti qualche strumento di auto-aiuto: non affronterò il tema della gelosia patologica, oggetto di un futuro approfondimento, che richiede una psicoterapia vera e propria data l’intensità e la problematicità che crea nella vita di chi ne soffre o la subisce.

Secondo il dizionario Garzanti la gelosia può essere definita come l’ansia tormentata di chi teme di perdere l’amore della persona amata, rivalità, invidia che nasce da vere o presunte preferenze. In italiano il termine gelosia indica in modo indifferenziato quella tra membri di una coppia così come tra fratelli o per i frutti del proprio lavoro o per le proprie cose. In termini generali la gelosia è definibile come la paura di perdere l’esclusività della tua posizione privilegiata in un ambito importante della tua vita. Nell’ambito della coppia, la gelosia si riferisce al timore (e talvolta alla certezza, e qui si entra nella gelosia patologica) dell’infedeltà del partner.

E’ un’emozione legata quindi alla perdita, all’abbandono, più che altro è legata all’ansia anticipatoria della perdita: “Temo che mio marito/moglie/partner possa preferire un’altra persona a me”, ansia su cui si innestano infiniti rimuginii. Talvolta non sei nemmeno troppo spaventato dalla perdita, poichè puoi essere geloso, paradossalmente, anche dopo mesi o anni che la tua relazione con un precedente partner è terminata, se lo scopri accompagnato con un’altra persona (che non sei tu).

Questo è il caso esemplare di gelosia che ha come ingrediente principale la perdita della tua autostima come persona. A livello corporeo, puoi osservare che, immaginando il tradimento del tuo partner, alcuni parametri cambiano, sia che tu immagini un tradimento sessuale sia più globale, emozionale. Puoi sudare freddo, avere tensioni muscolari, essere pallido in viso ma avere vampate di calore a tratti: è proprio l’assetto “da guerra” di chi si prepara ad un combattimento, anche solo nella propria mente con un potenziale rivale.

A livello dell’evoluzione, la gelosia è stata plasmata sul sano scopo di assicurarsi la paternità per il maschio e la vicinanza di un compagno stabile e la garanzia di un legame stabile per la femmina. Dinanzi alla paura (e al sospetto) di essere tradito e di non essere più certo di trasmettere i propri geni ai figli, un tuo antenato delle caverne aveva diverse chance: gettarsi ai piedi della sua amata implorando di non essere scartato per un altro cavernicolo, stimolando la vena materna/accudente in lei ma perdendo virilità; oppure agire aggressivamente facendo fuori sia l’amata che il rivale, ma distruggendo la possibilità di avere il legame tanto desiderato e la prole.

La terza via è rappresentata dalla gelosia: emozione in cui è presente un po’ di aggressività in grado di dimostrare all’amata e al rivale la sua forza e un po’ di paura di restare da solo che induceva il tuo antenato delle caverne a preservare il legame con l’amata e a tenerla accanto a sè. In questo senso il tuo antenato si assicurava la sua famiglia e la sua prole esercitando un controllo sull’amata: ritenendola infedele la obbligava a stare al suo posto, ad osservare i suoi doveri.

Oggi nella società contemporanea questa modalità risulta, per l’appunto, primitiva, dato che le tue relazioni possono essere governate o tutelate da consulenze legali e quant’altro, tuttavia i meccanismi evolutivi ed antichi della gelosia esistono ancora nel tuo assetto biologico e psicologico!

E’ probabile che ci sia qualche fattore biochimico predisponente alla gelosia: da diversi studi sono emersi dati a riguardo, come pure si è visto che un eccesso di gelosia può presentarsi in chi è affetto da patologie neurodegenerative, dopo ictus, traumi cranici e come ingrediente di svariati disturbi psicologici quali le psicosi, la paranoia soprattutto e il disturbo ossessivo-compulsivo. In questi casi è assolutamente necessario intraprendere una cura adeguata della malattia primaria, che porterà alla scomparsa anche della gelosia, detta sintomatica.

