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Quanti e quali significati possiede il cibo? Perchè non è sempre facile avere un rapporto soddisfacente con il cibo? Com’è possibile imparare a trarre piacere e gusto dal cibo senza frustrazioni e sensi di colpa?

1 – Il Cibo. Il cibo non rappresenta solo un nutrimento per il nostro corpo: ha dei significati che vanno ben oltre il soddisfacimento del bisogno fisico della fame. Fin dalla nascita il cibo è, oltre ai ritmi sonno-veglia, uno degli essenziali mediatori della relazione tra il bambino e il mondo, in quanto per il piccolo nutrirsi significa incontrare, prevalentemente, la madre, o qualche altro adulto, detto caregiver, che si occupa di lui/lei. Dall’allattamento in poi il cibo assume un significato all’interno delle relazioni di vita del bambino: basta osservare una madre che allatta il figlio per intuire la relazione profonda e viscerale che si instaura tra i due. L’alimentazione nel neonato è uno dei processi regolatori di base ed attorno ad esso ruotano molte emozioni: piacere, tranquillità, paura o rabbia. Il contesto familiare soprattutto e quello più ampio socio-culturale condizionano il formarsi dei gusti e delle preferenze alimentari del bambino e il suo rapporto con il cibo in generale. Il tipo di cibo che viene dato al bambino importa tanto quanto da chi e come gli viene dato: nutrirsi in un dato modo definisce l’appartenenza ad un gruppo, da quello primario come la famiglia, a quelli più ampi come la comunità sociale (si vedano i gruppi religiosi con i rispettivi divieti, suini per l’Islam e bovini per l’Induismo).

Il bambino molto piccolo non sa distinguere tra bisogno di latte e quello di affetto. Solo durante lo sviluppo, i bisogni fisiologici e quelli emotivi e relazionali si differenzieranno sempre di più, mantenendo però una contiguità. La distanza, maggiore o minore, tra questi due bisogni sarà uno dei fattori che in età adulta influenzerà il rapporto del soggetto con il cibo. Se questo sviluppo sarà positivo, il soggetto saprà soddisfare la sua fame reale in modo indipendente dalle questioni emotive, se, invece, lo sviluppo non sarà equilibrato, soprattutto in momenti di stress, il soggetto potrà sviluppare problemi più o meno seri con l’alimentazione, come abbuffate, condotte eliminatorie o compensatorie, digiuno, diete restrittive eccetera.

2 – Fame fisica e fame emotiva. Per fame emotiva, o fame nervosa (emotional eating) si intende la tendenza a mangiare sotto la spinta di un’emozione, stato d’animo o segnale proveniente dall’ambiente e non indotta dal bisogno reale di cibo. Solitamente il desiderio di assumere del cibo in questa modalità ha un carattere compulsivo (come un impulso irrefrenabile) ed è diretto a cibi di scarsa qualità come il cibo spazzatura (“junk food”), ricco di grassi e zuccheri e particolarmente appetibile. La scienza ci dice che l’atto del mangiare ha una potente azione antistress ed è il modo più immediato per innalzare il tono dell’umore (sentirsi meglio in pochissimi minuti) e compensare (non rispondere adeguatamente) a bisogni emotivi insoddisfatti, attuali o passati. E’ anche il modo più semplice grazie al quale ci è possibile compensare a qualcosa che manca nella nostra vita e di cui molto spesso non siamo consapevoli. Utilizzare il cibo talvolta per le sue qualità gratificanti per il palato, per la curiosità o anche come ricompensa o per festeggiare in occasioni sociali, non è assolutamente da demonizzare: connette le persone e crea allegria e convivialità. Tuttavia, i meccanismi di compensazione a livello cerebrale sono i medesimi circuiti della ricompensa che si ritrovano nelle dipendenze (con e senza sostanze): per tale motivo la fame emotiva vera e propria può essere considerata al pari delle altre forme di dipendenza.

3 – Il circolo vizioso. Quando, però, mangiare diviene il principale meccanismo per fronteggiare emozioni dolorose, quando il primo impulso è quello di aprire la dispensa e il frigorifero ogni volta che ci troviamo in un’urgenza emotiva e siamo alle prese con lo stress, la tristezza, la noia, la solitudine e la rabbia, corriamo il rischio di restare bloccati in un circolo vizioso in cui lo stato d’animo reale o il problema a monte del mangiare emozionale non vengono mai affrontati. Spesso, in conseguenza a tale comportamento, si innescano dei sensi di colpa per le calorie in eccesso che abbiamo introdotto, alimentando le emozioni che hanno dato il via al mangiare emozionale. In questo circolo vizioso il cibo e il mangiare assumono caratteristiche negative: il cibo diventa una “schifezza”, o riduttivamente “calorie”, “ho mangiato come un maiale”, fino all’esasperazione, “mi faccio schifo”. Tali sequenze di emozioni spiacevoli – difese – mangiare emozionale – emozioni ancora più spiacevoli, possono gettare le basi per disturbi ben più seri del comportamento alimentare, come la bulimia, l’anoressia e il disturbo da alimentazione incontrollata. Possiamo sentirci frustrati e in trappola poichè non ci sentiamo più in possesso delle nostre facoltà e della “forza di volontà” in grado di dominare tali impulsi. Ad aggravare il problema, è probabile che finiamo per rinunciare in modo deleterio ad assumere comportamenti alternativi e più proficui di vivere e superare realmente le nostre emozioni, alimentando il senso di colpa, l’autocritica e l’impotenza di fronte al cibo e ai nostri stati d’animo.

Per la seconda parte dell’articolo vai qua: http://federicapianapsicologa.it/cibo-ed-emozioni-perche-non-mi-sf-amo-parte-seconda/

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