Se vuoi saperne di più su questo tema e scoprire come puoi prenderti cura di te vai alla seconda parte dell’articolo cliccando qua: http://federicapianapsicologa.it/mi-pensi-quanto-mi-pensi-anatomia-della-gelosia-capirla-per-gestirla-seconda-parte/

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Anatomia della gelosia

Nella seconda parte dell’articolo sul tema della gelosia ti parlo di quali sono i fattori scatenanti questa emozione, quali le origini della maggiore predisposizione alla gelosia nella tua storia di vita, quali sono i meccanismi disfunzionali da riconoscere e qualche strumento di auto-aiuto per prenderti cura di te e superarela tua gelosia.

Perchè tu possa ingelosirti è necessario che tu abbia il desiderio di una relazione affettiva e/o sessuale con qualcuno, il bisogno di mantenere esclusiva e privilegiata la tua relazione e il timore che altri possano interferire. Provi tanta più gelosia quanto più temi la perdita della relazione con la persona amata e quanto più ci investi a livello personale, quanto ci metti della tua autostima. L’intensità della tua gelosia, quindi, è proporzionale all’entità della doppia perdita: della persona amata e della tua autostima.

Siccome non è facile distinguere il peso relativo di questi due fattori, nella coppia si creano spesso dolorosi equivoci per cui puoi interpretare come dimostrazione dell’amore e dell’interesse del tuo partner verso di te quel che è, in sostanza, la sua forte paura di perdere la sua autostima, a causa del tradimento. Se lo scenario da te temuto si realizza, puoi soffrire moltissimo provando un mix di emozioni: rabbia per lo smacco subito, ansia per l’incertezza delle tue relazioni in futuro “Resterò da solo? Qualcun altro vorrà stare con me?”, e tristezza per la perdita della persona amata.

Se sei una donna e ti sei sposata in giovane età, puoi provare più gelosia poichè non hai forse sperimentato abbastanza la tua seduzione e la tua attrattiva verso gli uomini, se sei appena stato lasciato, sia che tu sia uomo o donna, la tua autostima è parecchio compromessa e, di conseguenza, i tuoi livelli di gelosia più alti: quando però un nuovo potenziale partner ti corteggia, riguadagni quel senso di sicurezza in te e scompare la gelosia verso l’ex.

Generalmente temi di perdere ciò che ritieni difficile da sostituire o riconquistare: da qui deriva la convinzione comune che la gelosia sia un segno positivo di interesse, apprezzamento e desiderio. In realtà, la tua paura nel sentire come insostituibile il tuo partner può derivare non solo dalle sue reali (e buonissime) qualità, quanto dalla tua convinzione di non trovarne un altro per riaccompagnarti felicemente: trovi un esempio di quel che ti sto dicendo nelle improvvise gelosie, dopo anni di distacco nella tua relazione, quando il tuo partner minaccia di lasciarti.

Se, invece, hai un’alta autostima relativa alle tue relazioni affettive sei quel tipo di persona che dice: “Chi non mi vuole non mi merita!”, sei quindi molto più immune alla gelosia, o per lo meno alla gelosia patologica.

Le osservazioni più interessanti risiedono nei legami principali che hai instaurato nell’infanzia dentro alla tua famiglia. Per un figlio maschio, ad esempio, assistere all’infedeltà della propria madre, la donna teoricamente più affidabile sulla faccia della terra, porta a crearsi la convinzione che tutte le donne siano inaffidabili: se ti ritrovi in questa situazione puoi pensare che l’attenzione della tua partner sia una cosa così fragile da doverla difendere ad ogni costo, per tenerla al riparo da tutte le distrazioni e le tentazioni di chi le sta intorno.

Anche se i suoi comportamenti sconfermano la tua paura, è molto probabile che tu vada in cerca di possibili appigli per convincerti che la tua idea, creatasi nella tua infanzia, è veritiera: per te è più “semplice” e “automatico” avere la conferma di una tua idea patogena e ansiogena, piuttosto che scartarla in favore di un’idea più benigna, poichè la tua mente è diventata prigioniera di tale idea patogena e si sente paradossalmente più “al sicuro” restando ancorata ad essa. Il costo chi paghi è altissimo: una sofferenza che può diventare anche patologica. E qui può esserti davvero utile rivolgerti ad uno psicologo che ti aiuti a superarla definitivamente.

Se sei una persona tendenzialmente sicura, con buona autostima e bassi livelli di ansia, di fronte alla paura o al sospetto del tradimento, tendi a intavolare un confronto costruttivo esprimendo la tua paura e la tua rabbia ma dando al tuo partner la possibilità di spiegarsi, sei obiettivo e in grado di calmarti: la tua relazione ne esce rafforzata.

Se sei una persona, invece, più insicura con una scarsa autostima due sono gli scenari possibili. Se hai alti livelli di ansia e uno stile “appiccicoso” (in gergo si dice ansioso-resistente) tendi a non manifestare la tua rabbia inizialmente, ma dentro ti sembra di esplodere, dopodichè è probabile che, durante un confronto con il tuo partner, dopo aver rimuginato a lungo sulla paura che possa averti tradito, gli riversi tutta la tua rabbia tempestandolo di accuse e inducendolo più probabilmente ad allontanarsi da te. Si tratta della “profezia che si autoavvera” di cui ti parlerò in futuri approfondimenti.

Se hai alti livelli di ansia e uno stile “distanziante” tendi a considerare per certa l’infedeltà del tuo partner e a mostrarti per nulla teso o impaurito: mantieni un atteggiamento distaccato, “non dai soddisfazione” al tuo partner piangendo o sbraitando. In entrambi i casi, dato che hai dentro di te un’insicurezza, dai per certo il tradimento del tuo partner: nel primo caso manifesti apertamente la tua gelosia, nel secondo caso fai finta che la cosa non ti tocchi, o sei un geloso o sei un tollerante.

Quali sono i meccanismi insani della gelosia cui fare attenzione? Se tendi a fare controlli di vario tipo, sul cellulare o sugli abiti o altri oggetti del tuo partner, lo segui e quant’altro, devi comprendere che limitare le possibilità che il tanto temuto tradimento si verifichi non può incidere sull’eventuale desiderio o motivazione del tuo partner a tradirti.

Se sei particolarmente geloso la tua preoccupazione è non avere più quella relazione privilegiata ed esclusiva con il tuo partner, il punto è che le manovre di controllo che attui possono al massimo confermare tale preoccupazione, mai smentirla, proprio perchè vai alla ricerca “del marcio, della magagna”, escludendo del tutto dalla tua “indagine” gli aspetti positivi e gratificanti della tua relazione. Il continuo andare a caccia di potenziali rivali non aiuta di certo la tua autostima, minacciata dalla tensione, dalla paura anticipatoria della perdita del legame: se ti ritieni unico ed ineguagliabile non hai motivo di temere così tanto i potenziali rivali!

Ogni volta che un rivale viene allontanato tu dimostri a te stesso che sei ancora nel posto privilegiato che desideri, accanto al tuo partner, ma alimenti sempre di più l’idea che la fedeltà del tuo partner dipendano dal tuo servizio di sicurezza e dai tuoi controlli anzichè dal suo amore ed interesse genuini nè, e questa è la cosa più importante, dal tuo essere una persona degna di essere amata e rispettata. Vivi a braccetto con “lo spettro del tradimento”: diventa un film mentale in cui ti proietti in ogni circostanza in grado di innescare la tua paura del tradimento.

Cosa puoi fare se sei particolarmente geloso? Nel caso in cui la tua gelosia non sia patologica, puoi prenderti cura di te seguendo questi step. Innanzitutto devi evidenziare i pensieri che sottostanno alla tua gelosia, vale a dire le convinzioni su quel che è giusto e sbagliato nelle relazioni affettive, su come percepisci i ruoli dei membri nella coppia, su quali sono, secondo te, le “regole” implicite delle relazioni e l’origine di tali convinzioni, più probabilmente nella tua infanzia e nelle dinamiche familiari.

In secondo luogo, devi rintracciare la percezione e la considerazione che hai di te stesso come persona e come membro di una coppia: a livello generale, quindi, e a livello della coppia. E’ probabile che tu ritrovi una considerazione negativa e svalutante di te stesso: può emergere una visione insicura, debole, “svantaggiata o inadeguata” rispetto agli altri.

Dopo queste fasi di consapevolezza è necessario che tu rimetta in discussione le idee che si sono rivelate patogene e i relativi meccanismi che hai adottato nella tua relazione per scongiurare l’attuarsi dello scenario temuto, cioè l’infedeltà del tuo partner e la perdita della tua posizione al suo fianco: rimettere in discussione l’idea distorta e svalutante di te stesso che ti ha portato ad agire controllando il tuo partner o fingendo un senso di sicurezza mostrandoti distaccato rispetto al suo eventuale tradimento.

Il passo fondamentale sta proprio nella costruzione di una considerazione di te nuova, positiva, dove i tuoi limiti e le tue risorse sono in equilibrio,  con una sana autostima, dove ti senti una persona degna di rispetto ed amore al pari degli altri e ti vedi in grado di mantenere questa considerazione di te anche oltre l’eventualità, per quanto spiacevole, di essere rifiutato dal tuo partner. Una considerazione di te in cui il tuo valore come persona non dipende completamente dal tuo essere membro di una coppia ma persona indipendente ed amabile in quanto tale.

Leggi la prima parte dell’articolo qua: http://federicapianapsicologa.it/mi-pensi-quanto-mi-pensi-anatomia-della-gelosia-capirla-per-gestirla-prima-parte/

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L’archetipo Dioniso

L’ultimo archetipo di cui ti parlo in questa serie dedicata agli archetipi del maschile, è l’archetipo Dioniso: il più giovane tra gli dei dell’Olimpo, unico ad avere una madre mortale, Semele. Si narra nel mito che Era, moglie di Zeus, scoperto questo ennesimo tradimento del marito, escogita un tranello che porta alla morte della donna. Fortunatamente Zeus porta via dal grembo di lei il feto di Dioniso, cucendoselo nella coscia e dandolo alla luce più tardi, dopodichè lo affida ad una famiglia di Semele perchè lo allevino, travestito da bambina: la vendetta di Era giunge fino a loro, li porta alla pazzia e ciò mette un’altra volta in pericolo il piccolo Dioniso, che viene salvato dal padre, il quale lo tramuta in un capretto e lo affida alle ninfe dei boschi. Qui Dioniso cresce ed apprende le leggi ed i misteri della natura. Fa molti viaggi esplorando territori e portando con sè scompiglio e terrore, dato il suo passato traumatico inflittogli dalla vendicativa Era: sconvolge gli animi e semina panico e distruzione, fino a quando non si redime, sposa Arianna (abbandonata da Teseo a Nasso) e, con l’intercessione di Zeus, riporta in vita la madre Semele. Figura legatissima al mondo femminile, Dioniso è un liberatore delle donne: al contrario di altri archetipi maschili portati alla svalutazione se non alla sottomissione della donna. E’ un archetipo complesso, multiforme ed affascinante, è, tra gli dei Figli, quello ambivalente, cioè quello in cui convivono forze potenti e contrapposte che necessitano di un grande supporto per creare equilibrio. L’archetipo Dioniso si può attivare nella tua vita in risposta a traumi da cui cerchi di fuggire rifugiandoti nell’alcool o in azioni sregolate, in situazioni in cui cedi al caos e alla spontaneità, vivi intensamente il qui ed ora. Questo archetipo, data la complessità, non è facilmente inquadrabile in semplici caselle: caratteristica comune che osservi di fronte agli aspetti dionisiaci in una persona è la sensazione che ci sia un eccesso, “troppo” di qualcosa, che genera fascino, ma anche disagio ed allerta

Scopri se il tuo archetipo dominante è Dioniso.

Da bambino ti trovi molto a tuo agio con attività femminili poichè ti mettono a contatto con i sensi: la cucina, le stoffe, i profumi, la danza. Sei un bambino molto emotivo e ti esprimi facilmente con il pianto, a differenza di altri maschietti più “composti”, non sei capace di agire su base razionale facilmente, per cui manifesti le tue emozioni in modo rapido e pure veemente, anche spostandole sul piano corporeo e sviluppando disturbi psicosomatici. Sta ai genitori riuscire ad entrare in sintonia con la tua personalità energica e sfaccettata e comunicarti accettazione, abbracciando le tue “diversità”: data l’affinità al mondo femminile, è più probabile che tu abbia un legame stretto con tua madre, in questo senso tuo padre deve dimostrarsi molto sensibile e capace di instaurare un saldo legame con te, astenendosi dai giudizi stereotipati su mascolinità e femminilità. Solo con un padre capace di assolvere a questo compito non ti troverai disorientato nella tua vita sociale e scolastica in mezzo agli altri bambini. Se, invece, sperimenti il rifiuto da parte di tua madre, vivrai probabilmente alla ricerca di una madre surrogata in una donna una volta diventato adulto e, probabilmente, passando da una relazione all’altra a causa dell’originaria ferita del rifiuto/abbandono materno. Nel difficile periodo adolescenziale, sei alle prese con i turbamenti emotivi, fisici, sessuali e relazionali ancora di più dei tuoi coetanei: puoi avere atteggiamenti stravaganti, seguire mode bizzarre, sperimentare droghe, compagnie le più diverse, e fare esperienze emotive e sessuali sia di tipo eterosessuale che omosessuale. Attratto da molteplici esperienze, puoi andare incontro a diversi turbamenti e sviluppare disturbi psicologici, in assenza di genitori attenti e sensibili che sappiano starti accanto senza stigmatizzare i tuoi comportamenti. Se vivi in una famiglia fortemente religiosa è probabile che tu viva una colpevolizzazione, soprattutto riguardo alla tua sessualità. In età adulta, una volta andato via da casa, la tua voglia di sperimentare può portarti ancora più in là, superando i tuoi limiti. Se in infanzia hai beneficiato di un’atmosfera accogliente e ti sei sentito accettato, è probabile che la tua deriva verso la sofferenza mentale non ci sia grazie alla presenza di una guida, più probabile una donna, più matura di te, pratica, stabile ed accogliente. Per quanto riguarda il lavoro, non vai d’accordo con ambienti accademici ed istituzionali in cui vigono regole definite, gerarchie di potere, strategie e stratagemmi: puoi darti alla via del sacerdozio, diventare praticante ed insegnante di discipline quali lo Yoga ed il Tantra, oppure entrare nella carriera artistica (teatro, pittura, scultura) dove saprai deliziare il pubblico con la tua creatività piena di istinto e passione. La condizione essenziale per realizzarti è trovare un contesto che accetti il tuo caos senza volerlo imbrigliare in maglie troppo strette di regole e principi. Quanto ai rapporti con gli uomini, sei un anticonformista ed individualista, ti trovi benissimo con un uomo Ermes, con il quale condividi esperienze nuove e viaggi entusiasmanti, con un Efesto, del quale apprezzi la bellezza dei lavori manuali, con un Apollo, che resta affascinato dal tuo essere istintivo e corporeo. Per quanto riguarda i rapporti con le donne, sei capace di avvolgere e di travolgere una donna in un vortice di passione ed estasi, anche nel sesso: fare l’amore con te è un’esperienza che può sbloccare la sessualità sopita o repressa di ogni donna. Se questa sa coinvolgersi cavalcando emozioni forti ed evitando gelosia e possessività, con te è possibile un rapporto abbastanza equilibrato. Quanto al matrimonio, non sei quel tipo di uomo che ben si adatta ad un impiego routinario o che si impegna in una scalata sociale per conferire alla moglie il prestigio di una “bella vita”. Puoi essere sregolato, mutevole, inaffidabile: per la donna che spera che tu “cambi” dopo il matrimonio può aprirsi una vita di sofferenze. Le coppie più riuscite sono quelle formate da te, uomo Dioniso ed una donna Afrodite: coniugate la vostra sensualità, il vivo rapporto con il corpo e la capacità di vivere intensamente in momento presente; da un Dioniso con una Demetra, che tende a farti da madre surrogata (anche se poi può spostare queste attenzioni sui figli), da un Dioniso con una Estia, che può riscoprire una sessualità intensa ed inaspettata e può venirne fuori un’unione spirituale. Meno idonee le donne Atena ed Era, troppo razionali, volitive, esigente e possessive. Nel rapporto con i tuoi figli, ti comporti più come un compagno di giochi: facilmente puoi però anche deluderli per via della tua inaffidabilità, incapacità di rispettare le promesse e per le tue assenze. Non sei di certo un uomo tradizionale, “quadrato” e metodico, ma, con un po’ di impegno, puoi sviluppare un buon attaccamento con i figli. 

Il lato Ombra dell’archetipo Dioniso è l’ebbrezza, la dissolutezza. La tua energia può farti imprigionarti, facendoti restare un eterno fanciullo, immaturo, irresponsabile, che non sai gestire gli impulsi e vai incontro a derive catastrofiche, importanti disturbi psicologici e all’autodistruzione. La stessa energia, se ben incanalata, può far fiorire meraviglie anche nelle persone più distaccate e razionali. E’ necessaria una regolamentazione che porti armonia nella tua energia caotica: occorre che tu sviluppi la capacità di auto-osservarti, di diventare testimone dei tuoi tumultuosi vissuti, per far ciò vengono in tuo aiuto archetipi quali Zeus ed Apollo, che patrocinano la visione chiara ed obiettiva, “dall’alto”, e il senso della misura, dell’armonia, del distacco. Apollo e Dioniso rappresentano due facce della stessa medaglia: sono la Luce e l’Ombra insita nell’animo umano, due parti complementari che devono entrare in una danza armonica per portare salute e ricchezza. 

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L’Archetipo Ares

L’archetipo Ares rappresenta, insieme ad Efesto, uno degli dei Figli rifiutati: nel mito si racconta che, pur discendendo dall’unione di Zeus ed Era (anche se in alcuni racconti pare che sia lei a generarlo da sola), Ares viene rifiutato dai genitori poichè eccessivamente impetuoso, irrazionale e coinvolto nello scontro e nella guerra.

Ares incarna quegli attribuiti maschili di forza bruta, istintualità ed eccesso che non riscuotono grande stima nella nostra società, ben più incline a favorire un modello maschile “mercuriale”, legato cioè all’archetipo Ermes, o “apollineo”, proprio di Apollo: entrambi rappresentanti della ragione, del controllo, della strategia e della comunicazione.

Nei miti il padre Zeus disprezza e ridicolizza Ares: questo rifiuto non può che alimentare la potenza degli istinti di Ares inducendolo al discontrollo. Viene istruito dal suo mentore, il dio Priapo, sull’arte della danza e poi su quella della guerra.

Si ribella agli ordini del padre Zeus lanciandosi nelle battaglie infuocato dal suo spirito impulsivo per poi esserne sbeffeggiato davanti agli altri dei dell’Olimpo; si unisce a molte donne generando  numerosi figli: è celebre nei racconti il suo legame con Afrodite, della quale diviene l’amante.

E’ possibile che l’archetipo Ares si risvegli nella tua vita quando vivi reazioni impulsive ed appassionate che sei portato ad agire attraverso il corpo senza pensare alle conseguenze: reazioni compatibili con la sessualità e la danza, o in risposta ad eventi che suscitano collera, anche in difesa di qualcuno più vulnerabile, ma non con molti elementi della vita quotidiana che necessitano di elaborazione e lucidità mentali. 

Scopri se il tuo archetipo dominante è Ares. Sei un bambino molto attivo ed energico: protesti urlando fino a quando non ottieni quel che desideri, dopodichè ti acquieti totalmente. Quando sei tranquillo sei un bambino socievole ed espansivo, curioso, al quale piace coinvolgersi in giochi fisici ad alto impatto, dimostrando già in tenera età un temperamento focoso.

Tendi a prendere quel che vuoi quando lo vuoi, preda dell’emozione del momento: tendenza che ti porta a fare piccoli disastri rompendo oggetti fragili e lasciando dietro di te parecchi cocci. Sta ai tuoi genitori e agli insegnanti comprendere la fondamentale bontà del tuo temperamento e non intestardirsi a renderti un “bambino modello” che “sta dove ti si mette”, quanto piuttosto a incanalare la tua grande energia in attività per te stimolanti e proficue, comunicandoti accettazione.

Una madre che incarna l’archetipo Atena, donna razionale, pragmatica e lucida, è forse la miglior madre per te: è capace di non colludere con la tua istintività, trovando adeguate strategie per renderla produttiva; una buona madre è pure una donna Afrodite, che sa coinvolgerti con la sua dolcezza e tenerezza. Al contrario, una madre Era, forse il tipo di madre che più di frequente si riscontra, è la madre che può più intaccare la tua fragile autostima imponendoti regole severe, mostrandosi collerica e spesso insoddisfatta o, peggio, provando repulsione per la tua istintualità.

La figura del padre è pure cruciale, poichè fonda la tua identità adulta maschile: se hai un padre Zeus ne puoi venire mortificato ed allontanato dato il suo approccio troppo razionale e distaccato; la stessa cosa si può verificare con un padre Apollo; al contrario, il miglior padre per te è rappresentato da un uomo Dioniso in equilibrio, poichè sa entrare in sintonia con la tua istintualità aiutandoti a incanalarla senza giudizio e sapendoti mostrare affetto in modo diretto e fisico.

In adolescenza è scontato vivere in modo amplificato tutta l’irruenza di questa fase della vita caratterizzata dalla pubertà con l’erompere degli impulsi sessuali, dell’aggressività e degli sbalzi d’umore. La rotta evolutiva per te dipende in gran parte dal tipo di amicizie coi coetanei: se questi ti coinvolgono in hobby ed interessi, soprattutto sportivi, positivi, ti diverti e sviluppi un bellissimo senso di appartenenza e una sana autostima; se i tuoi amici sono ragazzi disorientati con alle spalle famiglie problematiche che ti coinvolgono in attività da bande al limite della legalità, vai probabilmente incontro ad una deriva sociale.

A livello lavorativo non sei tagliato per studi universitari o attività che richiedono pianificazione a lungo termine: prediligi lavori dove hai molteplici stimoli, puoi muoverti, non essere assoggettato a rigide gerarchie e ruoli statici. Attratto dalla vita militare, dove, a parte l’impegno per inserirsi nella disciplina, puoi fare carriera data la tua naturale vocazione, dai corpi di polizia, dal mondo delle arti e dello spettacolo dove ti distingui per i tuoi ruoli appassionati: ti piace poi molto lavorare in gruppi, sei solidale e leale, cameratesco.

Con i tuoi amici spendi molto volentieri il tuo tempo condividendo attività pratiche e tenendoti lontano da discorsi politici, filosofici o comunque impegnati: i tuoi argomenti preferiti sono gli sport e le donne, hai un grande senso dell’amicizia infatti ti muovi senza esitazione in aiuto degli amici in difficoltà e puoi lasciarti andare ad abbracci e gesti fisici goliardici.

Per quanto riguarda il rapporto con le donne ti muovi spinto dal fuoco della passione: ti avvicini alle donne con il fare di un predatore. Sei un seduttore impetuoso, assolutamente non raffinato: la coppia più di successo è quella composta da te ed una donna Afrodite, poichè entrambi siete esuberanti, istintivi, sensuali, vivete nel qui ed ora noncuranti delle conseguenze. Siete una coppia stravagante che vive “con il vento tra i capelli”.

La coppia, invece, più disastrosa, è quella tra te ed una donna fragile proveniente da una famiglia problematica dove ha vissuto la violenza e la coercizione. Generalmente Ares tendi ad essere respinto da altri tipi di donne che ti considerano troppo irruento ed ingestibile: in tali casi è molto probabile che diventi persino misogino, sentendoti rifiutato e sbeffeggiato dalle donne, mentre il tuo più profondo desiderio è quello di trovare una compagna che si coinvolga con te nella passione e nell’istinto di attività quali il sesso, la danza, lo sport o il cibo.

Nella sessualità, se sei in equilibrio, sei sensuale e vigoroso, se in disequilibrio perchè magari la tua infanzia è stata segnata dalla violenza o dal rifiuto, è probabile che abbia tu una condotta deviante, usando a tua volta la violenza sulla partner: in generale non sei un tipo di uomo ligio a principi religiosi per cui difficilmente riesci ad astenerti dall’attività sessuale. Sei portato al tradimento, e vieni facilmente scoperto dalla partner date le tue difficoltà di agire con metodo e furbizia.

Arrivi al matrimonio sull’onda del sentimento: ti sposi senza “valutare” bene la donna che hai di fronte, ma semplicemente se ti sente ardere per lei. Facile che il matrimonio giunga in seguito alla gravidanza della donna.

Se, durante la vita coniugale, mostri la tua intemperanza e reattività avendo problemi a lavoro o con la partner o con le famiglie di origine, è probabile che la coppia giunga a terribili litigi che esasperano ancor di più la tua veemenza e rendono molto probabile il divorzio. Probabile, anche, però, che in età matura tu sviluppi altre sensibilità e  tu voglia dedicarsi con più metodo alla carriera o voglia intraprendere nuove attività, arricchendo la tua vita di stimoli diversi e fino ad allora impensabili.

Con i figli ancora piccoli puoi essere davvero un buon padre: molto presente, fisico e giocherellone, coinvolgi i bambini negli sport e ti appassioni insieme a loro. I problemi iniziano durante l’adolescenza in cui i figli manifestano ribellione, sviluppano interessi intellettuali o artistici: se tu come non hai in steanche altri archetipi, non riesci più a comprenderli e puoi “perderteli per strada”.

Peggiore è lo scenario in cui tu, reduce da una infelice infanzia, reagisca alle provocazioni dei figli usando la violenza, magari sotto l’effetto di alcool di cui fai abuso: in tali casi in casa si sparge un’atmosfera di terrore cui è saggio porre termine con una separazione coniugale

Il principale lato “Ombra” dell’archetipo Ares è la violenza: portare in te questo archetipo impone un grande equilibrio, poichè facilmente lo spirito guerriero ed indomito può degenerare nella violenza cieca e indiscriminata. Hai bisogno di rientrare in contatto con il tuo Bambino interiore, quella parte emotiva che è stata calpestata, anche con la violenza, nell’infanzia, dal rifiuto, la repulsione e la colpevolizzazione degli adulti.

Solo riscoprendo la tenerezza e la dolcezza di questa parte molto spesso repressa puoi emanciparti dalla violenza che fa intorno a lui terra bruciata. In questo compito essenziale è l’aiuto di Ermes, che ti insegna a rispondere con la parola, anzichè con l’impulso, agli eventi della vita.

Per sviluppare poi un rapporto armonioso con il tuo corpo, ti giova del supporto di una donna Afrodite, che, con mitezza e dolcezza, ti aiuta a vivere il corpo nella danza e nei sensi, superando le tue reazioni istintive fuori controllo. Infine, per guadagnare autocontrollo e disciplina, ti giovi del supporto di altri archetipi, quali Apollo ed Atena, che ti insegnano la giusta misura, la pianificazione e la pacatezza nell’agire e nelle scelte. 

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